Il MAAM di Metropoliz_città meticcia e “la costruzione di un mondo nuovo”

Intervista a Giorgio de Finis

 
Sito nella periferia romana, Metropoliz_città meticcia nasce nel 2009 con l’occupazione dell’ex stabilimento del salumificio Fiorucci da parte di famiglie di diverse origini etniche, tra cui italiani, sudamericani e nordafricani. Reso noto come progetto artistico, anche grazie al documentario Space Metropoliz, oggi è sede del Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz (MAAM), terzo museo di arte contemporanea di Roma. Negli spazi riutilizzati della fabbrica, il MAAM raccoglie le opere di centinaia di street and contemporary artists di livello internazionale, che ragionano sulle tematiche più vicine agli stessi abitanti di Metropoliz: la migrazione, l’interculturalità, la memoria, e l’arte stessa come forma di resistenza sociale.

In più occasioni la ricerca ci ha portato a visitare il MAAM, in particolare nell’ambito del laboratorio sulla creatività urbana, che ha coinvolto gli studenti della cattedra di Semiotica della città e dei luoghi del consumo del Coris (il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza). Ci siamo accostati a questo oggetto così multiforme e complesso con lo sguardo di chi tenta di rintracciarne gli aspetti noti e quelli inconsueti, con una preparazione pregressa, un po’ come quando si visita una mostra o un museo: nell’attesa ci si dota di strumenti preparatori o ci si affida a ciò che la visita stessa ci restituirà. Ma il MAAM ci ha preso alla sprovvista, diventando l’«attesa dell’inatteso» (A. J. Greimas, Dell’imperfezione, Sellerio 1988).

Visitarlo per la prima volta può voler dire sperimentare un senso di stupore, ma tornarci può richiedere di ricostruire la propria presenza all’interno di uno spazio in divenire; è la trasformazione di un processo creativo quotidiano e collettivo, che non implica solo interventi artistici, ma riguarda anche quel sentire uno spazio di volta in volta diverso e simile a se stesso, scoprirne aspetti insoliti, percepire intersezioni prima tralasciate e di straordinaria duttilità.

Giorgio de Finis, antropologo e film-maker noto come il principale promotore di questo progetto, ci parla a lungo di ciò che egli stesso definisce “un super-oggetto di arte collettiva”.

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Cristina Greco ed Elia Cornelio Marí (C. & E.): Prima di visitare Metropoliz, avevamo l’impressione che si trattasse di un progetto di riuso paragonabile ad altri e invece abbiamo trovato uno spazio complesso, costituito da elementi non solo dissimili, ma in alcuni casi quasi contrastanti. Qual è l’elemento di novità di Metropoliz?

Giorgio de Finis (G. de F.): Al 913 di via Prenestina convivono molte realtà, il Metropoliz – la “città meticcia” – circa 200 migranti e precari provenienti da tutto il mondo, i Blocchi precari metropolitani, il movimento di lotta per il diritto all’abitare che nel marzo del 2009 ha deciso di occupare lo stabilimento dell’ex Fiorucci, sottraendo questo relitto urbano alla speculazione immobiliare cui era destinato, e il MAAM, il primo museo abitato del pianeta Terra!, un “dispositivo” situazionista e relazionale che se da una parte contribuisce a difendere – con la sua collezione, oltre 500 opere che fanno “barricata” – questo spazio e chi lo abita dallo sgombero e dalle ruspe, dall’altro apre questo “fortino apache” alla città e a incontri che a volte sembrano davvero fantascientifici, tanto lontani sono i mondi che nelle confluenze astrali del sabato (e delle feste per i solstizi e gli equinozi) si ritrovano insieme.

C & E.: Cosa distingue il MAAM da esperienze simili?

G de F.: Esperienze simili non le conosco. Esistono occupazioni abitative, centri sociali e luoghi per la cultura indipendente, fabbriche dismesse, dove si sono insediati gli artisti con i loro atelier, ma non mi risulta ci sia qualcosa che possa essere paragonato al MAAM, che è stato descritto come una “cattedrale laica del comune”.

C & E.: Quali aspetti della tua formazione come antropologo hanno influito sul progetto del MAAM?

G. de F.: Sono stato un allievo di Alberto Mario Cirese, per alcuni anni ho studiato le comunità Batak di Palawan nelle Filippine. Poi ho abbandonato la foresta per occuparmi della “giungla di pietra”, delle grandi metropoli contemporanee che nel 2007 sono diventate l’habitat di più della metà della popolazione mondiale. Sono arrivato a Metropoliz passando per gli slum di Mumbai e in seguito per il Casilino 900. L’ex Fiorucci era appena stata occupata quando l’ho visitata la prima volta con gli Stalker, facendo a piedi il giro del Grande Raccordo Anulare, alla scoperta del nuovo fronte della città di Roma.

Ho sempre pensato che quello dell’antropologo fosse il più “libero” dei mestieri. Il valore della comparazione lo protegge dalla trappola della specializzazione. Uno zoologo che studiasse l’organizzazione sociale dei chirotteri difficilmente potrebbe poi dedicarsi alle variazioni di colore delle ali della farfalla. Mentre un antropologo può tranquillamente passare dallo studio della parentela a quello del metro parigino. Ma quello che faccio a Metropoliz va oltre il genere di cose concesse al ricercatore di discipline demo-etno-antropologiche. Allo scienziato sociale, anche se talvolta lo si continua a chiamare, non è data la possibilità di “sperimentare”. Deve limitarsi a osservare, coltivando l’illusione, cara anche al film-maker (altro mestiere che ho praticato a lungo), di essere in qualche modo “invisibile”.

In questi anni ho capito che il campo di gioco più “libero” è quello dell’arte. Anche se essere antropologo mi aiuta molto a riflettere su quello che stiamo facendo e anche nella gestione delle dinamiche relazionali.

C & E.: Durante l’esperienza di didattica laboratoriale del corso di Semiotica della città e dei luoghi di consumo, gli studenti che hanno svolto il lavoro di analisi si sono chiesti se si possa parlare del MAAM come arte di resistenza. Tu cosa ne pensi?

G. de F.: Tutta l’arte è in qualche modo una forma di resistenza, almeno nel senso che partecipa a produrre anticorpi preziosi all’omologazione e al pensiero unico, che per altro si fonda tutto sulla valorizzazione dell’utile, mentre come sappiamo l’arte ha a che fare con cose inutili.

A Metropoliz, come dicevo, l’arte fa da barricata. E contribuisce con il valore (simbolico, ma anche di mercato) che le viene riconosciuto a fermare le ruspe. Ma sarebbe riduttivo ridurla a questa funzione. A Metropoliz l’arte partecipa alla costruzione di un mondo nuovo.

C. & E.: Viene quasi da chiedersi, ma siamo in un museo? Sì, ma gli odori non sono i soliti, i percorsi sono alternativi, imprevedibili, disorientanti. Quanto ha valso la scelta di definirsi Museo nella costruzione dell’identità stessa del MAAM?

G. de F.: Siamo in un museo diverso, quello che Cesare Pietroiusti, in una lectio marginalis tenutasi proprio al MAAM, ha definito museo “reale”, in contrapposizione ai musei “irreali”, come il MACRO e il MAXXI. Un museo che nella sua definizione si caratterizza per essere: ospitale, residenziale, utilizzabile, produttivo, polisensoriale (gli odori!), permeabile, leggero, polidisciplinare. Il MAAM appartiene a quella schiera di musei “strani” creati dagli artisti (talvolta ne rivendico anche la paternità in tal senso, come quando l’ho iscritto al Premio Terna), con la differenza che vuole essere un progetto corale, una collezione, ma anche un super-oggetto di arte collettiva, e talvolta perfino un soggetto collettivo (a cittadellarte il MAAM firma la sua installazione permanente come “artista collettivo”).

Che il MAAM sia disorientante non c’è dubbio. È l’opposto della scatola bianca. Le opere si agganciano una all’altra senza soluzione di continuità, modificandosi e complicandosi nei giochi di sponda che l’occhio è invitato a fare. E poi c’è la vita, con i panni stesi, i giocattoli abbandonati, le sedie, i mobili, i materassi, ecc. che qualche volta non sai bene se sono un’opera o no. E questo ci diverte. infatti, non mettiamo etichette.

Il Museo è il luogo più “alto” della città contemporanea, il suo fiore all’occhiello. Volevo portarlo nel posto che nessuno vuole vedere, quello di cui ci si vergogna, che si nasconde, come la polvere, sotto il tappeto quando l’ospite bussa all’improvviso. Il Museo è qualcosa che deve essere visto (il MAAM, anche se illegale, figura sul sito dell’offerta culturale del Comune di Roma), e chi viene qui a vedere le opere d’arte, scopre anche che cos’è l’emergenza abitativa, l’art. 5 del Piano Casa che nega la residenza (e tutti i diritti civili elementari) a chi vive in uno spazio occupato.

Ho scelto “Museo” anche per sottolineare il valore istituzionale di questa realtà nascente, una istituzione “contro”, ma autoistituita. Un gesto politico importante, a mio avviso, che può applicarsi anche ad altri settori. Un terreno abbandonato può essere dichiarato Parco se gli abitanti della zona lo sottraggono all’abbandono e lo autogestiscono.

Un’ultima ragione forse la possiamo rinvenire nella volontà di “dialogare” con le altre realtà museali della città. Al MACRO, il MAAM ricorda che se non ci sono le risorse economiche sufficienti non c’è bisogno di subappaltare la programmazione alle gallerie, trasformando di fatto un museo pubblico in uno spazio privato. Basterebbe lasciare la gestione di questo luogo agli artisti della città, un po’ come ha fatto il Teatro Valle Occupato.

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C. & E.: Ci sono altri esempi nel mondo dell’uso dell’arte per la salvaguardia di un progetto come questo?

G. de F.: A Roma, Blu ha dipinto interamente la facciata di un’altra occupazione, quella di via del Porto Fluviale. Di fatto l’ha resa intoccabile regalando alla città un monumento contemporaneo.

C. & E.: Questa contaminazione tra l’arte, l’abitare e il bene comune che significato ha per te?

G. de F.: Mi piace che l’arte e la vita si parlino. Che l’arte, la “bellezza”, possano essere di tutti. Mi interessa la dimensione pubblica dell’arte e che questa possa sconfinare nella sfera domestica, in quello spazio intimo che sempre meno siamo disposti a condividere con gli altri.

Attualmente sto lavorando ad un nuovo progetto che si chiama DIF, Museo Diffuso di Formello, creando una collezione pubblica grazie alle donazioni degli artisti che poi viene ridistribuita tra gli abitanti che ne possono godere, anche nelle loro abitazioni. Non ci sono luoghi inadatti a ospitare un’opera del DIF. Ma chi decide di prenderne una è tenuto a prendersene cura e a permettere che sia fruibile a tutti aprendo le porte della propria casa. Questo museo non costa nulla, non ha bisogno di spazi dedicati, di guardiani e di ditte delle pulizie e ci ricorda che le opere che un museo pubblico custodisce sono nostre.

C. & E.: Di recente gli interventi di creatività urbana, nel caso di Roma ma non solo, hanno stimolato un dibattito sul tema della partecipazione attiva dei cittadini. Che riscontro ha ottenuto l’intervento nella comunità del quartiere? E nella comunità nazionale/internazionale?

G. de F.: Il MAAM è un progetto partecipato che coinvolge le 200 persone che ci vivono, gli artisti (oltre 500 quelli che fino ad ora hanno lavorato a Metropoliz), i militanti, i visitatori, ecc. che ha a cuore il futuro e la qualità della vita dei suoi abitanti ma che parla a tutt*. Parla di diritti civili negati, parla di emergenza abitativa, sperimenta di fatto un altro modo di fare città, di fare politica, di fare cultura.

Come sempre accade l’attenzione è inversamente proporzionale alla distanza, per cui sono arrivati prima i cultori di arte contemporanea, anche da paesi molto lontani, poi gli abitanti del centro, più abituati a visitare musei e gallerie. Alla fine è arrivato anche il quartiere che ci ha chiesto di curare una via dell’arte che dalla stazione di Tor Sapienza conduca proprio al MAAM, punto d’eccellenza. Se pensiamo che cinque anni fa questo era considerato, nell’immaginario locale, un luogo di spaccio e prostituzione! I bambini di Metropoliz oggi dicono, non senza una punta di orgoglio, che abitano nel “museo”.

C. & E.: L’idea è un po’ quella che l’arte pubblica non debba riempire i vuoti, ma favorire relazioni. Com’è cambiato, secondo te, il rapporto con i prodotti di arte?

G. de F.: Il MAAM è prima di tutto un dispositivo d’incontro. È un po’ come il bar di Guerre Stellari, frequentato da forme di vita che a volte sembrano incommensurabili e che invece si incontrano, lasciando fuori le pistole.

Nella città meticcia, anche grazie alla presenza “spaesante” dell’arte si può provare a parlarsi tra esseri umani, abbandonando per un attimo i propri pregiudizi. Le opere che ricoprono ogni parete del Metropoliz, diversissime tra loro, fanno da cassa di risonanza, sottolineando il valore e la ricchezza della differenza. Il MAAM è una grande cappa arlecchinesca, un corpo tatuato come quello dell’Arlecchino di Michel Serres, che porta sulla pelle i segni del suo peregrinare, ma che in ultimo si trasforma in Pierrot Lunaire, perché la somma di tutti i colori dà il bianco.

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C. & E.: L’alterità è un altro dei temi fondamentali di Metropoliz_città meticcia, non sempre facilmente traducibile nella e dalla città contemporanea. Secondo te, che ruolo hanno l’arte pubblica e la creatività urbana nella diffusione di una cultura di questo tipo nelle comunità locali e a livello globale?

G. de F.: Lo ripeto. Ciascuno di noi è Altro rispetto a tutti gli altri. L’arte ce lo ricorda creando diversità e immettendola nel mondo. La città è già meticcia, solo che spesso non si incontra. E ciò che spesso spaventa non è la diversità culturale, sdoganata da viaggi esotici e cucine etniche, ma la povertà, che ci rimanda come uno specchio l’immagine della nostra precarietà di vita.


C. & E.: La rigenerazione urbana è un tema di grande attualità. Se guardiamo al caso romano, la periferia è caratterizzata dalla presenza di beni culturali non sempre valorizzati, e spesso dimenticati o ignorati da chi abita questi spazi, che potrebbero diventare aree di interesse culturale. In che modo interventi come quello del MAAM di re-destinazione di spazi abbandonati possono contribuire a cambiare il volto delle zone urbane periferiche e determinare una nuova possibile centralità?

G. de F.: La questione è capire se la città è ancora interessata ai “beni culturali”, alle periferie, ai suoi abitanti o se non sia interessata solo alla rendita immobiliare.

C. & E.: Sempre sull’efficacia dei processi di riconquista collettiva attivati dal MAAM, cosa pensi si possa fare per conservare e organizzare la memoria (della fabbrica, dei primi occupanti, del progetto stesso)?

G. de F.: Tutto cambia molto rapidamente, gli spazi, le dinamiche, ecc. Di tracce ne restano tantissime, e molte sono anche disponibili online in tempo reale grazie alle nuove tecnologie. Poi c’è il tentativo di “raccontare” il processo, anche se in corso d’opera (a volte anche dichiaratamente come “favola edificante”), e ogni occasione è buona per fare il punto, incontri, pubblicazioni, interviste come questa.

Il modo più giusto per raccontare il MAAM forse consisterà in un racconto a più voci, che rispetti la coralità del progetto (stiamo lavorando ad un libro dal titolo MAAM’s Memoires). La memoria si costruisce, ma più che organizzarla collettivamente mi piace contenga tante storie, anche discordanti tra loro. Non sono interessato alla costruzione di un “noi”, mi interessa l’Altro, che vuol dire ciascuno di noi rispetto a tutti gli altri e spesso rispetto anche a se stesso.

C. & E.: Le tecnologie informatiche e multimediali agiscono sulla conservazione e riorganizzazione del ricordo e dunque sulla memoria condivisa non solo a livello locale, ma anche a livello globale. Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia si può visitare, dentro e fuori, anche grazie ad un tour virtuale di google maps. Come pensi che questo rapporto tra arte e tecnologie possa influire sul MAAM?

G. de F.: Il MAAM ha una pagina facebook con 18mila like, che segna la data di nascita del museo (che quest’anno, il 23 aprile, ha festeggiato i suoi primi quattro anni, MAAM IS 4 [EVER]). I social network servono a fare tam-tam, a inviare segnali di fumo, ma sono anche il nostro diario di bordo. Un diario che può avvalersi del contributo di tutti. Poi c’è una restituzione meno estemporanea che viene affidata alle pubblicazioni. In un anno sono usciti sei volumi dedicati al MAAM o dove, comunque, questa esperienza è al centro delle questioni affrontate. Alcuni sono anche editi nella versione e-book. Poi ci sono i film, i documentari, i videoclip.

Una cosa che pensiamo di realizzare è un’applicazione che tramite qr code permetta durante la visita di ottenere informazioni sui singoli lavori, che al momento non hanno nemmeno una etichetta (una scelta che vuole sottolineare come il MAAM sia un’opera corale, un super-oggetto di arte collettiva, oltre che una collezione, e anche un gioco).

C. & E.: Di recente si è parlato molto del futuro degli interventi di creatività urbana e di un’arte effimera destinata a scomparire. Si tratta anche di una questione di sostenibilità?

G. de F.: Il MAAM è un museo dove piove acqua dal tetto. Quindi la questione della conservazione, se paragonata agli altri musei, è una nota dolente. Qualche opera è andata perduta e molte sono state restaurate dagli stessi artisti che le hanno realizzate. Ciò crea affezione e diventa un modo ulteriore per continuare a prenderci tutti insieme cura del progetto. Ma non c’è nessuna poetica dell’effimero o della smaterializzazione. Si tratta pur sempre di una “barricata”!

Anche la street art sta perdendo un po’ del suo tanto celebrato carattere effimero. Più la si “sostiene” più la si vorrebbe duratura. È indubbio che molto dell’appeal che essa esercita sulle amministrazioni che vogliono vantarsi di mettere la “rigenerazione urbana” all’ordine del giorno sia dovuta ai costi contenuti di un muro dipinto, più contenuti di qualsiasi intervento di riqualificazione dello spazio pubblico, si tratti di strade, giardini, o di interventi “monumentali” alla vecchia maniera.

C. & E.: Che sviluppi potrà avere il MAAM?

G. de F.: Il MAAM è una nave pirata governata da donne e uomini liberi che solca i mari col suo prezioso tesoro nella stiva. Se troverà mai una rada tranquilla dove gettare gli ormeggi non so dirlo. Bisogna continuare a circumnavigare il globo e confidare di incrociare sulla propria rotta l’isola che non c’è.

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[Gli studenti del Laboratorio di Semiotica della città e dei luoghi del consumo che hanno partecipato alla ricerca sul MAAM sono: Alessandra Berti, Ignazio Gattuso, Gianluca Giordani, Flaminia Salusest]

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