Asylum

Le ruspe di Calais

Reportage tra i migranti di Calais nel giorno in cui la zona sud della Giungla rischia di essere rasa al suolo dalle ruspe del governo francese. Varie associazioni che assistono i migranti si stanno mobilitando affinché il tribunale blocchi l’arrivo dei bulldozer.

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Siamo arrivati a Calais un po’ per caso. Abbiamo accettato di partecipare a un progetto etnografico sulla vita dei migranti nella famigerata “Giungla”, dove risiedono all’incirca 5000 migranti, tra cui quasi 500 minorenni. La maggior parte viene da Siria, Afghanistan, Sudan e Eritrea. Tutti hanno un sogno: raggiungere la Gran Bretagna. Siamo entrati nella Giungla alcuni giorni prima del probabile arrivo dei bulldozer che distruggeranno la parte meridionale. Lo ha deciso il prefetto di Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, che ha ordinato l’evacuazione della zona sud entro martedì 23 febbraio alle ore 20. Varie organizzazioni non governative stanno cercando tutti i mezzi legali per bloccare le ruspe.

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I contrasti si notano appena entrati nella più grande bidonville francese. Da un lato, sorgono i nuovi container bianchi predisposti a ospitare 1500 migranti. Puliti, ordinati e con una recinzione attorno che ricorda molto l’estetica di una prigione. Non lontano dal recinto, intanto, le ruspe spianano la cosiddetta “striscia di sicurezza” per individuare i migranti che cercano di raggiungere il porto. Dall’altro lato, c’è la Giungla vera e propria: abitazioni di fortuna costruite dai migranti stessi con l’appoggio di numerose associazioni giunte da mezza Europa. Ma oltre alle abitazioni c’è di più: chiese, moschee, ristoranti, scuole, biblioteche, centri ricreativi e altro ancora. Le condizioni sono dure, c’è fango dappertutto, ma si ha l’impressione di essere in un villaggio con dei veri luoghi di socializzazione. La Giungla è anche questo.

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È pieno inverno e il tempo del nord non dà tregua. Pioggia mista a neve si abbatte su Calais. Dopo un primo giro esplorativo tra le vie impantanate della Giungla, chiediamo a un migrante d’origine africana dove avremmo potuto bere del tè caldo. Ci risponde senza esitare: “da noi, amici”, e ci fa strada tra i teli di plastica che compongono il suo rifugio. Ci dice di chiamarsi Patrick[1] e che di professione fa il meccanico. Condivide quello spazio con altri cinque migranti sudanesi. Fuggono tutti dal Darfur, dove ha ancora luogo un conflitto ormai dimenticato. Ci preparano un tè e ci invitano a giocare a domino con loro. Kamal, diciassettenne, mi parla in italiano con un accento romano. Ha passato 60 giorni a Viterbo. Gli sono bastati per imparare la lingua. Adesso studia francese in una scuola della Giungla. Ci chiede dove abitiamo. “A Parigi, e tu?” “Io abito in Inghilterra”.

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Nel frattempo arrivano tre persone della prefettura. Spiegano ai migranti che devono lasciare la loro zona al più presto. Il prefetto di Pas-de-Calais ha ordinato l’evacuazione della parte meridionale della Giungla. Propongono di andare nei container, ma devono sbrigarsi, perché sono quasi pieni. In cambio devono dare le loro impronte digitali. Dicono che non è per schedarli, ma per indentificarli all’entrata del recinto. Dopo qualche minuto arrivano dei rappresentanti di alcune organizzazioni non governative a smentire la prefettura. Dicono ai migranti di resistere. Non devono lasciare la Giungla. Lo Stato francese non ha il diritto di evacuare le loro abitazioni. Sembrano tutti sinceri e pensano di fare del bene ai migranti. La situazione è confusa. Patrick e i suoi compagni ci chiedono consiglio. Di fronte alle loro domande, ci sentiamo impotenti.

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Un altro membro del gruppo, Karim, ci invita a fare un giro nella Giungla. Mentre passeggiamo, ci racconta che suo padre è stato ucciso nel conflitto in Darfur. È scappato a Beirut nel 2007 per mandare qualche dollaro a sua madre e alle sorelle. Lavorava 18 ore al giorno come sguattero e cuoco in due ristoranti. Ci dice che Beirut era troppo cara e riusciva a malapena a mandare 100 dollari al mese alla sua famiglia. Per questo, nel 2015 ha deciso di tornare a casa. Però, al suo ritorno, le autorità lo hanno preso e picchiato. Gli hanno strappato le unghie. Gli hanno chiesto dove tenesse tutti i soldi che ha guadagnato all’estero. In Darfur perciò è rimasto poco ed è dovuto ripartire per l’Egitto, poi da lì in un barcone verso l’Italia e infine in Francia. Sono cinque mesi che si trova nella Giungla. La Gran Bretagna è la sua prima scelta perché parla l’inglese, ma è disposto a lavorare anche in Francia o in Italia. L’importante per lui è poter lavorare per mandare dei soldi alla sua famiglia.

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Finito il giro tra le pozzanghere della Giungla, torniamo nel loro rifugio. La cena è pronta. Ci invitano a mangiare con loro. Grazie ai viveri distribuiti ogni settimana da alcune associazioni britanniche riescono a preparare un cibo simile a quello che mangiano abitualmente nel loro paese. Noi abbiamo portato del pane fresco, comprato in un ristorante afghano vicino al loro accampamento. Durante la cena si abbatte sulla Giungla una forte grandinata. Ci rifugiamo sotto una tenda e ci riscaldiamo davanti al fuoco. Patrick vede che tremiamo per il freddo. Entra nella sua abitazione, prende due berretti e ce li mette in testa: “Con questo non avrete più freddo”. Dopo cena ci congediamo dal gruppo. Saremmo tornati l’indomani. Le ruspe stanno arrivando. Non distruggeranno solo delle catapecchie. Distruggeranno molto di più.

Lasciamo la Giungla con un misto di emozioni e con, in testa, dei berretti ricevuti in regalo da dei profughi del Darfur, con la strana consapevolezza di essere stati accolti a “casa nostra” da un gruppo di stranieri “recluso” in una landa del nord tra Francia e Gran Bretagna.

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Note


[1] I nomi sono stati inventati.

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