35 minuti con il fiato sospeso: breve storia di un respiro troppo lungo

Appunti su “Con il fiato sospeso”, presentato nella sezione proiezioni speciali fuori concorso della 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Ci sono storie che quando le incontriamo ci si incastrano dentro e si sedimentano. Possiamo rendercene conto oppure no, sta di fatto che loro, più o meno silenziosamente, si insinuano tra le nostre corde e cominciano a lavorare. Come sostanze chimiche: le vediamo, le scrutiamo, le raccogliamo, le teniamo tra le dita, le guardiamo contro luce, le annusiamo e ci entrano in circolo.

È accaduto così a Costanza Quatriglio, a Venezia in questi giorni in occasione della 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con il mediometraggio nella sezione ufficiale del fuori concorso Con il fiato sospeso, che cinque anni fa ha preso tra le mani il documento che ha sollevato la spinosa questione della gestione dei rifiuti chimici nei locali dell’ex facoltà di Farmacia di Catania, e non ha più smesso di stringerlo.
Il memoriale di Emanuele Patanè, dottorando di ventinove anni deceduto per un tumore al polmone nel 2003 a causa dell’intossicazione contratta durante mesi prolungati di lavoro all’interno dei laboratori della facoltà catanese, è diventato vettore di un lavoro di approfondimento, fattosi sceneggiatura e diventato film.
Il carico di intensità di una vicenda tanto dolorosa, complessa e ancora irrisolta, sommato all’ingombrante mole di materiali raccolti negli anni di ricerca dalla regista, trovano in questa traduzione cinematografica una delicatezza davvero inaspettata.
Un contributo importante in questo senso è da attribuire a Alba Rohrwacher, attrice principale, capace di acquisire il corpo di questa esperienza driblando ogni rischio di patetismo e restituendo alla storia il suo pudore. La gentilezza recitativa della Rohrwacher nella parte di Stella, studentessa che racconta la propria esperienza di ricerca e avvelenamento al laboratorio, assieme alla presenza di Anna (Anna Balestrieri, membro del gruppo Black Eyed Dog) a tratti silenziosa e ad altri canora, si intreccia alla voce narrante fuori campo di Emanuele, interpretata da Michele Riondino, che fa da collante all’evoluzione narrativa di una storia di vita universitaria diventata giudiziaria.

Costanza Quatriglio in Con il fiato sospeso, sorprende il pubblico decidendo di raccontare una storia dai connotati così morfologicamente documentaristici, sotto forma di finzione senza però abbandonare la forma del linguaggio attraverso cui la realtà solitamente viene raccontata sul grande schermo. Si tratta di un gioco di registri rappresentativi che consentono all’autrice di dosare in modo intelligente l’emotività di un testo tanto delicato, di restituire all’esperienza specifica una collocazione meno parziale e di mostrare senza paura come oggi fare cinema non significhi attenersi ad un linguaggio o un altro, bensì essere capaci di mettere i linguaggi in relazione tra loro.

Sullo sfondo della ricostruzione della storia drammatica degli studenti e delle studentesse della facoltà di Farmacia di Catania, prende corpo l’immagine di un’Italia intrappolata nelle responsabilità di cui non si fa carico: paese che incastra i propri figli e le proprie figlie a una relazione di nociva dipendenza oppure ai margini delle proprie stanze.
L’obbiettivo della macchina da presa inchiodato a fasi alterne al volto nudo di Stella mentre racconta della passione per la ricerca e della sua progressiva intossicazione, e alle mani degli studenti nel laboratorio mentre maneggiano polveri, ampolle e liquidi, mostra al microscopio gli interstizi di una vicenda colposa, quasi dimenticata e tutt’oggi oggetto di un procedimento giudiziario.

Il lancio del film è accompagnato da uno spazio web dedicato alla raccolta e alla diffusione in tempo reale di nuove testimonianze. Si tratta di un progetto di comunicazione online che si avvale degli strumenti partecipativi forniti dalla rete per dare vita a un luogo capace di restituire statuto di narrazione collettiva a un’insieme di storie molto spesso costrette a restare intrappolate nei confini della loro singolarità.

 

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