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Scrivere per l’infanzia. Intervista ad Anna Lavatelli

Durante la VI edizione del Torneo di Lettura, organizzata dalle Biblioteche in rete per la promozione della lettura ho intervistato la scrittrice Anna Lavatelli, vincitrice del premio Andersen con Bimbabel (Interlinea). Nelle scuole della rete ha incontrato ragazzi e docenti che hanno amato il suo libro Gaston e la ricetta perfetta (Giunti).

Illustrazione di Paolo Tesi da Vivalascuola

Mario Coviello: Chi è Anna Lavatelli? 

Anna Lavatelli: Sono una ex insegnante di scuola media, che da sempre ha amato la letteratura per ragazzi e i romanzi d’avventura in particolare.

M. C.: Perché scrivi ?
A. L.: Scrivo perché mi piace il “c’era una volta”, vale a dire la potenza della narrazione che ti trasporta da un’altra parte e ti immerge in vicende che pur nella diversità di situazioni, di ambienti e di epoche continuano a parlare della natura umana, delle nostre sfide, delle nostre paure, dei desideri e delle speranze, che nella loro sostanza più profonda non cambiano mai.

M. C.: Qual è il primo libro libro che ti è stato letto e da chi ? Qual è il primo libro che hai letto da sola?
A. L.: Il primo libro è stato Pinocchio, che mio padre mi ha letto più volte durante i primi anni dell’ infanzia. Il primo libro letto da sola è stato le Novelle dei fratelli Grimm.

M. C.: Come eri da bambina, ubbidivi ai tuoi genitori, ti piaceva la scuola, gli incontri con le tue maestre sono stati fortunati?
A. L.: Ero una bambina molto vivace, chiacchierona e allegra, ma abbastanza obbediente. Adoravo andare a scuola e ho avuto la fortuna di avere per 5 anni una maestra che ci incoraggiava a scrivere e a raccontare i fatti della nostra vita quotidiana. Io la adoravo perché mi lasciava usare i dialoghi nei componimenti e non si scandalizzava se riportavo le frasi esatte dei miei nonni, che parlavano in dialetto. Quando ho iniziato a scrivere per ragazzi, sono ritornata idealmente a questa libertà creativa che mi aveva sempre dato fiducia in me stessa e lì ho trovato la carica emotiva necessaria a rappresentare gli eventi.

M. C.: Quali sono i tuoi scrittori preferiti e perché?
A. L.: Amo Collodi, il più geniale, profondo conoscitore dell’animo dei bambini. Ho amato Rodari, che mi ha aiutata a guardare le cose da punti di vista anticonformisti, ma non credo più, come al principio della mia attività di scrittrice, che la letteratura debba necessariamente comportare un impegno militante. La presenza del tema “politico”, nel tempo, ha finito con mostrare un aspetto educativo troppo scoperto, e quindi meno destinato a trovare interesse e a transitare con successo verso le nuove generazioni, che già sono tempestate di “argomenti” come la pace, l’intercultura, l’ecologia, l’handicap nella didattica quotidiana. Mi spiego meglio, per non essere fraintesa: ciò che era stato novità e “provocazione” negli anni 80 è oggi all’ordine del giorno, anche a scuola, e dunque un Rodari così “scolarizzato” non parla più al cuore dei bambini. Penso che gli scrittori di lingua inglese, come Roald Dahl, Anna Fine, Margareth May o Philip Pullman, siano esemplari nel raccontare la vita dei ragazzi senza mettere messaggi in primo piano. Il racconto in sé è già una visione del mondo, che il lettore può interpretare secondo la propria sensibilità. Non serve la favola esemplare, o almeno non serve più, nemmeno quella a sfondo sociale di Rodari. Affascinare con un bel racconto è l’obiettivo principale di uno scrittore contemporaneo. Dalle emozioni nasceranno poi le riflessioni e l’etica personale del lettore, la sua storia di cittadino di questo mondo.

M. C.: Hai un luogo e un momento della giornata che favorisce la tua scrittura?
A. L.: Il mattino ha l’oro in bocca, ma la vita ti insegna a lavorare quando puoi, dunque ho seguito le leggi… dell’evoluzione della specie e mi sono adattata alle condizioni che cambiavano intorno a me per continuare a scrivere.

M. C.: Usi il computer? Come costruisci le tue storie, quali sono le tue fonti di ispirazione, come ti documenti?
A. L.: Non potrei fare a meno del computer, che ha sostituito carta e penna anche nella stesura della “brutta copia” dei miei racconti.
Le storie, in realtà, si costruiscono da sole, camminano sulle gambe dei protagonisti, una volta che si trovano dei personaggi interessanti e delle vicende reali che diano il via all’immaginazione. A volte sono necessarie delle ricerche, come è stato nel caso di Gaston. Il computer, o meglio internet, è il mio principale alleato nella documentazione che a volte si protrae per mesi.

M. C.: Ami gli animali, i gatti in particolare, perché?
A. L.: Ho sempre amato gli animali, forse perché sono cresciuta in campagna. I gatti in particolare mi piacciono per la loro superba indipendenza, per essere sommamente padroni di se stessi, sdegnosamente superiori al loro padrone e mai completamente addomesticabili. Un gatto non sta in braccio a comando. Non fa mai due volte la stessa cosa. È irrimediabilmente capriccioso e volubile. Questo fa sì che io apprezzi di più i suoi momenti di tenerezza.


M. C.:
Conosci l’America latina e hai sposato un peruviano. Il tuo libro Gaston e la ricetta perfetta è ricco anche per le suggestioni di questi luoghi. Cosa sono per te queste terre. Cosa hanno dato, nel corso del tempo a te e alla tua scrittura?
A. L.: Il Perù mi ha dato prima di tutto Julio, il compagno di viaggio della mia vita: la nostra alleanza attraverso gli anni ha mostrato solidità, forza, consentendoci di progettare il futuro e di stare bene insieme, di aiutarci, sostenerci… Proprio come recita il rito matrimoniale.
È stato per me naturale amare ciò che mio marito ama, e cioè la terra in cui è nato, come tutti facciamo, anche quando ci è ostile. L’incontro con un paese così lontano e differente è stato un elemento straordinario di crescita ed arricchimento, che hanno aggiunto più forza e vitalità alla mia scrittura. Ultimamente dal Perù stanno arrivando nuovi suggerimenti alla mia immaginazione: Gaston è il mio primo libro ambientato in Sudamerica, ma non sarà l’ultimo.

M. C.: Gaston, il libro del nostro Torneo di lettura, parla anche di cibo e cucina. Alla televisione e sul web il cibo, la cucina e le ricette impazzano. Perché, secondo te, il cibo la cucina in quest’epoca di crisi sono così importanti?
A. L.: Si è cominciato accorgendosi che il cibo è un veicolo di cultura (storia, geografia, folklore, scienze etc.) di certo il più completo e gratificante, perché soddisfa tutti e cinque i sensi (anche l’udito, sì!). E può essere “assaporato” tutti i giorni. La scoperta del mondo è stata anche una scoperta di alimenti, il cibo è stato occasione di incontri tra popoli diversi: se con le armi si è fatta la guerra, con i pranzi si stringono ancora oggi patti ed alleanze politico-commerciali. La cucina, il cibo, sono fonte di rassicurazione, testimonianza di affetto e di disponibilità, dunque ottimi elementi per contrastare la paura della crisi, per confortarci nei momenti in cui si indebolisce la visione positiva del futuro. Mangiare infonde benessere e quindi aiuta l’ottimismo. Tuttavia non mi piace la spettacolarizzazione della cucina e soprattutto la sua trasformazione in competizione, in una ricerca esasperata della performance. Mi pare che non si sposi con la consapevolezza del valore culturale e sociale del cibo, della fitta rete di relazioni e di storie che sottende. Ciò impoverisce il valore più importante dell’arte culinaria, la condivisione di ciò che si mangia, che è la più sincera fonte di piacere di un buon pranzo. I peruviani hanno una parola perfetta per esprimere questo spirito conviviale: la “sobremesa”, che è il piacere della conversazione del dopo tavola.

M. C. : Tra i libri che hai scritto qual è quello di maggior successo e perché? Qual è il tuo libro che ti racconta meglio?
A. L.: Spero che mi crediate se dico che non so quale sia stato il mio libro di maggior successo. Sono troppo pigra per fare i conti delle vendite nel corso degli anni. Il libro che mi racconta meglio è Non chiamatela Crudelia Demon, dove c’è molta della mia inquietudine giovanile e del mio desiderio di trovare maestri di vita.

M. C.: Da anni incontri bambini e ragazzi per presentare i tuoi libri e da poco, e ti facciamo i migliori auguri, sei diventata nonna. Come sono, secondo Anna Lavatelli i bambini e i ragazzi di oggi, come sono cambiati negli ultimi anni, di cosa hanno bisogno per vivere sereni e crescere?
A. L.: I bambini di oggi sono nativi digitali: credo che per la prima volta dopo l’invenzione della scrittura si sia aperta questa nuova linea divisoria tra chi trova naturale maneggiare un computer, un cellulare o un IPod e chi invece si sente analfabeta digitale nell’avvicinarsi a questi linguaggi. Un bambino, quindi, può diventare il nostro maestro perché ne sa intuitivamente più di noi. E siccome lo sa, vive e sente questo vantaggio anche come una superiorità tout court. Ma la psicologia infantile non cambia, e per tornare a una delle domande precedenti, il bambino di oggi è ancora un Pinocchio che vuole crescere ma scappa dalle sue responsabilità, buono di cuore ma anche instabile e facile preda di strumentalizzazioni, bisognoso di affetto ma capriccioso, capace di grandi slanci e di generosità ma dominato dal principio del piacere. La sfera psicologica non cambia, cambiano solo gli ambienti e le sollecitazioni, il contesto insomma. E tutto sta nella capacità di cogliere l’essenza universale dell’infanzia con una storia. Ecco perché Tom Sawyer è personaggio immortale e l’Enrico di De Amicis o il Cipollino di Rodari molto, molto meno.

M. C.: Qual è il tuo consiglio più importante per i nonni che ci aiutano a scuola con i nostri alunni?
A. L: Essere consapevoli che la loro esperienza di vita aiuta i giovani a crescere e a fermarsi.

M. C.: Conosci la scuola pubblica italiana e suoi docenti. Come sono secondo te?
A. L.: La scuola pubblica continua ad essere migliore di quella privata, questo è sicuro. Difficile invece dare un giudizio sui docenti, credo che in generale siano meglio preparati rispetto alla “vecchia guardia”, con lauree e master e corsi di aggiornamento. Ma certo, come in tutte le professioni, ci sono eccellenze e inadeguatezze, soprattutto nel rapporto educativo con gli studenti. È sempre stato così: se ognuno di noi ripensa ai suoi insegnanti lo può testimoniare. Se è difficile selezionare ingegneri o cuochi, è ancora più difficile selezionare insegnanti. Gli ultimi concorsi ci dimostrano che ancora non si sa come scoprire chi abbia la “stoffa” per insegnare, visto che si ricorre ancora al nozionismo di antica memoria per valutare le competenze.

M. C.: E la scuola pubblica italiana oggi di cosa ha bisogno prima di tutto?
A. L.: Passione, passione, e ancora passione.

M. C.: Cosa stai scrivendo? A quando il tuo prossimo libro?
A. L.: Non sto scrivendo nulla, sono in fase di ricerca di un soggetto che mi si presenti con forza e che mi conquisti. Il mio prossimo libro esce per la fiera di Bologna ed è un breve racconto per bambini piccoli. Si intitola Macarena Tricipites e il circo dei Due Mondi.

[Mario Coviello è dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Bella]

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