Il lupo, l’agnello e il ruscello che non era di Alberto da Giussano

di Marco Ambra

I fatti ormai li conoscete tutti. Un uomo di mezza età, professione ragioniere, militante di estrema destra, pianifica e realizza una strage presso il mercato di san Lorenzo, a Firenze, ai danni di due cittadini senegalesi. Una settimana prima, a Torino quartiere Continassa, una ragazza timorata della trasgressione del coprifuoco paterno, si giustifica davanti alla famiglia sostenendo che il ritardo è causato da una violenza sessuale imposta da due uomini di etnia rom.

Immediatamente la famiglia, il clan, il quartiere si organizza per “sensibilizzare” al grido di “ripuliamo la Continassa”, con una fiaccolata di denuncia, l’opinione pubblica della città sul pericolo rappresentato dagli “zingari”. Dal corteo poi, si stacca un gruppo ben nutrito di manifestanti intenzionato a operare un pogrom nel campo nomadi delle Vallette. Last but non least Verona, 15 dicembre 2011, cinque giorni dopo Torino due dopo Firenze. Un ragazzino di origine cingalese viene aggredito con tanto di manganello da due ragazzi un po’ più grandi. Pare che altri ragazzi abbiano assistito alla scena senza intervenire. I tre aggressori sono stati identificati dalle telecamere di sorveglianza del vicino supermercato.

Messi così, in sequenza ravvicinata, i fatti trascendono la loro rappresentazione giornalistica, quella descrittiva della pagina di cronaca, per imporre la necessità di un’interpretazione. Innanzitutto Firenze, la morte violenta di Samb Modou e Diop Mor, la rabbia della comunità senegalese, il bisogno di capire quanto l’appartenenza ideologica di Gianluca Casseri, militante di “casa Pound”, abbia pesato su questa vicenda. Nelle prime ore dopo l’accaduto, l’aspetto della contiguità tra il colore della pelle delle vittime e l’adesione dell’assassino a un’organizzazione dichiaratamente fascista, era ciò che saltava immediatamente agli occhi. Bisogna fare uno sforzo, mettere in prospettiva. Guardiamo al modo in cui la notizia è stata riportata dalle agenzie e dai siti internet dei maggiori quotidiani italiani: ci vogliono più di cinque ore prima che le vittime ascendano alla dignità del possesso di un nome proprio al posto dell’iperdiscriminante vù cumprà. Non tralasciamo poi l’uso delle espressioni che la stampa, da “Libero” al “Corriere della sera”, sceglie per descrivere il fattaccio: “sparatoria” ed “esecuzione”. Come dire: c’è un certo gusto tardo anni Cinquanta, un sapore di polvere tra la via Emilia e il Far West, fra Tex Willer e il tiro a segno della festa de l’Unità (o del santo patrono) a impreziosire il sillabario della cronaca del giorno. Infine la ciliegina sulla torta, la conferma di quanto la reazione istintiva della cronaca lasciava intravedere dietro le fumerie fascistoidi: la cronaca locale. Si guardi la prima pagina del “Corriere di Siena” del 15 dicembre. Sullo sfondo un albero di Natale di plastica, spoglio, sicuramente acquistato in un grande magazzino come promemoria della festa, altrimenti sulla china dell’oblio, trascinata da venti di crisi. In primo piano un uomo, un rappresentante della comunità senegalese, lo sguardo un po’ stupito, quasi non s’aspettasse di essere immortalato. E una scritta, una scritta rossa (rosso sangue o rosso natalizio?): “Siena non è razzista”, ovvero excusatio non petita accusatio manifesta.

Bastano questi elementi, se ne troverebbero sicuramente altri, per concludere che il rigurgito razzista di queste settimane, non ha solo fascisti e neofascisti tra i suoi interpreti. Il clima da anni Trenta denunciato a più riprese in questi giorni, viene da lontano, gode e si nutre attraverso radici ben salde di quell’impensato, di quel serbatoio di pregiudizi arazionali [1], che costituisce il comune sentire, la fonte dell’immaginario politico italiano sull’altro, in particolare dell’immaginario sull’immigrato extracomunitario.

Come ha osservato Umberto Eco, il nostro razzismo è storia vecchia: avere un “nemico” è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori [2]. Aggiungerei, sulla scorta delle considerazioni sulla nascita dell’ideologia razzista moderna di Hannah Arendt, che questo ostacolo denota tutta la fragilità e il vuoto che i valori occidentali (libertà, uguaglianza, fraternità) nascondono nell’involucro della loro roboante affermazione storica [3]. Tuttavia l’immigrato extracomunitario che funge da nemico interno, che pone l’ostacolo nel cuore della vita politica italiana, smascherandone contraddizioni e nonsensi, è per la nostra società un elemento relativamente recente. Altrettanto recente quanto la forza politica che del nemico interno, dell’extracomunitario portatore di tutti i mali, ha fatto un fattore di successo elettorale: la Lega Nord. Quello che mi colpisce di tutte queste vicende, infatti, è che per un ventennio è esistito in Italia un partito con velleità movimentiste, e di chiara matrice razzista, che ha costruito il nemico interno (da Roma ladrona ai “terroni” per arrivare infine all’immigrato extracomunitario) allo scopo di rivendicare un’idea di comunità alternativa a quella della retorica fascista (Dio, Italia, Famiglia) sebbene con essa imparentata. In tal senso la rappresentazione dell’immigrato extracomunitario come nemico interno è funzionale alla produzione di un modello di comunità, che sul mercato elettorale diventa competitivo e antagonista rispetto a quello tradizionale dei partiti della Prima Repubblica e dei cugini fascisti. Si guardi questo spot elettorale del 2008. Il rispetto delle “nostre tradizioni” e della “nostra terra” è il precipitato di un atteggiamento di “protezione” da un invisibile invasore, contro cui il revisionato e revisionista Alberto da Giussano dello spot è pronto a sfoderare i valori dell’eroe della frontiera: l’onestà, il coraggio e l’amore per la libertà.

Il punto qui, come in molte altre discussioni sull’argomento, è il discorso politico della Lega, la proposta sul mercato elettorale di un’idea alternativa di comunità molto competitiva.

Da una parte l’idea esclusivista di comunità prodotta dalla Lega è vicina al comune sentire di una fetta trasversale di società italiana, che per canto suo non ha rinunciato a servirsi del lavoro e della presenza degli extracomunitari al fine di alimentare l’illusione di vivere la stessa opulenta fiaba postfordista di vent’anni fa. Per rimanere nella metafora, la Lega veste bene la parte del lupo che nella favola di Fedro corre a rivendicare il primato sul ruscello e con una scusa qualsiasi – cur, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti? – decide per tornaconto di mangiarsi l’agnello.

Dall’altra parte, l’idea di comunità propagandata dalla Lega, non ha solo svolto la funzione di pretesto per papparsi l’agnello (l’immigrato, che quando non ci sta a farsi a divorare viene aggredito con ancor maggiore cognizione di causa, in quanto “animale selvaggio” poco incline al sacrificio), essa ha infatti intorbidito le acque del dibattito sui diritti negati in Italia a chi, costretto a lasciare i propri affetti e la propria terra, viene a cercare qui la possibilità di un futuro quantomeno dignitoso. In un articolo comparso su “Repubblica” del 20 dicembre, Adriano Sofri scrive le proprie riflessioni a margine della manifestazione di sabato scorso a Firenze, e osserva che l’accusa di “buonismo” rivolta a chi è andato a manifestare con la comunità senegalese di Firenze, serva in realtà a creare fumo per coprire un vuoto, quello dei diritti (al voto, di cittadinanza, lo ius soli, la possibilità per il figlio di un “irregolare” nato in Italia di essere registrato all’anagrafe) necessario per costruire il nemico interno.

Forse della figura del nemico non si può fare a meno, forse le società democratiche hanno bisogno di ostacoli sui quali compattare la comunità, mettere alla prova la coesione garantita dai propri valori. Indubbiamente, si tratta di un’obiezione aspra, importante, con cui le scienze umane devono costantemente confrontarsi. È chiaro tuttavia che l’istanza etica, la possibilità di superare l’ostacolo senza eliminarlo e senza renderlo uniforme all’eteroclito meccanismo che lo incontra, sopravviene solo quando si cerca di capire il nemico, l’agnello. Di comprendere che dalla sua prospettiva è il lupo ad accusarlo di sporcare la fonte, a cercare un pretesto per mangiarlo e infine poter cercare un nuovo difetto al corso d’acqua, a suo uso e consumo.

Note


[1] Si veda l’articolo di Wu Ming 4 sulle (dis)interpretazioni di Tolkien a destra: il concetto chiave è la nozione spengleriana (e romantica) di “idee senza parole” come chiave di volta al nucleo prerazionale della realtà.

[2] Eco U., Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano 2011, pp. 9-36.

[3] Arendt H., Le origini del totalitarismo, tr. it. di A. Guadagnin, Einaudi, Torino 2004, Parte II, cap. VI Le teorie razziali prima dell’imperialismo.

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