Politiche del contemporaneo

Cosa pensa la sinistra dei confini aperti? Parte prima

Pubblichiamo la prima di tre serie di interventi su sinistra e confini aperti recentemente apparsa su Political Critique. Le risposte alla domanda con cui si intitola la serie sono di Tithi Bhattacharya, Joseph Carens, Harald Bauder, Parvathi Raman, Viewpoint Magazine Editorial Collective. Traduzioni di Cecilia Cruccolini, Antonio Iannello, Nicola Perugini, Gabriele Proglio, Francesco Zucconi.

Khaled Jarrar, The Infiltrators (2012).

Tithi Bhattacharya1

I confini esistono affinché il capitale possa:

  1. controllare la distribuzione globale della forza lavoro e
  2. rafforzare ideologicamente lo stato nazione nello sfruttamento della classe lavoratrice “nativa”, legittimandone il controllo.

Qualsiasi controllo dei confini, non importa quanto minimo o temporaneo, costituisce una forma di supporto di questo insieme di tecnologie politiche che chiamiamo confini.

Nonostante la questione dei confini aperti possa sembrare scontata a sinistra, la realtà è molto diversa. Storicamente parlando la sinistra organizzata, sia nelle sue forme socialdemocratiche, sia nelle declinazioni staliniste, vanta un passato nebbioso in termini di controllo dei confini e aiuto ai migranti. Oggi che il neoliberismo incespica dopo la crisi del 2008, diversi regimi socialdemocratici europei hanno fatto della retorica anti-migranti il loro tratto distintivo.

In Grecia Syriza, che aveva promesso di chiudere i centri di detenzione per i migranti, ora amministra questi stessi centri in cui i migranti sono privati delle risorse fondamentali per combattere la fame, il freddo e l’isolamento sociale. A questo si aggiunge l’accordo del governo greco con la Turchia per fermare i flussi di migranti diretti verso l’Europa. In Francia il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, si è a lungo opposto al libero movimento anche solo all’interno dell’Unione Europea. Gli eventi tedeschi sono forse un distillato di questa tendenza politica. Nel settembre del 2018, Sarah Wagenknecht e Oskar Lafontaine, due noti politici di sinistra della Die Linke, hanno lanciato, con il supporto di sezioni della sinistra internazionale, Aufstehen, un movimento che si batte apertamente per l’imposizione di controlli sulle immigrazioni nel nome della prosperità dei lavoratori tedeschi.

Non voglio mettermi a fare una lista dei tradimenti messi in atto da varie traiettorie della sinistra contemporanea. Piuttosto voglio mostrare come per la sinistra anti-capitalista la questione dei confini aperti non sia una questione qualunque. La questione è centrale. Per esempio, uno non può battersi per il diritto universale alla salute solo per una sezione della classe lavoratrice globale – coloro che per caso geografico hanno una determinata cittadinanza – negando così lo stesso diritto al resto della stessa classe.

Chiunque abbia attraversato i confini internazionali sa che lasciare la propria casa non è una decisione facile. La maggior parte delle persone che cercano asilo in Europa è stata costretta a farlo da guerre violente che la stessa Europa ha causato nelle loro terre d’origine. Negli Stati Uniti sono le famiglie latino-americane devastate dalle dittature foraggiate dagli Stati Uniti e dalle politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a cercare di passare i confini per cercare una vita migliore.

Se queste famiglie si trovano ai confini di Paesi i cui governi sono collusi con la privazione di una vita dignitosa a cui sono sottoposte, allora i confini dovrebbero essere completamente aperti, non perché l’Occidente dovrebbe essere compassionevole, ma perché è un diritto di queste famiglie chiedere ai governi occidentali ciò che gli è stato sottratto.

Nei prossimi anni i disastri del capitalismo obbligheranno ancora più persone sul nostro pianeta a lasciare le loro terre. L’aria e il suolo saranno contro di loro. Le persone che migrano non possono essere accolte in base al principio liberale secondo cui portano nuova forza lavoro e creatività in Occidente. Questa è una logica capitalista applicata ai regimi di organizzazione del lavoro. La sinistra deve assicurare a tutte le persone il diritto al libero movimento perché i confini esistono solo per favorire l’accumulazione di capitale. A volte attraversare un confine è un puro atto di sfida.

“Lavoratori del mondo, unitevi” non ha significato politico se non si riempie questo invito con forme pratiche di solidarietà tra tutti i lavoratori e le lavoratrici. Mentre il capitale innalza fili spinati e muri lunghi chilometri, e mentre militarizza i mari, il compito della sinistra è di smantellare tutto ciò, in particolare la tensione ostile tra “migrante” e “lavoratore”. Una carovana migrante è una classe lavoratrice in movimento. Il sostegno attivo al libero movimento costituisce dunque un elemento di disturbo strategico alla narrazione capitalista.

I confini aperti non sono un “vicolo cieco” da ignorare, ma invece la via per riacquisire una visione politica di sinistra che ci consenta di vedere i meccanismi attraverso cui il capitale gerarchizza il degrado a cui ci vuole condannare.

Joseph Carens2

In linea di principio sembrerebbe esserci un legame chiaro tra sinistra e confini aperti. Nel mondo di oggi il controllo arbitrario dell’immigrazione serve a proteggere chi vive negli Stati ricchi. Una vera libertà e uguaglianza sarà possibile solo in un ordine globale in cui le differenze economiche tra le comunità politiche e al loro interno (qualsiasi sia la loro forma) verranno ridotte drasticamente e nessuno sarà assoggettato all’oppressione politica.

Se un contesto di questo genere diventasse realtà, i confini aperti servirebbero a proteggere importanti libertà umane (visto che trattiamo la libertà di movimento come un importante diritto umano all’interno delle nostre comunità politiche), ma i confini aperti non produrrebbero grandi spostamenti di persone visto che la maggior parte di esse non cercherebbe di muoversi se avesse un’opzione di vita decente a casa. Ci potrebbero poi essere dei casi occasionali, in cui verranno tollerate costrizioni occasionali imposte alle entrate in un determinato territorio. Questi non avranno lo scopo di proteggere un privilegio, ma costituiranno un’eccezione giustificabile alla regola generale dei confini aperti. Per esempio nel caso delle comunità indigene, a cui potrebbe essere consentito limitare l’insediamento sui loro territori.

A livello pratico comunque dobbiamo essere più cauti. Quando prendiamo decisioni politiche dovremmo sempre tenere in considerazione i rischi, le probabilità e le conseguenze sia di cosa stiamo suggerendo come soluzione sia delle sue alternative. In politica non è mai abbastanza concentrarsi solo sulle questioni intrinseche a una specifica scelta.

Dunque, esistono due preoccupazioni relative ai confini aperti e alle politiche ad essi connesse. Per prima cosa va sottolineato come alcuni a destra (ad esempio il Wall Street Journal) sono a favore dei confini aperti perché vedono nel libero movimento un modo per ridurre le protezioni sociali esistenti. Dovremmo prendere in considerazione le conseguenze a breve e lungo termine che le proposte di apertura alle migrazioni possono produrre sull’uguaglianza economica. Dovremmo diffidare delle proposte che mirano ad aumentare il numero di lavoratrici e lavoratori migranti a termine, con contratti senza protezione, e così via. In secondo luogo, non è un caso che Donald Trump dica che i democratici che si oppongono al suo muro al confine con il Messico sono a favore dei confini aperti (nonostante essi non lo siano). La maggior parte delle persone in Europa e in Nord America non accettano l’idea di confini aperti, anche solo in principio, ma molti di loro si oppongono alla discriminazione religiosa (ad esempio il divieto contro i migranti musulmani proposto da Trump) e sono favorevoli all’idea che i richiedenti asilo dovrebbero essere sottoposti a un giusto processo di valutazione delle loro domande. In questo contesto sarebbe un errore politico e intellettuale creare una connessione tra le idee moderate di aiuto ai migranti e l’idea di confini aperti.

Akram Zaatari, Monument #5 Le scandale, 1999.

Harald Bauder3

L’idea di “confini aperti” deve essere distinta da quella di “no ai confini”. Sebbene entrambi i concetti possano essere associati alla Sinistra, sono basati su presupposti fondamentalmente diversi.

“Confini aperti” presuppone che la superficie della Terra sia divisa in territori nazionali reciprocamente esclusivi, e che i confini tra questi territori siano aperti in modo tale che le persone si possano muovere liberamente tra i Paesi.

Tutti gli schieramenti politici sono a favore dei confini aperti. Per quanto concerne la destra, il libero mercato lamenta, a volte, che il fattore di produzione che chiamiamo “lavoro” non è completamente libero e che la sua mobilità è limitata dai confini internazionali, da cui scaturirebbero distorsioni economiche e inefficienze. Per quanto riguarda il centro, i pensatori liberali rigettano i privilegi di nascita e suggeriscono che lo slogan “confini aperti” consentirebbe alle persone nate nei Paesi in condizioni sfavorevoli di trovare un riscatto rispetto a coloro che sono nati in Paesi ricchi, sicuri e democratici.

Per la Sinistra “confini aperti” significa intendere lo Stato-nazione come uno strumento dello sfruttamento capitalistico e del colonialismo in corso, che usa i suoi confini territoriali per preservare i privilegi dell’élite dominante. In questo contesto, i confini dividono la forza lavoro globale e pongono i lavoratori e le lavoratrici di diversi Paesi gli uni contro gli altri; pratiche e visti ineguali facilitano la mobilità globale dei ricchi e privilegiati, mentre negano la mobilità globale ai poveri; inoltre i confini mantengono un sistema coloniale di dominio globale. Se i confini fossero liberamente attraversabili si mitigherebbero queste ingiustizie globali e si consentirebbe alle persone di scappare dalla guerra, dalla fame, dalla distruzione ambientale e dalla disperazione economica imposte dal capitalismo e dal colonialismo.

“No borders” è molto più di un’idea, implica un mondo fondamentalmente diverso in cui i confini non esistono più. Tale istanza sfida l’organizzazione territoriale della popolazione globale in Stati nazione e le pratiche di razzializzazione e colonizzazione che dividono le persone lungo linee di cittadinanza e di status.

Sebbene queste due posizioni sembrino essere incompatibili dal punto di vista teorico, le pratiche politiche della Sinistra spesso le combinano. Mentre uno stile di vita e una politica radicalmente trasformati possono essere l’obiettivo ultimo, è anche importante agire progressivamente nel contesto delle circostanze politiche esistenti e di un’organizzazione territoriale in cui gli Stati sono un dato di fatto. La questione dei confini aperti è, cioè, per la sinistra, un passo pragmatico verso la realizzazione della giustizia sociale globale.

Parvathi Raman4

La discussione sulla “crisi migratioria” è, in realtà, un dibattito politico rispetto a chi ha il diritto di muoversi. Una élite globale gode di una mobilità che è in gran parte non ostacolata da controlli al confine. Ma, visto che il mondo transnazionale diventa sempre più connesso, si è agito alimentando una crescente disuguaglianza e un aumento delle restrizioni sui movimenti degli “altri” del mondo, che il più delle volte sono “altri” razzializzati.

Nello stato di cose attuale i controlli alle frontiere, per gli “altri” del mondo, semplicemente non funzionano. Il “regime migratorio” internazionale è un affare violento e brutale e rende il mondo un posto più pericoloso. Inoltre, esso alimenta il mercato delle migrazioni illegali. La convinzione che noi in Occidente abbiamo il diritto di decidere chi ha il diritto di spostarsi e verso dove è forse uno dei più pericolosi miti dei nostri tempi. Esso mette in pericolo migliaia di vite e ne rende alcune più degne di essere salvate di altre.

Un mito comune afferma che l’Europa “non può farcela” con i numeri di migranti che arrivano sulle sue sponde. Una certa isteria è stata evidente quando circa 44 migranti hanno recentemente cercato di oltrepassare il Canale della Manica durante il periodo natalizio. In realtà, le potenze europee stanno “spingendo” la crisi verso le periferie europee e oltre. I Paesi che sopportano il peso delle persone in fuga da guerre, instabilità e conseguenze del cambiamento climatico sono il Libano, la Siria, la Turchia e il Pakistan. In particolare, la Turchia è stata portata a fare molto lavoro sporco per l’Europa: ospitava infatti già oltre due milioni di rifugiati siriani e ha accettato di impedire ai migranti di attraversare i suoi confini occidentali verso l’Europa.

I confini aperti sono già una realtà, non un futuro sogno utopico; ma al momento solo alcuni hanno il lusso di potersi muovere in sicurezza, mentre altri devono affrontare viaggi clandestini, costosi e pericolosi. Dobbiamo fornire a tutti il diritto di spostarsi in sicurezza. Per questo abbiamo bisogno di liberare il mondo da un approccio altamente discriminatorio sull’immigrazione.

La “crisi migratoria” è il “fuori costitutivo” dell’Europa, un’immagine che riflette il suo passato coloniale, la sua contradditoria base economica, le sue politiche estere e i fondamenti gerarchici e di potere delle sue pretese d’uguaglianza e di libertà. Pretese che si sono affermate attraverso l’imposizione di categorie di razza, di classe, di genere. Nell’Europa contemporanea come nel passato storico, le libertà di pochi continuano ad essere possibili a spese dei più. La sinistra deve inequivocabilmente sostenere la richiesta di libero movimento.

Migrant caravan, Zuma Press 2018.

Collettivo editoriale della rivista Viewpoint5

Il capitalismo crea competizione tra i lavoratori. Tornando a Marx ed Engels nel Manifesto Comunista, la sinistra rivoluzionaria ha sempre considerato questa tendenza non come un destino irrecuperabile, ma come punto di partenza. L’organizzazione proletaria «è continuamente sconvolta dalla concorrenza tra i lavoratori stessi», sottolineano gli autori della nota del Manifesto, ma coloro che si definirebbero comunisti devono «sottolineare e mettere davanti gli interessi comuni dell’intero proletariato, indipendentemente dalle nazionalità».

Ciò significa che, in opposizione a tutte le richieste parziali e contrastanti, all’opportunismo, alla concorrenza, alla distrazione e alla deviazione, la speranza di rivoluzione sta nel superamento delle condizioni di divisione del capitalismo – compresa quella della concorrenza nazionale – attraverso la lotta politica.

Nel nostro panorama capitalistico contemporaneo, quindi, non possiamo accettare la divisione imposta del confine. Il confine, così come lo vediamo noi, non è solo una questione di politica statale, ma di mondi fratturati, di frammentazione di spazi comuni di possibilità. Dovremmo accettare la divisione politica tra cittadino e straniero, che può solo produrre esclusione? O dobbiamo considerare questa divisione tra i lavoratori come qualcosa di deleterio, un fardello che disorganizza e sfrutta, da superare nella pratica?

Se abbiamo davvero un mondo da vincere, allora, invece di usare le leve del potere statale per garantire che alcune sezioni delle classi lavoratrici abbiano una quota maggiore di ricchezza capitalistica, la risposta non può che essere quest’ultima: la politica come mezzo per attraversare i confini che ci separerebbero l’uno dall’altro.

Lo sfollamento attraverso la violenza e la minaccia della fame è un’altra costante del capitalismo. Come ha recentemente osservato Alain Badiou, parlare di “migrante” oggi può mascherare questo fatto; ciò che più spinge a spostarsi – attraverso le frontiere o al loro interno – è ciò che ha sempre definito il proletariato: l’espropriazione esistenziale, non avendo nulla da vendere se non la propria forza lavoro.

Come il capitale fa la sua opera di distruzione del vecchio, esso produce anche il nuovo, mettendo per la prima volta in relazione tra loro moltitudini di persone. Purtroppo, nonostante la valutazione forse ottimistica del Manifesto, gli antagonismi nazionali non sembrano «svanire ogni giorno di più». Tuttavia, un movimento di emancipazione universale deve respingere la scelta che tali antagonismi implicano. Il futuro del nostro movimento – di cui Marx ed Engels ritengono responsabili «i comunisti» – è un movimento che va oltre le frontiere.

 

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Note

  1. Professoressa di Storia alla Purdue University. Ha curato Social Reproduction Theory: Remapping Class, Recentering Oppression (Pluto, 2017) e con Nancy Fraser e Cinzia Arruzza è la co-autrice di Femminismo per il 99%. Un manifesto. Bhattacharya è una delle organizzatrici dello Sciopero Internazionale delle Donne.
  2. Professore di Scienze Politiche all’Università di Toronto. È autore di quattro libri tra cui The Ethics of Immigration (Oxford University Press, 2013) e Immigrants and the Right to Stay (MIT Press, 2010). Ha curato due volumi e scritto oltre novanta tra articoli e capitoli di libri.
  3. Professore di Immigration and Settlement Studies alla Ryerson University di Toronto (Canada) e Senior Fellow al Freiburg Intitute for Advanced Studies (Germania). È autore di Migration Borders Freedom (Routledge, 2017) e di Immigration Dialectic: Imagining Community, Economy, and Nation (University of Toronto Press, 2011), curatore di Putting Family First: Migration and Integration in Canada (UBC Press, 2019), e co-curatore di Sanctuary Cities and Urban Struggles (Manchester University Press, di prossima uscita).
  4. Presidentessa fondatrice del Centre for Migration and Diaspora Studies alla SOAS. Tra le sue tante pubblicazioni il volume co-curato Enduring Socialism: Explorations of Revolution and Transformation, Restoration and Continuation (Berghahn, 2008).
  5. Viewpoint è un collettivo di ricerca militante che ha lo scopo di comprendere la nostra congiuntura, ricostruire storie radicali e aiutare a reinventare il marxismo per il nostro presente. Sul tema della migrazione, il collettivo ha recentemente pubblicato una traduzione di Lenin, Communists, and Immigration di Etienne Balibar e un pezzo originale intitolato The Border Crossing Us.
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