Indios, petrolio e caramelle

La rivolta contro nuove forme di colonizzazione nella foresta amazzonica peruviana

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Un pomeriggio, un amico inglese mi raccontò del suo arrivo in una comunità indigena dell’Amazzonia dopo giorni di navigazione lungo un fiume. Stanco, esausto e felice si abbandonò sulla riva allo stupore dei nativi. Improvvisamente il rumore di un elicottero irruppe in quel primo scambio di odori. La macchina volante atterrò poco distante. Gli indigeni corsero increduli mentre uomini con vestiti puliti e stirati cominciarono a lanciare caramelle all’intorno. Scesi dall’elicottero iniziarono a parlare dei loro progetti su quella regione che evidentemente sentivano già loro. Raccontarono del petrolio, del progresso e della possibilità di fare soldi facili.

La letteratura coloniale riporta vari momenti in cui gli europei cercarono di ingraziarsi le simpatie dei capi indigeni con doni, affinché le ricchezze del Nuovo Continente potessero essere meglio saccheggiate. Evidentemente, idee inscritte in modelli sociali, politici ed economici, importate e costruite dalle amministrazioni coloniali, non si sono estinte con l’Indipendenza.

Cosa è successo dopo secoli di storia coloniale? Chi sono gli indigeni di cui parliamo oggi? Già sul finire del XIX secolo, la paura che le popolazioni autoctone scomparissero per sempre spinse i ritrattisti dell’epoca (viaggiatori e studiosi di vario genere) a “trascrivere un passato” (mitizzato ed esotizzato) prima che “la storia” lo spazzasse via. E mentre negli ultimi decenni, in molte regioni dell’America Latina, già si scrivevano epigrafi in onore degli antichi abitanti, ecco che hanno iniziato a fiorire in tutto il continente mobilitazioni etniche che rivendicano una alterità originaria e obbligano a ripensare categorie classiche del pensiero occidentale come natura, cultura, Stato-nazione, sviluppo e così via. Richieste di riconoscimento e autorappresentazione stanno portando in vari Paesi latinoamericani a ridefinire le comunità nazionali.

Quando nel 1994 un giornalista intervistò il Subcomandante Marcos, durante l’occupazione degli indigeni chiapanechi di San Cristobal de Las Casas (Messico), questi gli disse che la guerra per la parola era appena cominciata. È la stessa lotta che gli indigeni della foresta amazzonica stanno affrontando per difendere le proprie terre, e quindi la propria identità, di fronte alle multinazionali del petrolio. Era il 1971 quando, per la prima volta nella storia, gli indios Quechua del Rio Pastaza videro il petrolio. Appena il liquido nero cominciò a spruzzare dalla terra ingegneri e tecnici della Occidental Petroleum Corporation (OXY) vi fecero il bagno ubriachi di gioia. Avevano trovato una riserva petrolifera nell’Amazzonia del Perù.

In quell’area compresa fra i fiumi Tigre, Corrientes e Pastaza, vivono vari popoli indigeni, tradizionalmente pescatori e cacciatori: Quechua, Achuar, Kichua, Candosci, Urarina.[1] Il 12 per cento del petrolio prodotto nel Perù viene da questa regione, mentre il 42 per cento viene dalla sua foresta amazzonica, per un utile di circa cinquecento milioni di dollari mensili.[2]

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Nel 2009 sono entrato a lavorare in un progetto non governativo di monitoraggio ambientale indipendente. Mi occupavo della formazione di osservatori ambientali nelle comunità indigene Quechua del fiume Pastaza. Iniziammo a documentare come quarant’anni di sfruttamento petrolifero avessero mutato il volto delle foreste e con esse quello degli uomini che vi vivono. Ma non è stata solo un’antropologia dell’assenza, una documentazione di tragedie, con il Nulla che avanza. Si è trattato di partecipare a un movimento, quello degli indigeni amazzonici, che proprio nella prima decade del nuovo millennio iniziava ad affermarsi e a conquistare visibilità.

Una cosa che mi ha sorpreso inizialmente era che dietro ogni essere vivente, animale o vegetale, scoprivo un sapere ancestrale. Ciò che le mappe ufficiali nascondono, mostrando la foresta Amazzonica come una grande macchia verde, è uno spazio segnato culturalmente dalla relazione fra uomo e natura. Qualsiasi danno alla foresta è anche un danno all’uomo. Le imprese estrattive erano consapevoli dei rischi delle attività estrattive sia sulle persone che sull’ambiente. Basti pensare che sin dagli anni Trenta, Luisiana e Texas (dove OXY già operava) avevano adottato misure protettive a riguardo. Nel 1942 la Louisiana proibì lo scarico delle acque di produzione in corpi d’acqua dolce, i cui effetti sull’ambiente e sulle persone erano ben conosciuti:

le acque di formazione, anche chiamate di produzione, fuoriescono insieme al petrolio a una temperatura di 90°C. Sono due volte più salate di quelle del mare e contengono idrocarburi, cloro e metalli pesanti come piombo, cadmio, bario, mercurio, arsenico e altri.[3]

Perchè OXY e Pluspetrol (che ne ha rilevato le attività nel 2000) non hanno adottato nessuna di queste misure protettive in Perù? Dal 1984, organizzazioni indigene e persino istituti statali hanno denunciato i livelli elevati di metalli pesanti nei fiumi e la mancanza di acqua per il consumo umano. Il Governo peruviano ha sempre negato, ostentando risultati opposti basati su monitoraggi realizzati dalle stesse imprese estrattive. Nel 2004, indagini governative hanno mostrato che Pluspetrol riversava circa un milione e duecento barili al giorno di acque di formazione, altamente tossiche, in corpi di acqua dolce. Rotture periodiche dei condotti petroliferi hanno portato al versamento di migliaia di barili di petrolio nei fiumi di questa regione.[4] Istituti di ricerca di vari paesi hanno mostrato il grave impatto sulla salute umana provocato dalla presenza di idrocarburi nelle acque: danni al sangue, ai reni, al fegato, elevata pericolosità per il feto, formazione di tumori.

Manifestazioni indigene si sono intensificate dall’inizio del 2000 portando alla formazione di un movimento di rivolta vero e proprio con cui il Governo non può non dialogare. Nel 2006, la lotta vittoriosa degli indigeni Achuar del rio Corrientes ha fatto sì che il Governo peruviano si sedesse ad un tavolo con loro e firmasse l’Atto Dorissa, che prevede l’obbligo per Pluspetrol di rimmettere le acque di produzione nel sottosuolo, di pagare una cospicua multa per i danni causati alle persone e di recuperare i danni ambientali prodotti.

Altre mobilitazioni si sono succedute con occupazioni di istallazioni petrolifere: nel 2008 nel Pastaza (conclusasi con una dura repressione delle autorità, un poliziotto ucciso e un indigeno ucciso), nel 2009 nella cittadina di Bagua (con un saldo di trentadue morti, fra poliziotti e manifestanti, e circa centocinquanta feriti).

Nel 2011, sotto la pressione di organizzazioni e comunità indigene, il Governo ha firmato l’Atto Pastaza promettendo la prestazione di servizi di base: educazione e salute e un’indagine esaustiva sui danni ambientali. Niente di tutto ciò ha avuto un seguito. Nel 2013, grazie ad una mobilitazione congiunta dei popoli Quechua, Achuar, Candori, Cocama-Cocamilla ed alla conseguente visita di una equipe governativa ai principali luoghi di impatto ambientale, i bacini idrografici del Pastaza, Corrientes e Tigre sono stati dichiarati Zone di Emergenza Ambientale. Per la prima volta il Ministero dell’Ambiente, grazie alle denunce degli osservatori indigeni, ha proceduto all’identificazione delle zone di contaminazione, che fino a quel momento non apparivano in nessun documento ufficiale.

La dichiarazione di un’ampia Zona di Emergenza Ambientale dopo quarant’anni di attività estrattive (2013) e la fine della licenza a Pluspetrol (2015), sembrano aprire alla possibilità di una svolta storica: il diritto alla parola. I popoli indigeni chiedono il rispetto dei trattati internazionali, un indennizzo per i danni prodotti, una compensazione per l’uso delle loro terre, il recupero e la pulizia delle aree danneggiate, l’elaborazione di studi globali per risolvere i problemi della zona, la titolazione dei territori. La rivolta dei popoli indigeni scorre come le acque dei fiumi, portandosi dentro ogni ferita, il nero del petrolio, il sale e l’ustione delle acque di produzione, le discariche di ferri arrugginiti e rifiuti tossici, gli animali contaminati, le malattie, i lutti di qualsiasi colore.

J. M. Arguedas (Fonte: Cosoamazzonia)
J. M. Arguedas (Fonte: Cosmoamazzonia)

Note

[1] Si trattava del Lotto 1AB, oggi rinominato Lotto 192. La classificazione in lotti operata dallo Stato peruviano è funzionale allo sfruttamento privato e pubblico di porzioni di foresta delimitate. Attualmente tutta la foresta amazzonica compresa dentro le frontiere nazionali è divisa in lotti: potenzialmente disponibile per attività di ricerca e sfruttamento.

[2] Questi dati sono stati estratti dal sito Defensaindigena e da una intervista all’ex-avvocato della Ong Solsticio, Vladimir Pinto.

[3] Alberto Shirif, Los Achuares del rio corrientes. El Estado ante su propio paradigma. ANTHROPOLOGICA/AÑO XXVIII, N. 28, 2010, Supplemento I, p.292.

[4] Nel 2002, una rottura delle condotte sul fiume Marañon, uno degli affluenti del rio delle Amazzoni, provocò il versamento di 5.500 barili (circa 800.000 litri) di greggio nel fiume. Solo nel 2007, fu registrato ufficialmente il primo grande versamento di greggio nel Pastaza, dovuto alla rottura di un condotto. Da allora ne sono seguiti altri 15. Non esistono informazioni esaustive sui danni ambientali occorsi negli anni precedenti.

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