Politiche del contemporaneo / Territori/Società

Cultura à la plage

Da lungo tempo il dibattito in voga tra le élites italiane si concentra quasi esclusivamente sullo svilimento del “comparto cultura” all’interno del nostro paese e sulla sempre minor efficacia della figura dell’intellettuale nell’orientare le scelte della società. Sulla falsariga dell’uovo e della gallina, non si capisce bene dove risieda l’origine di questi mali: è la marginalizzazione dell’importanza della cultura che ha detronizzato gli intellettuali in quanto operatori specifici del settore oppure è il mancato riconoscimento di uno status particolare agli intellettuali che ha provocato la disastrosa rovina del mondo della cultura e del dibattito circolante che caratterizza questo scorcio di inizio millennio? Apparentemente oziosa, la questione presenta al contrario elementi di interesse, soprattutto perché è stata l’eccessiva attenzione posta sulle domande che ha inficiato la possibilità di risposte, di strategie e di obbiettivi condivisi.

È ormai di percezione comune la deriva culturale e intellettuale che affligge l’Italia, giunta a punti di minimo storico in virtù della squalifica comminata dalla classe dirigente e politica all’ambito del sapere e della sua trasmissione e conservazione. Se il processo è di lunga data, non si ravvisa memoria di un punto più basso raggiunto oggi nella considerazione sociale di questo ambito della vita: i ministeri competenti, i principali referenti istituzionali, sono in mano a persone inadeguate come mai prima d’ora, esecutori materiali di una politica che assume a punto programmatico il motto «la cultura non si mangia». Proprio per questa ragione, gli interrogativi menzionati in apertura possono avere senso solo se prevedono una rapida traduzione in gesti, atti e discorsi; altrimenti, non sono che una modalità (o La Modalità) per perpetuare il circolo chiuso e ristretto dei sapienti degni della facoltà umana per eccellenza, il pensiero, da praticare in luoghi sempre più marginali ma giuridicamente autonomi, le università.

Allora, come primo passo, bisognerebbe operare uno spostamento di paradigma: da una politica culturale a una politica intellettuale. Nel dettaglio, qual è lo spazio della ricerca, dell’istruzione, della cultura all’interno della società contemporanea (posto che l’istituzione scolastica di ogni ordine e grado è il luogo deputato alla trasmissione del sapere e del lavoro critico su di esso); quale valore viene assegnato a questi campi da parte delle persone che per prime ci lavorano (se destinato ad una fruizione selettiva oppure aperto alle più diverse persone ed esperienze); quali operazioni è necessario mettere in campo per opporsi al degrado che contraddistingue oggi l’uso stesso del pensiero (dato che l’incapacità analitica e critica riscontrabile a tutti i livelli è probabilmente la prima causa dell’impoverimento dei discorsi circolanti).

Politica intellettuale, dunque, come insieme delle strategie di opposizione alla deriva normalizzante che, partendo dai sistemi di comunicazione di massa (non solo la televisione), ha iniziato a lambire i territori tradizionalmente deputati, benché certamente non unici, all’esercizio critico del pensiero. A ben guardare, però, i sintomi non sono riscontrabili come troppo spesso viene evidenziato solo nel prosciugamento dei “contenuti”, fenomeno certamente di notevole entità, bensì, in forme più pericolose, nell’adozione di istanze desunte da modelli antipodali secondo intenzionalità più o meno esplicite. Accade così che lo spauracchio del “dibattito” abbia portato alla drastica diminuzione di zone di confronto e incontro, privilegiando piuttosto la forma di indottrinamento-intrattenimento unidirezionale tipica della dimensione salottiera che hanno assunto i discorsi cosiddetti impegnati, dove il vecchio saggio rende edotti gli accoliti per poi concedersi al contatto personale e singolare del “fan”, elidendo di fatto ogni portata collettiva e sociale. E l’entrata in scena dell’agorà virtuale non può in alcun modo sopperire alla scomparsa del contatto im-mediato, semmai di quest’ultimo costituisce una protesi che ne amplifica le potenzialità.

Non solo, ma la presunta sostituzione di un sistema gerarchico come l’accademia con un altro apparentemente egualitario come la rete, genera una sclerotizzazione della riflessione che si manifesta con particolare evidenza nelle discussioni attorno alla figura dell’intellettuale: sembra infatti che al di là dei proclami di assoluta libertà concessa ai percorsi della cultura nella sua circolazione, il mestiere dell’intellettuale sia di fatto una professione ristretta e riservata, con tanto di albo e ordine, dentro al quale non si può entrare se non dopo il superamento di varie prove e che soprattutto certifica, come ordine, quanto può essere incluso e quanto invece infrange la deontologia della categoria. Si articola pertanto una doppia censura, orizzontale – tematiche, metodologie, oggetti – e verticale – squisitamente anagrafica. Così, mentre i giovani allievi vengono incentivati a coltivare interessi sulla scia dei lavori dei maestri, contemporaneamente vengono esclusi dalle occasioni di visibilità se non per testimoniare la vitalità della scuola, in grado di replicare copie del tutto simili agli originali e salvaguardare la “purezza” della stirpe. D’altro canto, il proliferare di spazi e di occasioni di espressione – blog, forum, riviste, editoria cartacea – permette all’istituzione accademica di giudicare la produzione esterna a se stessa come un immenso ammasso di idiozie, trovando così la giustificazione per perpetuare la propria supremazia.

Esiste, dunque, una posizione per così dire intermedia tra la difesa del privilegio e l’egualitarismo speculativo dell’anarchia culturale? Esiste, ovviamente, a patto di restituire alla dimensione dello scambio pluridirezionale gli incontri pubblici, evitando di porre paletti rigidi per l’accesso alla parola, esportando le esperienze della ricerca scientifica al di fuori delle istituzioni preposte e premunendosi di imporre delle regole preliminari condivise, smascherando i soggetti non adeguati benché purtroppo noti non fornendo loro la legittimità derivante dalla presenza in consessi “ufficiali” (regola valida sia per l’affidamento di contratti di insegnamento che per l’invito a convegni e conferenze). Solo la compresenza di queste attenzioni permette di recuperare un’accessibilità al dibattito in corso e al contempo rilanciare la ricerca, bilanciando così il rigore, guardiano della tradizione consolidata, e le scosse telluriche più recenti e a prima vista inconciliabili. Equilibrio paradossale, per sua stessa definizione perennemente instabile, che obbliga a un lavoro continuo tra teoria e analisi e a un confronto con gli impulsi che possono provenire anche da ambienti sprovvisti di genealogie nobiliari.

L’opposto insomma di quello che potrebbe essere definito il “dispositivo mediale”, che prevede, a seconda delle evenienze, la reiterazione di formule antiquate o l’euforia per un nuovo originario e originante, posizioni speculari accomunate da un adagiamento acritico sopra fenomeni al contrario complessi; inoltre, l’impossibilità di replica e il continuo diaframma posto tra emittenti e destinatari incrementa la posizione dominante delle fonti, che traggono proprio dall’assenza di posizioni critiche o antitetiche la conseguente legittimità del proprio ruolo. Così, tra editorialisti che a causa dello spazio esiguo hanno ormai deciso di elidere dai propri discorsi le parti argomentative e analitiche, esperti e critici che trattano gli oggetti estetici come passatempi per i giorni festivi, studiosi che intendono i medesimi oggetti come pretesti per parlare di attualità o società, i discorsi sopra i fenomeni culturali – nel senso più ampio del termine – assumono oggi contorni oracolari, venendo al contempo degradati ai gradini più bassi nella gerarchia che presiede al grado di dignità conferito a livello sociale. Gerarchia che si dispiega anche all’interno degli stessi fenomeni culturali e degli ambiti disciplinari, sulla base essenzialmente del criterio di “anzianità”: si profila pertanto una rinnovata mappa della liceità degli sconfinamenti e delle ibridazioni, le cui ripercussioni si estendono dal potere interno alla visibilità esterna.

Parità di accesso. È questo dunque il nodo da sciogliere per aprire l’orizzonte della ricerca e per rilanciare un’Italia sull’orlo dell’implosione. Anche perché, a differenza di svariate prese di posizione che si muovono solo su un piano ideale e ideologico, che come tali non derivano da una pressione “fisica” sul proprio corpo, per molti questa chiusura diventa un questione di sopravvivenza. Senza stipendio e senza prospettive, con il marchio dell’infamia impresso a fuoco sulla pelle, una generazione di ricercatori e studiosi di età variabile, dai 25 ai 45 più o meno, sta premendo alle porte chiedendo di entrare, anche solo banalmente perché nel fuori non c’è più spazio. Stanchi di un potere che procrastina la narrazione mitologica di un’età dell’oro dove il mondo funzionava e gli animi erano saldi e puri, aspirano al ritorno di una politica attiva e quotidiana, aliena dalle logiche delle organizzazioni politiche e sindacali che hanno permeato tutti gli anfratti replicando così i meccanismi perversi che pretendono di combattere. Contrassegnati solo dai doveri, reclamano parte di quei diritti che la generazione precedente ha monopolizzato finendo per arrogarseli tutti, in ultimo quello di critica. Cosa di più spregevole del carnefice che si autoaccusa e al contempo si autoassolve?

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