Questione di metodo

Recensione a “Immunitas e persona. La filosofia di Roberto Esposito(ETS) di Salvatore Spina.

In un intervento di poco più di un anno fa (11 maggio 2020), Istituzioni e pandemia, Roberto Esposito mostra come le istituzioni, nel loro necessario ripensamento, costituiscano l’unica risorsa che abbiamo nel tentativo di affrontare la crisi sbocciata con la diffusione del virus Covid-19 (un evento “drammaticamente istituente”, secondo Esposito). Con il termine “istituzione”, però, non si intende unicamente lo Stato (nazionale o federale) né un’altra organizzazione “sovrana”: istituzione o, meglio, istituire – e la crisi tutt’oggi in corso chiarisce forse il senso del termine – è la forma (collettiva) che le singolarità creano nel tentativo di accogliere e orientare (e riorientare) quell’evento prorompente che è la vita. Perché, a sua volta, è la vita stessa dei viventi “umani” che, lungi dal presentarsi come nuda vita, si presenta già sempre come vita istituita – politica, formata. Appare dunque imprescindibile, per chiunque oggi voglia saggiare lo stare al mondo dei viventi “umani”, un confronto con il pensiero istituente, uno dei paradigmi di ontologia politica della contemporaneità (gli altri due sono il paradigma destituente e quello costituente) all’interno del quale si situa il lavoro di Esposito.

Il pensiero istituente è strettamente e problematicamente connesso alla biopolitica, perché – come mostra la crisi in corso – “sul piano reale, biopolitica e istituzioni costituiscono i versanti complementari di uno stesso processo” (Esposito, Istituzione, il Mulino, Bologna 2021, p. 129). Sul piano teorico, però, biopolitica e istituzioni appaiono meno legate, in particolare rispetto al modo in cui Michel Foucault ha elaborato il concetto di biopolitica, la cui “‘allergia’ teoretica alla grammatica istituzionale nasce dal prevalente tono antigiuridico della sua intera opera” (p. 130). Tuttavia, la prassi istituente che coinvolge i soggetti è intesa come processo di soggettivazione che molto ha a che vedere con la biopolitica affermativa teorizzata dallo stesso Esposito.

La filosofia di Esposito è caratterizzata da una svolta marcatamente biopolitica, segnata dalla pubblicazione di quella che, a posteriori, possiamo definire una “trilogia”, costituita da Communitas. Origine e destino della comunità (1998), Immunitas. Protezione e negazione della vita (2002) e Bíos. Biopolitica e filosofia (2004), e che affonda le sue radici nel tentativo, con Categorie dell’impolitico (1988), di ripensare la differenza della politica in quanto conflitto all’interno della spoliticizzazione neutralizzante dell’ordine politico moderno. Un così denso e ponderoso lavoro è analizzato con attenzione e acume da Salvatore Spina in Immunitas e persona. La filosofia di Roberto Esposito (ETS, 2020). Volume arricchito da una densa conversazione tra lo stesso Spina e Roberto Esposito.

Risultato di uno studio decennale del pensiero di Esposito, di cui, nell’introduzione al libro, si evidenzia l’attualità in rapporto all’emergenza che tutt’oggi viviamo, il lavoro di Spina è mosso innanzitutto dal tentativo di rintracciare un confronto tra la svolta biopolitica espositiana con le implicazioni storiche, politiche, sociali e filosofiche del nazionalsocialismo. Ma, ancora di più, il tentativo di Spina è di analizzare il fenomeno del nazismo attraverso le categorie filosofiche di Esposito. Non solo, dunque, come per altro fa l’autore, analizzare le radici culturali del fenomeno, ma, di più, presentare una genealogia del nazismo dal punto di vista delle teorie biologiche. Presentare il nesso tra politica e biologia nel nazismo come momento storico in cui forse l’implicazione stessa tra politica e vita diventa evidente, permette a Spina di delineare la peculiarità della biopolitica espositiana e di confrontarla con quella foucaultiana e agambeniana, mettendo in luce le differenze, ma talvolta anche le affinità, tra il pensiero biopolitico di Esposito e quello di Agamben, e della loro differente interpretazione della biopolitica foucaultiana.

Il paradigma dell’immunitas e il dispositivo della persona, che, a ragione, Spina individua come momenti centrali nella biopolitica espositiana, sono utili per analizzare la biopolitica nazista. Ma i due poli sono fondamentali anche per esplorare, contemporaneamente, la stessa biopolitica espositiana: presentando il paradigma dell’immunitas, Spina saggia il “superamento” della biopolitica foucaultiana, che, secondo Esposito, “avrebbe pensato separatamente i due termini, vita e politica, che compongono il lemma biopolitica, e li avrebbe collegati, ancora in maniera estrinseca, solo in una fase successiva” (Spina 2020, p. 45). Esposito, invece, con il paradigma immunitario, riesce a connettere immediatamente vita e politica: “l’immunità non è solo la relazione che connette la vita al potere, ma il potere di conservazione della vita” (Esposito, Bíos. Biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino 2004, p. 41).

Spina conclude il suo lavoro analizzando la pars construens del pensiero di Esposito, ossia l’apertura a una biopolitica affermativa, la cui costruzione l’autore individua nel rovesciamento del paradigma immunitario e del dispositivo della persona che caratterizzano la biopolitica nazista – come per altro mostra lo stesso Esposito: “In Bíos ho scelto la via più difficile – che è quella di partire dal luogo di più estrema deriva mortifera della biopolitica, vale a dire dal nazismo, dai suoi dispositivi tanatopolitici, per cercare proprio in essi i paradigmi, le chiavi, i segni appunto rovesciati, di una diversa politica della vita” (p. 103).

In Immunitas, la centralità della nascita – controllata e soppressa nella biocrazia nazista – e l’esempio della gravidanza, è uno dei luoghi in cui pensare un ribaltamento comunitario dei presupposti immunitari della biopolitica nazista per aprire a una biopolitica altra: “L’esempio della gravidanza rivela come il paradigma immunitario, se portato all’estremo delle sue possibilità, si flette fino a toccare un punto di indistinzione con il proprio opposto comunitario e permette così all’io l’incontro con l’alterità, che lo abita da sempre in quanto scissione, frattura, lacerazione” (p. 111). Il ribaltamento della logica separatoria immunitaria nell’orizzonte di un (conflittuale) pensiero della communitas decreta anche il rovesciamento del dispositivo della persona, che è conseguenza della stessa logica immunitaria, in un pensiero dell’impersonale – momenti centrali della biopolitica affermativa espositiana, che si definisce come politica non sulla vita, ma della vita.

La complessa trama analitica concepita da Spina è messa immediatamente alla prova dallo stesso Esposito nella preziosa conversazione che conclude il volume. È interessante notare, in prima battuta, come Esposito, pur ritenendola lecita, consideri problematica la centralità che Spina conferisce al nazismo in rapporto alla sua biopolitica (p. 121). Pur svolgendo un ruolo euristico significativo, il nazismo non occuperebbe un posto centrale nel pensiero di Esposito, e, tra l’altro, “la riflessione sul nazismo nasce con Bíos, non prima” (p. 122). Per Esposito, infatti, sembra che il problema dell’operazione di Spina risieda proprio nel metodo, ossia nell’aver considerato il fenomeno del nazismo in quanto paradigma della sua stessa filosofia. Al contrario, Esposito chiarisce che la questione del nazismo, “che pure è un fenomeno storico, resta fuori dall’orizzonte della storia. È definito non dal contrasto con esso, ma dalla sua distruzione preventiva” (ivi). Pur riconoscendo la differenza tra orizzonte paradigmatico e orizzonte storico, e dunque riconoscendo (in parte) come lecita l’operazione di considerare il nazismo in quanto paradigma, Esposito si allontana “con nettezza da ogni interpretazione che fa del campo di sterminio il paradigma costitutivo della politica moderna […] il problema è che ogni volta che il piano paradigmatico si sovrappone a quello storico, le conseguenze, o meglio le inconseguenze, saltano agli occhi. […] Gli eventi, nel senso più inteso del termine, sono definiti sempre dalla differenza, mai dall’analogia” (p. 123). Nella critica di Esposito all’operazione di Spina è implicito il riferimento alla biopolitica agambeniana, e alla centralità che in quella biopolitica occupa il fenomeno del nazismo e in particolare dei campi di concentramento nell’analisi del lemma “nuda vita”, che in Esposito non esiste.

Si presenta, di conseguenza, la distanza siderale tra la biopolitica espositiana e quella agambeniana in rapporto all’opera di Foucault. È infatti nella concezione della storia, o meglio, della storicità, che le due biopolitiche si rivelano innanzitutto incommensurabili: se infatti l’utilizzo del paradigma come metodo di indagine dell’attualità, che caratterizza il pensiero agambeniano, è indissolubilmente legato alla particolare concezione dell’origine – e dunque della storia e della storicità – che Agamben mutua da Benjamin e da Warburg (Agamben 2008), Esposito rimane “fedele” a una certa interpretazione del metodo foucaultiano, che non sovrappone origine e attualità, pur riconoscendone la compresenza: “Per quanto lavori sui paradigmi, o i dispositivi – di per sé esterni alla successione storica –, [Foucault] non distoglie mai lo sguardo dagli eventi, colti nella loro assoluta tipicità. Nel concetto foucaultiano di ‘ontologia dell’attualità’, che giustamente valorizzi, i due sguardi, paradigmatico e storico, restano divergenti, s’incrociano solo per differenza” – dichiara Esposito in riferimento al parallelismo dell’autore tra biopolitica nazista e democrazie liberali contemporanee (Spina 2020, p. 123). Ciononostante, la problematicità del metodo adottato può forse indicare che è nel modo di continuare l’opera di Foucault – e dunque nel ripensamento del rapporto tra vita e politica – che va individuato uno dei luoghi in cui si differenziano quei “tre paradigmi di ontologia politica” cruciali per far fronte alla crisi della politica contemporanea.

 

 

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