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Vogliamo vivere: la libertà dopo il JobsAct

Libertà e lavoro dopo il Jobs Act di Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini” (DeriveApprodi, 2015) andrebbe letto solo perché mette in discussione l’invenzione di una tradizione diffusa a destra e a sinistra, in alto e in basso: il lavoro salariato e, più in generale, subordinato è una norma generale, un dato naturale, un’essenza a cui tutto deve tornare.

Questo è anche uno strumento agile che parla all’irrequietezza creativa dei giuristi, come dei movimenti più profondi della società. Insieme ripensano i fondamenti del diritto (del lavoro) in nome della libertà e dell’uguaglianza.

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Diritto all’esistenza

Il lavoro oggi è l’attività più svalutata e meno certa che esista. È sulla bocca di tutti, perché da tutti è subito e odiato per la sua realtà impoverita, da tutti ricercato per i poveri redditi che da esso si riescono a spremere. Da questa cosa modesta, opaca, Allegri e Bronzini traggono una realtà impensata, l’opposto del racconto vittimistico che si ascolta in Tv o sui giornali. Si parla di libertà del lavoro, fondata sul diritto all’esistenza. Questo diritto si incarna nell’autodeterminazione degli individui. L’autodeterminazione è una facoltà dell’essere umano che si afferma nella società e, successivamente nel lavoro, inteso sia come una prestazione salariata, sia come attività indipendente conto terzi. La libertà del lavoro si dà oltre il lavoro subordinato, forma relativamente recente di una trasformazione molto più ampia oggi tornata d’attualità: il lavoro indipendente. Una trasformazione che la sinistra non ha compreso perché vincola il diritto all’esistenza alla subordinazione salariale. Le destra identifica il lavoratore con l’impresa. Allegri e Bronzini, invece, fondano tale diritto sull’autodeterminazione contro la subordinazione sociale, politica e salariata. Sono le persone che creano la libertà nel diritto, così come il lavoro è il risultato di questa azione.

Intermittenze al lavoro

Per capire il rovesciamento delle prospettive compiuto da Allegri e Bronzini bisogna fare un po’ di storia. Esperti di diritto costituzionale, e di diritto del lavoro, europeisti critici convinti, gli autori spiegano come la libertà del lavoro sia stata intuita dal diritto, ma sempre ridotta a fantasma o alla precarietà devastante che oggi è sotto gli occhi di tutti. Questa realtà riapparve, ad esempio, nel 1959 quando una legge avvertì una singolare, quanto massiccia, presenza di lavoratori indipendenti che svolgevano prestazioni in maniera “coordinata e continuativa”. Già allora sembrava problematico ricondurre questa forma del lavoro nella grande famiglia della subordinazione giuridica, dove svettava il lavoro salariato. Il diritto dei lavoratori indipendenti ad accedere al giudice del lavoro fu riconosciuto, ma questo non bastava. Era chiaro che a questa categoria estranea al lavoro salariato come all’impresa avrebbero dovuto essere riconosciute tutele superiori a quelle garantite dal codice civile. Il contratto del lavoro subordinato non era il contenitore appropriato per comprendere la prestazione di lavoro a carattere continuativo per conto terzi.

Un’altra legge del 1973 si pose nuovamente il problema, con la normativa sul contratto a tempo determinato. Il territorio inesplorato del lavoro indipendente fu da allora ridotto a una sottospecie del lavoro subordinato all’interno di una strategia progressista di tutela del lavoro sans phrase, il lavoro astratto e senza aggettivi. Le differenze singolari delle attività operose venivano così ricondotte a un unico soggetto giuridico universale. Allegri e Bronzini descrivono le contraddizioni dell’universalismo giuridico proprie del diritto del lavoro: la sua volontà di ricondurre tutte le forme del lavoro a una concezione omogenea della “classe lavoratrice”, per di più identificata con la classe operaia delle grandi fabbriche, avrebbe creato problemi giganteschi. Per paradosso, a pochi anni dall’approvazione dello statuto del lavoro nel 1970, e nel momento di massima espansione del garantismo per i lavoratori, si mettevano le basi per una discriminazione. E tutto questo in nome del diritto. Negli anni Novanta, in corrispondenza con la svolta “postfordista” della produzione industriale e sociale, quell’antica forma del lavoro indipendente considerata marginale rispetto all’imponenza del lavoro salariato e subordinato diventò la forma prevalente in tutte le tipologie contrattuali: autonome e subordinate. Negli ultimi trent’anni, inoltre, l’intero universo del lavoro subordinato è stato smontato a forza di eccezioni e deroghe fino a giungere al Jobs Act di Renzi che, in maniera grottesca, promette di abolire la precarietà mentre in realtà moltiplica le forme contrattuali precarie e rende stabilmente precari anche i neo-assunti a tempo indeterminato, con l’abolizione dell’articolo 18.

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Tanatopolitica

 Il diritto del lavoro italiano è diventato un feroce campo di battaglia. Sfumata la lotta di classe, almeno quella intesa tra due soggetti omogenei (operai vs capitale), il conflitto si è trasferito nel campo normativo ed esprime solo la volontà di un soggetto contro la vita della forza-lavoro attiva. Le contraddizioni del progressismo lavorista riscontrate da Allegri e Bronzini negli anni del boom economico hanno assunto una nuova portata. Dalla legge Treu che ha strutturato la precarietà nel 1997 al Jobs Act di Renzi nel 2015 si affermata una paradossale strategia garantista che, in nome delle tutele, approva riforme regressive che non garantiscono nulla per coloro che sono sospesi nella parasubordinazione (né dipendenti, né autonomi) e tanto meno per il lavoro autonomo. In nome del diritto, anzi, centro-sinistra e centro-destra hanno imposto flessibilità al ribasso e precarietà sul lavoro , incertezza e distruzione delle aspettative di vita per quanto riguarda le pensioni e le garanzie sociali. Questa è la condizione universale in cui si trovano tutti i lavoratori indipendenti: autonomi, parasubordinati, occupati e non, tutto coloro che sono fuori dal contratto. Una condizione che riguarda sempre più anche coloro che possiedono un contratto. O quello che ne resta.

Il quinto stato

Le riforme del lavoro, come quelle delle pensioni, hanno assunto un valore tanatopolitico: in nome della sostenibilità del sistema, succhiano il valore prodotto dal lavoro precario, autonomo, in generale indipendente. Così facendo creano sanguinose fratture intergenerazionali, distruggono il principale criterio del welfare italiano: la solidarietà tra i vecchi e i giovani, i figli e i genitori, tra le categorie del lavoro, tra gli occupati e i disoccupati. E rendono insostenibile il presente, perché il futuro è già finito. Questa situazione esplosiva riguarda, innanzitutto, il lavoro autonomo ordinistico e atipico, i freelance senza parlare di tutti gli altri precari esistenti nella zona grigia della parasubordinazione. Sono i dati dell’Adepp o della Cgia di Mestre a dimostrare la tesi di Allegri e Bronzini: la strategia tanatopolitica delle riforme del lavoro, e di quelle sulle pensioni, ha devastato la vita dei precari e degli autonomi che versano i loro contributi all’Inps e alla sua gestione separata, che ai loro omologhi iscritti agli ordini professionali e alle 19 casse previdenziali private. Il libro parla della nuova questione sociale, quella che insieme abbiamo definito la condizione del quinto stato.

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Come fare movimento

 Libertà e lavoro dopo il Jobs Act non fa solo storia. Fa anche politica. Pone un’esigenza: rompere con l’ideologia che oppone i garantiti ai non garantiti, i giovani agli anziani, gli autonomi ai dipendenti. Questa è l’ideologia dominante, così forte da avere conformato la realtà al suo pericoloso assunto. Con un ampio repertorio di materiali e interviste (l’elaborazione dell’associazione dei freelance Acta, le ricerche di Aldo Bonomi, un intervento del giuslavorista Federico Martelloni e un’inchiesta sul nuovo mutualismo che rinasce in tutto il mondo) il libro pone una serie di criteri utili a chi si pone il problema del lavoro. E, soprattutto, non considera il lavoro come l’oggetto scomparso nella società della fine della storia. Al contrario, pone problemi molto materiali: il reddito, il tempo di vita, l’orario di lavoro, le pensioni, il fisco, il welfare e la sua gestione democratica. Più che oggetto desueto, il lavoro pone oggi un’urgenza alle numerose minoranze attive che parlano di una condizione generale – il quinto stato – incarnata nella vita delle persone, ancora prima che nei loro lavori.

Come nell’Ottocento

 Allegri e Bronzini raccontano anche i primi tentativi di coalizzarsi per ottenere riconoscimenti sociali e giuridici. Un’azione che richiama alla memoria le lotte per il diritto alla coalizione, uno dei primi diritti sindacali per cui ci si è battuti nel XIX secolo. Questa storia viene riattualizzata nella storia molto recente dei movimenti dell’auto-tutela che coinvolgono lavoratori autonomi, precari, prime forme nascenti di un’alleanza sindacale e politica. L’assunto iniziale del diritto all’esistenza i concretizza nella creazione di un mutualismo adattato ai tempi. Questi movimenti chiedono garanzie e tutele sociali in un welfare universale che protegga il benessere collettivo e tuteli la persona lungo l’arco della sua vita. Il libro offre suggestioni operative. Questo movimento si crea con la pratica della coalizione tra il lavoro autonomo e precario e impoverito, così l’ha definita anche Sergio Bologna. L’opzione si fa strategica e sfida, coraggiosamente, la miopia e la tragica arretratezza culturale della sinistra e dei suoi sindacati: la coalizione va fatta tra i movimenti sociali, le associazioni e questi sindacati. Più in generale: si dovrebbe trovare un filo per legare – in maniera aperta – le classi lavoratrici con l’associazionismo nascente nei ceti medi delle professioni.

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La nuova Magna Charta

Il progetto culturale di cui il libro è espressione oggi – nel basso impero del renzismo e nello sbandamento della repubblica stritolata dall’austerità e dalla supplenza esercitata dalla Troika – oggi allude a un progetto politico di medio-lungo periodo. Forte di una capacità di inchiesta, di approfondimenti giuridici, sapienza storica e sindacale, suggestioni letterarie, oltre che di un senso benjaminiano nel passare la storia “a contropelo”, questo progetto culturale è un interlocutore per chi cerca un’uscita progressiva, democratica, radicale alla crisi. Da cosa partire? Dalla continuità con le intuizioni più avanzate che oggi si intrecciano con le pratiche di auto-organizzazione, piccole, promettenti. Vent’anni fa, annotano gli autori, su una piccola e geniale rivista (“Luogo Comune”) fu formulata l’ipotesi di una “Magna Charta” delle attività immateriali, saltuarie, servili, e di quelle indipendenti e autonome, “di seconda e terza generazione”. Quel precedente, oltre a un attivismo più recente che ha prodotto nuove analisi e un attitudine diversa rispetto ai diritti e alla politica, oggi ha sedimentato un tesoro di saperi che oggi riemergono e si esprimono in nuove dimensioni. Quella esigenza di rappresentare tutti gli esclusi dal perimetro del lavoro salariato, creare un nuovo modello di cittadinanza sociale, indipendentemente dalla nazionalìtà e dalle differenze di genere, elevare una popolazione i apolidi involontari alle tutele e alle garanzie di un nuovo costituzionalismo civile e politico oggi conosce una nuova vitalità. Il garantismo sociale affronta finalmente le sue contraddizioni del dopoguerra e immagina un nuovo universalismo, non più quello astratto e giuridico, ma quello incarnato, storico che emerge dall’intelligenza sociale e dall’immaginazione istituente e normativa di chi lavora. L’ultimo tentativo, il più nobile di una stagione freschissima, è nato con la Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente della Coalizione 27 febbraio, un documento aperto a nuovi sviluppi approvato della coalizione 27 febbraio tra lavoratori autonomi, precari, sindacati e movimenti sociali. Di questa coalizione, Allegri e Bronzini tracciano la storia, in diretta, negli stessi mesi in cui è nata. Un modo per fare la storia del presente.

 

*** Leggi Il Quinto Stato, il libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli mandato al macero dall’editore Ponte alle Grazie.

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