Santo Genet a Siena

Una recensione a “Santo Genet Commediante e Martire”, in scena al Teatro dei Rinnovati, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro il 27 marzo. Regia di Armando Punzo.

All’interno dell’iniziativa Oltre la quarta parete. Tre giornate su teatro e carcere svoltasi dal 21 al 27 marzo a Siena, presso il Circolo Arci Lavoro e sport, martedì 24 marzo il regista Armando Punzo e l’attore Aniello Arena hanno presentato il lavoro della Compagnia della Fortezza.

Le fotografie che accompagnano il post sono state scattate da Samuele Mancini e Serena Mancini (copyright 2015).

© Samuele e Serena Mancini

La Compagnia della Fortezza costituisce un’esperienza, attiva all’interno dell’istituto penitenziario di Volterra dal 1988, attraverso la quale l’attività teatrale si propone nel tentativo di sviluppare le potenzialità umane nel contesto detentivo. Proprio di questo hanno parlato Punzo e Arena, con i loro racconti sulla possibilità del teatro in una realtà estrema come quella carceraria. Per farlo sono partiti dalle loro distinte esperienze, dalle emozioni che in passato, come adesso, spingono con costanza ed entusiasmo il loro lavoro di regista (Punzo) e di “attore recluso” (Arena).

Armando Punzo approda all’istituto penitenziario alla fine degli anni Ottanta dopo un’esperienza di teatro sviluppata dall’insegnamento di Grotowski, svoltasi in quegli anni proprio a Volterra. La scelta del carcere risponde quasi all’esigenza di un isolamento dal mondo, di un ritiro in una foresta immaginaria, dal quale partire per capire dove andare e cosa fare. Lo spazio teatrale nel quale inizia il suo percorso e dove tutt’ora si svolge il lavoro della compagnia è, non a caso, un cortile a metà tra l’interno del complesso carcerario e l’esterno.

Partendo da questi presupposti, il primo “scontro” con il mondo del carcere è stato con i fascicoli dei detenuti, dai quali Punzo avrebbe dovuto trarre informazioni sulle loro storie, ma per le quali non mostrava il minimo interesse. Parla del suo lavoro per negazioni: non è uno psicologo, non è un educatore, né un assistente sociale, tanto meno una dama di carità. Lo muoveva la ricerca della possibilità del teatro lì, in quel luogo, tra quelle persone e in quelle condizioni. Quello che il regista proponeva era un’attività intensa e impegnativa, scandita da lunghe ore di lavoro quotidiano attraverso le quali poter sottrarre tempo al carcere. Il rischio, sempre alle porte, è quello di esaurire la carica vitale presente nel teatro, nel momento in cui si richiudono le celle e il detenuto torna alla sua condizione paradossalmente “pubblica”, alla sua quotidianità di rinchiuso.

Il paradosso, sempre secondo il regista della Compagnia della Fortezza, sta nel fatto che la condizione del detenuto riguarda in qualche modo tutti, in quanto la vita stessa che costruiamo e nella quale agiamo è un carcere, nella sua capacità di risucchiarci in ruoli, etichette, pose. Quelle etichette che Punzo vede materializzarsi negli sguardi degli spettatori davanti ai corpi muscolosi o ai tatuaggi degli attori della Compagnia, testimonianza e ricordo di quel che sono, della realtà alla quale appartengono. Attraverso il teatro avviene il tentativo di uscire da questa logica, proponendo uno spazio e un tempo che non siano scanditi dalle regole del quotidiano vivere quotidiano.

Al discorso meditato di Punzo fa seguito il fiume di parole di Arena, che afferma di non essere in grado di rispondere in modo risolutivo, ma di voler parlare di una esperienza che è viva, tangibile. Come tanti altri carcerati, si è avvicinato al teatro scegliendolo tra le diverse opportunità offerte, per occupare il tempo. Nessuno lo ha forzato ad esporsi, a mettersi in gioco, e di questo è grato, perché solo concedendosi al teatro, il suo tempo interiore ha potuto fare spazio al cambiamento, alla messa in discussione personale che è avvenuta in questi anni. Parla della pratica quotidiana dell’attore, dell’abitudine di imparare un testo a memoria, del farlo proprio, mischiandolo ad altri testi, arrivando a comprendere cosa davvero è entrato nella memoria per restarci. Partendo dalla pratica, dal lavoro, dallo scardinare i testi per rimontarli e farli diventare azione teatrale, si fa strada con il tempo il vero processo riabilitativo, interiore. Dal primo provino fatto su incitamento di alcuni compagni, Aniello Arena ha fatto strada, sempre dentro il carcere, sempre da recluso. Nel 2012 è stato protagonista di Reality, il film di Matteo Garrone. Nel 2013 è uscita la sua biografia, L’aria è ottima (quando riesce a passare), scritta a quattro mani con Maria Cristina Olati. Nel presente c’è il lavoro e la ricerca che attualmente la Compagnia sta portando avanti sui testi di Shakespeare.

© Samuele e Serena Mancini

Il lavoro della Compagnia della Fortezza, nella complessità dei suoi aspetti e dell’ambiente nel quale opera, è visibile ogni anno nella rassegna VolterraTeatro, Teatri dell’Impossibile, che vede coinvolta anche la popolazione, facendo della città un vero e proprio palcoscenico naturale. È una realtà in evoluzione, che ha come sogno quella di creare un complesso penitenziario interamente dedicato al lavoro teatrale. Venerdì 27 marzo, il Teatro dei Rinnovati ha visto la messa in scena di Santo Genet Commediante e Martire, performance che la Compagnia della Fortezza ha elaborato prendendo spunto dall’opera di J. P. Sartre.

L’opera si declina attraverso un flusso di immagini ricercate, una sontuosa messa in scena nella quale si mischiano e confondono personaggi e temi cari all’immaginario di Genet. Capitelli e simulacri installati sul palco fanno da sfondo a un paesaggio che nella sua opulenta eleganza crea un’atmosfera ovattata, decadente, mortifera. Il palco sembra quasi un mausoleo kitsch nel quale vaga al ritmo di un carillon una figura femminile spettrale, una sposa a lutto fuori dal tempo e dallo spazio. La santità di sartriana memoria è espressa nella scelta di una scenografia e di costumi da religiosità popolare. In mezzo a marinai effeminati, intenti al vino e al gioco, sfilano una donna velata in veste azzurra con lo sguardo rivolto al cielo (forse richiamo alla iconografia popolare della Vergine?) e un uomo in vesti cardinalizie. Il santo si mischia con il vizio quando irrompe sulla scena il gruppo di marinai che, servendosi del coinvolgimento di un pubblico compiacente, trasforma il teatro-cimitero in un bordello, tra balli, bische e danze di simulacri.

L’azione è guidata dallo stesso Punzo, narratore dal lungo vestito nero e dalla collana di rose rosse, che con il suo parlare perentorio e quasi profetico intreccia il filo delle azioni sceniche. I personaggi si esprimono nella pluralità dei loro linguaggi: dal calabrese stretto alle melodie di un canto cinese, il tutto in una complessità di identità, chiave di tutto lo spettacolo. Ciascuno grida la propria storia e le proprie emozioni nel modo che più gli è proprio, nella ricerca continua di un dialogo con il pubblico, il quale diventa personificazione del mondo intero. Afferma uno dei primi personaggi a prendere la parola sulla scena.

Scusate, posso spiegarmi? Vorrei che […] tutto si svolgesse in modo tale che voi non ne scorgiate che la bellezza, tanto fuori da questo palcoscenico la nostra vita si confonde con la vostra […] Volere confondere la vostra vita con un lungo funerale? Signori […] illuminatemi in questo sontuoso teatro dove a ogni istante si recita un dramma, così come dicono nel mondo, si celebra una messa.

La celebrazione della bellezza si fa strumento per gridare che la messa in scena non è nient’altro che la vita stessa, un sepolcro fatto di drammi e miserie su cui non resta che gettare fiori. Si potrebbe cercare in questo la chiave di lettura di un’opera tanto complessa che, attraverso la forma d’arte teatrale, getta sul pubblico una pioggia di suggestioni alle quali fa capo la volontà di gridare con ostentazione la propria identità, la propria presenza-azione. Sembra doveroso tornare al testo di Sartre, alle sue parole («Saint Genet è il libro in cui ho spiegato meglio ciò che intendo per libertà»), dalle quali è partito il lavoro della Compagnia della Fortezza. Proprio quella libertà che in Genet costituiva lo scarto tra la condizione iniziale e il punto di arrivo. Si presti attenzione alle parole: lo stato da cui si parte e il movimento che costituisce l’arrivo. La ricerca della libertà avviene attraverso il coraggio e la gioia di mostrarsi, di esprimere ciò che ribolle nell’animo e scoppia nell’entusiasmo e nel grido di ogni singolo attore sulla scena, nel sorriso spavaldo con il quale ciascuno di essi si dona al pubblico nell’azione teatrale, e infine nel bisogno stesso di questa azione.

Io credo che un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che si è fatto di lui.

Genet, quell’ombra sempre presente, anche se mai nominata durante lo spettacolo, è il file rouge della narrazione, nella sua identità di poeta rivendicata con forza e orgoglio attraverso la liberazione dal condizionamento sociale, e il conferimento della dignità di persona piena e completa. Questa liberazione è anche quella di ciascun essere umano, i cui condizionamenti esterni e sociali ne costituiscono una vera e propria etichetta, affibbiata dalla società dei Giusti di cui tutti noi facciamo parte. Genet è il prodotto delle condizioni nelle quali è nato, e in base alle quali è definito, ma la piena e libera espressione del sé gli consente di diventare un eroe della nostra epoca.

Parlo con te, è tua la colpa!

Così grida in dialetto siciliano uno dei personaggi puntando il dito contro il pubblico, nell’atto di smascherare la colpa di quella malafede quotidiana che ci fa tutti possibili retrospettivi traditori. Santo Genet scava nella fitta coltre della messa in scena, tra le musiche e i merletti, sotto ai quali si cela quel movimento verso la liberazione per ciascun individuo, a partire dalla ridefinizione del sé. Ridefinizione che sembra avvenire attraverso la volontà di esporsi, di agire, con quei mezzi che meglio lo consentano: con il teatro, nel caso della Compagnia della Fortezza.

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