Leggere “Amianto. Una storia operaia”

Amianto l’abbiamo presentato diverse volte, in parecchi posti, perché è uno di quei libri che mentre ne parli è come se continuasse a scriversi. È successo a Siena, a San Vincenzo e a Piombino. Le memorie escono dal libro perché altre rientrano nel libro. È un’economia, fatta di debiti e crediti tra la letteratura e la vita, che si traduce in giustizia. Una concezione etica e politica del mestiere di scrivere.

Quello che segue è un collage di brevi riflessioni che dalle scintille della copertina passa attraverso lo sfruttamento a ciclo continuo del corpo dei lavoratori e giunge sino al cuore del libro, quella lingua che attraversa il tempo e le generazioni impastando i tecnicismi del lavoro in fabbrica con il maremmano e i dialetti delle periferie industriali d’Italia.

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Metallo urlante

Un working class hero. Mentre avvicina l’elettrodo al metallo non indossa la maschera da saldatore, quella dalle lenti affumicate. Le mani guantate e ferme. Pioggia di scintille: una gli punge il volto, altre invadono il dorso del libro. Metallo urlante ma lui guarda dritto verso l’elettrodo che si sta consumando sino alla fusione. La storia, il suo tessuto, bisogna saldarlo con «la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita» (p. 15).

Questa storia fa scintille, urla ma fa anche sorridere. È un’epica popolare che incendia la memoria operaia «passando la smerigliatrice sulla ruggine del tempo» (p. 112) e prova a restituire corpo e voce a quanti, tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, sono stati logorati e poi ammazzati dal drago nero che sputa fiamme e fumo. Perché se esiste una sostanza nociva come l’amianto – basta che una sola fibra si depositi nei polmoni e tra vent’anni sei morto – esistono narrazioni altrettanto tossiche e retoriche intossicanti.
Questo libro è un oggetto narrativo che fonde la biografia operaria di Renato, saldatore tubista e trasfertista, con un mondo – quello della Maremma – «antropologicamente refrattario alla modernità neocapitalista» e con il nomadismo precario di Alberto, figlio e scrittore. Nessuna staffetta o scontro generazionale bensì «il passaggio di testimone del conflitto» (p. 176).

Quel working class hero è intento a saldare, non distoglie il suo sguardo per rivolgerlo al lettore. A quest’ultimo spetta il compito di entrare nel reticolo della storia, smadonnare e rinforzarne le filettature. Ripercorre il tracciato delle ingiustizie, mettere radici «per picchiare più duro» (p. 159).

Corpi a lavoro

Un prima e un dopo, un adesso e un allora, un sempre e un mai più. Non sono queste le modalità temporali attraverso le quali è possibile discernere il lavoro di Renato, il Padre, il saldatore, il trasfertista che respira polvere di amianto da quello di Alberto, il figlio, lo scrittore-traduttore-cameriere-pizzaiolo-stalliere-insegnante d’italiano agli stranieri – and so on. No, non è così perché dopo la fabbrica, dopo la raffineria, l’acciaieria e il capannone, dopo la produzione di merci a mezzo di uomini, lo sfruttamento continua.

I lavori di Renato e Alberto convivono, stanno lì, avvinti in unico abbraccio, in quello tra le fabbriche cinesi e gli aranceti di Rosarno, tra i denti dell’operaio metalmeccanico sindacalizzato, stretti come una morsa al lavoro che vuol volare via, dove c’è qualcun altro disposto a farsi pagare di meno e  la «protrusione discale con assottigliamento dei dischi vertebrali nella zona lombare» (p. 129) del “lavoratore cognitivo precario”, piegato tutto il giorno sullo schermo. Un abbraccio che logora le membra, anche quando gli sfuggi.

Ed è forse proprio nello sfruttamento del corpo vivo come dynamis, come potenza di agire e trasformare, che si annida la sordida continuità fra la fabbrica di Taylor e il quartiarato postfordista, fra l’amianto di ieri e la vaselina pura di oggi. Che scivola via e non fa più male. Altro che flessibilità scandisce Alberto: «Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato casa. Io, “lavoratore cognitivo precario”, arranco per pagare l’affitto» (p. 129).

La lingua del nemico

Eppure sembra un racconto di guerra, di quelli con le esplosioni, le bombe e i morti. Operai risucchiati da macchine che hanno un nome: presse, cilindri, rulli di laminatoio, impianti fusori, oppure uccisi da una fibra di amianto, illusoria protezione di fronte al nemico in acciaio e petrolio.

E in questa guerra, Alberto trova anche il tempo di raccontare le pause, i tempi sospesi e i bei ricordi. Al fronte sparpagliato, fra le raffinerie e le industrie pesanti italiane, ogni tanto la famiglia si riunisce; saliti su di un treno verso Nord per raggiungere il babbo in trasferta, si attraversano le periferie delle città oppure i monti per le “gite operaie”. In queste occasioni si vivono momenti che ben poco hanno a che fare con la nocività del lavoro del saldatore tubista ma che a questo sono strettamente legati.
Fra rutti spropositati e maremme schifose, si avverte lo scarto fra il tempo del lavoro e quello dello stare insieme, per la precisione «operai tutti e le loro famiglie fino al secondo ramo parentale, pargoli inclusi», si ritrovano attorno ad una tavola, attorno a dei racconti, oppure, semplicemente insieme perché i mariti trasferisti condividevano lo stesso luogo di lavoro quell’anno. Se i dialetti si mescolano, le storie invece si uniscono.
In queste trincee della memoria sembrano aprirsi le possibilità dell’auto-riconoscimento e della rappresentazione, luoghi dove, assieme certamente a quelli di fabbrica, si creano le connessioni necessarie per condividere una condizione lavorativa.
Nasce in questo modo, nel libro del Prunetti, uno di quei momenti dove il tempo passato della narrazione non si rivolge più esclusivamente al racconto, ma, con un’inversione di senso improvvisa, inizia a correre verso il tempo di chi scrive – Alberto appunto – e di chi come lui, si trova in una condizione di vita e di lavoro che necessita di essere condivisa e raccontata.

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