Politiche del contemporaneo

Cosa pensa la sinistra dei confini aperti? Parte seconda

Pubblichiamo la seconda di tre serie di interventi su sinistra e confini aperti recentemente apparsa su Political Critique. Le risposte alla domanda con cui si intitola la serie sono di Sandro Mezzadra, Céline Cantat, Justin Akers Chacón, Carol Farbotko, Christine Leuenberger. Le traduzioni sono di Francesco Zucconi, Cecilia Cruccolini, Antonio Iannello. Qui la prima serie. 

Sinistra confini aperti

Sandro Mezzadra1

“Confini aperti” non è lo slogan del giorno. Piuttosto, dagli Stati Uniti all’Europa, dall’India al Brasile, la rivendicazione del controllo sovrano sui confini sta dando forma alla retorica e alla politica nella congiuntura globale che stiamo vivendo. Il nazionalismo e l’autoritarismo assumono “confini porosi”, per ricordare una frase spesso usata dagli studiosi critici di frontiera negli ultimi due decenni, come sintomo di una sorta di mancanza nel corpo della nazione, come una ferita che deve essere guarita attraverso muri e filo spinato.  

Anche all’interno della sinistra non mancano argomenti e posizioni che mirano a “occupare” i significanti del nazionalismo, prendendo confini stabili come condizioni per proteggere il “benessere” delle classi operaie e popolari indigene. Nel frattempo, i migranti continuano a sfidare le frontiere in molte parti del mondo, rischiando spesso la loro vita. 

Gli argomenti a favore dei “confini aperti” e, ancor più radicalmente, del “senza confini” sono spesso basati su presupposti normativi e al confine tra liberalismo, discorsi sui diritti umani e anarchismo (ma si deve anche rimanere consapevoli del fatto che ci sono anche istanze libertarie di “confini aperti” dentro la destra).

Personalmente tendo a prendere una distanza critica da tali argomenti (per quanto li abbia in simpatia) e a focalizzarmi sulla materialità della sfida che ho appena citato, così come sugli effetti (altrettanto materiali) di gerarchizzazione delle operazioni di confine, sia al confine sia all’interno degli spazi che si suppone che esso delimiti.

Le frontiere sono infatti molteplici ed eterogenee, svolgono un ruolo cruciale nel plasmare e rendere possibili relazioni di dominio e sfruttamento, attraversano spazi sociali e mercati del lavoro. È da un’attenta analisi delle lotte che circondano questi molteplici confini che la sinistra può trarre ispirazione per forgiare una politica di confine oggi urgentemente necessaria.

Aprire i confini deve essere inteso come un obiettivo urgente e come risultato di tali lotte, che più in generale mettono in discussione i rapporti di dominio e sfruttamento cristallizzati e riprodotti dai confini. Ciò vale sia per i confini interni che frammentano e dividono la composizione contemporanea del lavoro, sia per i confini internazionali che inquadrano gerarchicamente e separano spazi di vita, cooperazione sociale e produzione.

Una politica di confine basata sulle potenzialità delle lotte di confine è quindi oggi un aspetto fondamentale della politica del lavoro e, allo stesso tempo, uno strumento cruciale per la reinvenzione dell’internazionalismo. Tale politica dovrebbe essere a fondamento di ogni pratica di sinistra.

Céline Cantat2

I confini giocano un ruolo chiave nel sostenere l’idea della nazione: a livello simbolico, rimandano a una separazione tra coloro che sono considerati appartenenti alla comunità nazionale e coloro che non lo sono. A un livello più concreto, i confini svolgono una funzione di filtraggio e stabiliscono una gerarchia delle persone a seconda delle percezioni sulla razza, sul genere e sulla classe di coloro la cui presenza è desiderabile in maniera legale ma che potrebbe essere resa illegale, spesso ai fini dello sfruttamento lavorativo.

I confini non sono sempre stati fatti rispettare in maniera severa. Se si osserva in particolare l’ascesa del capitalismo industriale, si può notare l’aumento della loro rilevanza in relazione ai rapporti sociali capitalisti. Per mantenere un ordine sociale ed economico basato sul disciplinamento delle classi lavoratrici emergenti, le classi dominanti si sono rivolte alle ideologie della nazione e dell’appartenenza nazionale.

L’idea della nazione, intesa come una comunità di interessi definiti sulla base di presunti elementi storici e socioculturali comuni, è diventata una risorsa ideologica fondamentale per neutralizzare la lotta di classe. Persone con interessi e appartenenze di classe differenti sono state incoraggiate a immaginarsi come una comunità. I confini territoriali hanno finito per indicare queste comunità nazionali immaginate, identificate in contrasto rispetto ai vari “altri” (che si trovano dentro e fuori dai confini nazionali), mentre l’esercizio del loro controllo ha fornito l’occasione per l’autorità degli Stati di mettersi in mostra, questi ultimi in qualità di difensori della “nazione”.

Il processo di normalizzazione delle identità nazionali ha richiesto sforzi congiunti da parte delle classi dominanti di questi Stati nazione dell’Europa occidentale. Tale processo spesso si è basato sulla coercizione, dal momento che la produzione di (un’apparenza) di omogeneità nazionale richiede che le differenze locali e regionali vengano soppresse e che i presunti non integrati siano identificati ed esclusi. Come ha notato Philip Marfleet, l’applicazione dei confini nazionali ha anche determinato una contraddizione: mentre il nazionalismo sosteneva gli interessi capitalisti neutralizzando le lotte di classe in nome dell’unità nazionale, la spinta espansionista del capitale e la sua necessità di forza lavoro non hanno sempre coinciso con la linea stabilita dal confine. Tale contraddizione è ancora oggi invariata.

Di conseguenza, i confini vengono sempre attivati con particolari configurazioni economico-politiche. La loro apertura e chiusura riflette il bisogno del capitale di manodopera e mostra come il sentimento nazionalista venga utilizzato come risorsa politica da parte dei governi in determinati momenti storici. Perfino quando si fa riferimento al nazionalismo nei dibattiti politici e pubblici, giungendo a chiedere la chiusura dei confini, diversi governi occidentali europei si sono mostrati tolleranti nei confronti di forza lavoro sprovvista di documenti. Questi migranti, resi illegali e invisibili dal, e proprio nel confine, sono una grande attrattiva per i datori di lavoro.

Oggi, dovendo affrontare le crisi cicliche dell’economia capitalista globale, i governi fanno nuovamente ricorso allo spauracchio del migrante emarginato per spostare le responsabilità e distrarre l’attenzione. Di recente, di fronte alle richieste di riforme sociali ed economiche in Francia, il presidente Macron ha risposto con la promessa di introdurre “quote di migranti” in un esempio lampante della loro strumentalizzazione per diffondere una rabbia popolare destinata alle classi dominanti.

Queste politiche dei confini hanno avuto come esito tragedie umane di proporzioni enormi con decine di migliaia di persone che affrontano morti brutali ed evitabili su gommoni malsicuri, sul retro di camion, nei centri di detenzione, nelle mani del personale dedicato alla deportazione nel corso degli ultimi decenni. La Sinistra oggi deve combattere la nozione divisiva di fedeltà alla nazione; essa necessita di un internazionalismo che comprenda il ruolo degli Stati nazione e dei loro confini nel mantenimento del capitalismo e dello sfruttamento, e deve essere solidale con i lavoratori e le lavoratrici da una parte e dall’altra dei confini.

Sinistra confini aperti

Confine di El Paso-Juarez. Iwan Baan, 2018.

 

Justin Akers Chacón3

Il primo motivo immediato a favore dell’apertura del confine tra Stati Uniti e Messico è umanitario. Il confine militarizzato include seicento miglia di barriera fisica rinforzata da una tecnologia bellica che spinge i migranti verso un terreno distante e mortifero, lontano dai punti di accesso sicuri stabiliti. Il confine è pattugliato da migliaia di agenti armati che uccidono e aggrediscono impuniti. Il sistema parzialmente chiuso del confine esiste soltanto per chi migra in povertà e lavora – dal momento che il capitale e chi è abbiente lo attraversano liberamente – ed è responsabile per le morti e la scomparsa di migliaia di persone.

I confini aperti richiedono lo scioglimento e l’abolizione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia statunitense per le dogane e l’immigrazione, il secondo braccio interno della repressione. Ventimila agenti dell’ICE lavorano come cacciatori di migranti in tutto il paese, analogamente a cacciatori di schiavi moderni che acciuffano persone dalla strada, dai luoghi di lavoro e dalle case. Puntano deliberatamente gli attivisti politici nelle comunità di persone sprovviste di documenti e incanalano i detenuti in un’industria della detenzione altamente corrotta e dedita al profitto. Ogni giorno, la macchina sempre in funzione della deportazione sradica e separa le famiglie, distruggendo delle vite.

Una seconda ragione politica a favore dell’apertura dei confini ha origine dalla prima. Dal momento che la manodopera immigrata è essenziale per l’economia statunitense, la repressione è diventata un meccanismo finalizzato non ad espellere l’insieme di coloro che sono sprovvisti di documenti, ma a estrarre più valore aggiunto dalla loro forza lavoro, amministrandone la presenza. Ciò include lavoratori e lavoratrici che attraversano i confini senza autorizzazione, così come i lavoratori o lavoratrici dal “colletto bianco” i cui diritti lavorativi sono strettamente limitati dai regimi dei visti controllati dal datore di lavoro.

L’assoggettamento della porzione transnazionale della classe lavoratrice attraverso le politiche esclusive della cittadinanza razzializzata previene una sua completa integrazione democratica. Mantenendo un esercito di agenti e un regime di leggi che rafforza la marginalizzazione di coloro che sono sprovvisti di documenti attraverso una rimozione sistematica, ha permesso ai capitalisti di avere la meglio sulla loro precarietà per svalutare il loro lavoro.

Ciò ha inaugurato un’economia del lavoro multistrato con il cui rango più basso coincide un divario di iper-sfruttamento che si va espandendo. Intere industrie hanno tratto profitto dal deterioramento amministrativo della forza lavoro priva di documenti, abbassando ulteriormente il livello dei salari e delle condizioni lavorative.

I capitalisti si servono del rispetto dei confini come di un randello per reprimere politicamente la forza lavoro transnazionale, dal momento che quest’ultima oggi, e storicamente, è la più attiva nel resistere alle proprie condizioni di sfruttamento. I lavoratori migranti portano con sé le loro storie, le loro visioni politiche e le proprie tradizioni di organizzazione.

Quando circa tre milioni di lavoratori sono stati legalizzati con la sanatoria della Legge sul Controllo e la Riforma dell’Immigrazione del 1986, il movimento dei lavoratori statunitense vide la sua più grande avanzata degli ultimi tempi dal momento che lavoratori e lavoratrici migranti avevano aderito in massa ai sindacati. Per questo motivo la repressione politica dei migranti funge da barriera alla solidarietà tra lavoratori e alla sindacalizzazione.

Aprire il confine contribuirebbe a indebolire la funzione ideologica dell’imperialismo dal momento che la proiezione della forza militare a livello internazionale è affermata sulla creazione di minacce esterne/interne attraverso un allarmismo razzista e xenofobo. L’aumento della militarizzazione del confine, lo “stato di sicurezza nazionale”, la guerra permanente e un establishment di destra fazioso, sono tutti radicati nella criminalizzazione e nella demonizzazione protratte di gruppi razziali e nazionali soggiogati, a partire dal “nemico” estero fino al migrante al nostro confine.

Sinistra confini aperti

Mani Albrecht, CBP.

Carol Farbotko4

La sinistra deve chiedersi quale(i) problema(i) prova a risolvere attraverso le proposte di apertura dei confini. Se i confini fossero aperti i rifugiati sarebbero più sicuri o accolti meglio nei nuovi paesi? Non necessariamente. Le fughe, i trasferimenti forzati e l’espropriazione di risorse sono probabilmente motivi di ingiustizia più rilevanti, direi fondamentali, rispetto alla chiusura delle frontiere.

Si potrebbe fare un esempio sull’apertura delle frontiere a beneficio di quelle popolazioni situate in Stati nazione insulari che sono esposti al rischio di sfollamento internazionale a causa dei cambiamenti climatici: in particolare l’erosione costiera e le inondazioni. Molti cittadini delle isole del Pacifico di Tuvalu e Kiribati, in particolare gli anziani e i meno istruiti, non possono accedere a un visto permanente che consentirebbe loro di migrare per difendersi da queste catastrofi. L’apertura delle frontiere fornirebbe la necessaria giustizia climatica in questo contesto?

In realtà, le istanze politiche degli isolani non sono dirette verso l’apertura delle frontiere. Né verso la ricerca di altre soluzioni che potrebbero aumentare le opportunità di muoversi a livello internazionale, come lo status di “rifugiato del clima”. Anzi, la discussione sulle forme di redistribuzione pianificata, spesso animata da buone intenzioni, è considerata, in questi Stati nazione insulari, come insensibile ai diritti degli indigeni, all’autodeterminazione e alla loro cultura. Le persone di Tuvaluan e i-Kiribati stanno spingendo con forza per trovare soluzioni che consentano a coloro che lo desiderano di rimanere esattamente dove sono: a casa. La giustizia climatica, secondo gli isolani, si raggiunge meglio riducendo le emissioni globali di gas serra attraverso frontiere aperte.

Eppure non si può parlare di politica isolazionista. I popoli Tuvaluans e i-Kiribati migrano spesso in Nuova Zelanda, nelle Fiji e in Australia, sotto specifiche categorie di visti di lavoro e di istruzione, spesso attraverso le quote. Visti che sono limitati alle persone in età lavorativa e occupate o con alti risultati scolastici, e alle loro famiglie. La destinazione finale prevista, comunque, è sempre Tuvalu o Kiribati. La migrazione è, almeno attualmente, considerata un soggiorno temporaneo, un mezzo per un fine, anche se dura molti anni o perfino generazioni. La libertà di sognare di tornare alle isole, tornare in patria, tornare al posto che è giustamente loro, rende la migrazione sopportabile. Una libertà che scomparirà se le isole diventeranno inabitabili.

Un confine aperto, consentendo la libera circolazione in un luogo come l’Australia, potrebbe accelerare una narrazione di abbandono tra chi resta; finanziatori e inquinatori avrebbero meno motivi per facilitare misure volte a proteggere le isole da ulteriori danni. L’apertura delle frontiere può, in alcuni casi, fare ben poco per smantellare le forze non di rado colonialiste che in primo luogo spodestano le persone e, forse, addirittura consolidarne l’impatto.

La decisione di aprire i confini può essere giusta in specifiche circostanze, ma non può, da sola, garantire la giustizia.

Christine Leuenberger5

Politici ed esperti tendono a essere d’accordo: i flussi migratori continueranno. Di fronte ai popoli in movimento, nel ventunesimo secolo, lo sviluppo di politiche e programmi per integrare i migranti in modo efficace è diventato una delle principali sfide del decennio. Instabilità politica e diseguaglianze economiche non solo continueranno a spingere i migranti verso Paesi più sicuri e più prosperi, ma i cambiamenti climatici sposteranno le persone attraverso inondazioni, tempeste, innalzamento del livello del mare, scarsità di cibo e acqua ed effetti dei relativi conflitti.

Politici ed esperti tendono a convergere anche su un’altra questione: sul fatto che erigere muri per contrastare l’arrivo di migranti non risolverà le sfide del ventunesimo secolo. I muri tendono a deviare il flusso di persone verso passaggi più pericolosi e a incoraggiare attività illegali lungo i confini. Eppure, con il numero di paesi in forte crescita demografica e i confini che si irrigidiscono, le istanze di apertura dei confini sembrano inutili.

Per i politici, la nozione di confini aperti rassomiglia a un campo minato, eppure gli economisti tendono da tempo a valutarne positivamente gli effetti. Un economista classico come John Kenneth Galbraith ha già sottolineato nel suo libro The Nature of Mass Poverty nel 1979 che «la migrazione, abbiamo visto, è la più antica azione contro la povertà… è un bene per il paese di destinazione e aiuta a rompere “l’equilibrio della povertà” nel paese da cui provengono. Qual è la perversità dell’animo umano che fa sì che le persone resistano così strenuamente a un bene così ovvio?»

L’apertura delle frontiere è sempre stata una soluzione efficace per migliorare la crescita economica, affrontare le disuguaglianze globali e ridurre la povertà. Di fatto, i confini nazionali impediscono la crescita economica. Essi intrappolano il capitale umano in luoghi in cui i talenti e le competenze delle persone non vengono utilizzati, e cementano le diseguaglianze sui territori d’origine. Al contrario, la libertà di movimento per soddisfare le richieste di manodopera nelle zone ricche potrebbe essere vantaggiosa sia per i migranti sia per i paesi di destinazione del loro viaggio.

Molti sostengono che aprire le frontiere – anche solo in parte – sarebbe un programma contro la povertà più efficace della somministrazione di aiuti stranieri. Le rimesse dei migranti contribuirebbero alla stabilità economica del loro paese d’origine. Inoltre, i migranti che sono liberi di spostarsi hanno meno probabilità di insediarsi in modo permanente e più probabilità di diventare migranti “itineranti”, per poi tornare nel loro paese, riportando competenze e risorse.

Nei paesi che accolgono migranti, gli oppositori alle migrazioni spesso presumono che le dimensioni dell’economia siano fisse e che i migranti portino via i posti di lavoro dai lavoratori già presenti. Le economie, però, crescono anche in risposta alle migrazioni. I migranti spesso possono creare posti di lavoro. Inoltre, tendono ad essere giovani, hanno basse spese mediche e contribuiscono ai fondi pensione – attributi vitali in paesi con una forza lavoro in cui sempre di più aumenta l’età media.

Infine, un’economia globale implica anche risposte a imperativi morali. Alcuni paragonano l’eliminazione dei limiti alle migrazioni con l’abolizione della schiavitù e il riconoscimento dei diritti delle donne. In ognuno di questi casi, dopo le lotte, non solo la diseguaglianza divenne insostenibile, ma l’integrazione economica degli afro-americani e delle donne stimolò la crescita economica aumentando la ricchezza generale dei paesi di destinazione. Aumentare le diversità aumenta l’innovazione e la produttività. Non c’è dubbio che le migrazioni siano un bene per l’economia e per la società. E anche se volessimo resistere a “un bene così ovvio”, dovremmo ancora affrontare il problema che il modo in cui rispondiamo oggi ai movimenti di popolazioni definirà il mondo in cui vivremo domani.

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Note

  1. Professore associato di Teoria politica all’Università di Bologna. Attualmente fa parte di the ‘Mediterranea’ project. Tra le sue pubblicazioni: In the Marxian Workshops: Producing Subjects (Rowman & Littlefield, 2018). È anche autore, con Brett Neilson, di Border as Method, or, the Multiplication of Labor (Duke University Press, 2013).
  2. Ricercatrice presso il CEU di Budapest, lavora a un progetto sull’attivismo pro-migranti e sull’attivismo condotto proprio da questi ultimi nell’Europa sudorientale. I suoi interessi di ricerca includono la globalizzazione, la solidarietà nei confronti dei migranti, il razzismo e l’esclusione in Europa, come si forma uno stato e le dinamiche del dislocamento di massa.
  3. Professore di studi chicani a San Diego, California. Tra le sue ultime pubblicazioni Radicals in the Barrio: Magonistas, Socialists, Wobblies and Communists in the Mexican-American Working Class (Haymarket, 2018) e No One Is Illegal: Fighting Racism and State Violence on the US-Mexico Border (insieme a Mike Davis) (Haymarket, 2018).
  4. Fa parte del Center for Social and Cultural Research della Griffith University, Australia. È autrice e co-autrice di molti articoli accademici e interventi sulla stampa in relazione alla mobility justice nel contesto dei cambiamenti climatici. Tra i lavori più recenti: A world on the move, No retreat: Climate change and voluntary immobility in the Pacific Islands, and Transformative mobilities in the Pacific.
  5. Docente presso il Dipartimento di Scienze e Studi Tecnologici presso la Cornell University (Ithaca). Al suo attivo numerose pubblicazioni accademiche, libri e interventi pubblici. Ad esempio, Crumbling Walls and Mass Migration in the Twenty-First Century, in Open Borders: In Defense of Free Movement (University of Georgia, 2019) e Maps as Politics: Mapping the West Bank Barrier.
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