Politiche del contemporaneo

Oltre Salvini. Corpi, ombre e archivi coloniali

La propaganda del Ministro dell’Interno contro gli “invasori” si costruisce su ombre che ritornano e continueranno a tornare, anche dopo Salvini. Gabriele Proglio ci spiega come il nostro passato coloniale non sia mai stato rimosso.

Salvini Mediterraneo colonialismo

L’attualità di questo testo sta nel sottrarsi al presente, per una riflessione che, spero, vada al di là di Salvini. “Al di là” nel senso di superare quell’accentramento narrativo che, fin da certe “opposizioni” al governo Berlusconi, ha affermato e confermato i poteri nell’atto di contestarli. “Al di là” significa, inoltre, che non si troveranno soluzioni se non tra le righe e nelle pieghe dello scritto; che il tempo, a cui mi riferisco, non è solamente l’oggi, spostando lo sguardo dall’imminente, come politica dell’emergenza, all’immanente, ossia a quanto rimane insito nell’oggetto dopo la critica e la decostruzione. Il contesto non è solamente quello della frontiera italo-europea, ma di un Sud Globale come dimensione epistemologica, come orizzonte di sguardi che saccheggiano la ricchezza, rimettendo in discussione e talvolta sovvertendo i rapporti di potere, in modo conflittuale.

Salvini non è il problema. O meglio, non lui come politico – basta paragonarlo a Cossiga per capire quale sia il suo valore, minimo. Rivendica vittorie che non esistono o sono dettate dal caso: segnale dell’azzardo e del gioco sulle coscienze di milioni di persone, non solo italiane. Lo è, il problema, come parte di un neofascismo diffuso che ha messo radici ovunque. Eppure, chi lo ha contestato duramente, in passato, è stato accusato di “dare visibilità” a idee xenofobe, razziste, omofobe, sessiste.

Basti ricordare cosa è successo a Bologna, al campo rom di via Erbosa. La stessa cosa è avvenuta per Forza Nuova a Torino, durante la campagna elettorale: fu persino l’allora premier, Matteo Renzi, ad andare in televisione dando dei criminali a chi aveva manifestato, la sera prima, contro il gruppo di estrema destra. Pian piano nella coscienza degli italiani si è incistata l’idea che la lotta non serve, che la violenza è sempre sconveniente e negativa quando non è legata a divise o alla bandiera italiana; quando non è contro il nero, l’immigrato, lo straniero, il “diverso”. Questo non significa che le tensioni siano state risolte, ma che nella società si è accumulata una forza carsica altamente esplosiva. E che la genealogia storica relativa alle categorie oggetto di discriminazione – dai “meridionali” ai “migranti” – rispecchia molteplici processi di sfruttamento ancora attivi, in modi differenti e secondo posizionamenti multipli, nel Paese.

La logica del meno peggio, che delega le trasformazioni sociali al ceto politico, ha creato un mostro a due teste: una classe politica eletta che combatte guerre di bandiera, senza più motivazioni di parte o ideologiche, visto che in moltissime materie non esiste differenza tra destre e sinistre; un cittadino sempre più disilluso dalle promesse dei governi e dell’Europa, pronto a ingaggiare il proprio personale sicario contro tutto e tutti. Non è un eroe, come nella migliore tradizione italiana. È un perdente che riversa la sua rabbia nell’etere, con manie di persecuzione e azioni che mirano a distruggere il nemico, non a contrastarlo. La violenza – in un’escalation di soluzioni finali – si radica nella carne del popolo, attraverso il richiamo, insistente, della figura del padre della famiglia. Ma è anche, nel caso dei Cinque Stelle, un soggetto che propaganda messaggi qualunquisti chiedendo onestà nell’ignoranza – il ricorso al termine “basta” risuona, nella propaganda di Grillo, come una rottura ribellista e reazionaria, senza alcuna alternativa – e non, invece, conoscenza (e quindi lotta) a partire dalle disuguaglianze sociali, economiche e politiche.

Prendiamo l’immigrazione come banco di analisi: dalla Turco-Napolitano in poi, passando per la Bossi-Fini e arrivando alle misure draconiane di Minniti, tutto è cambiato, in peggio, nel perseguire la medesima regola di ostilità al non italiano, al nero. Morti nel Mediterraneo, cittadinanze a scadenza, lavori forzati, segretazioni territoriali, deportazioni, incarcerazioni: tutto questo c’era ben prima di Salvini. Ed è stato costruito dalla logica, basata sulla razza, di un’illusione d’unità (nazionale, bianca, europea, ecc.) al cospetto di apocalissi quotidiane, individuali e collettive. Ma anche di una segmentazione della società in base alla linea del colore – in termini di cittadinanze, di posizione sociale, di lavoro, di visibilità, di diritti, di parola, ecc. Il crimine dell’uomo bianco deriva sempre dall’elevare il suo corpo – il colore della sua pelle come marcatore dello sviluppo, della modernità, della civiltà – a misura del mondo, tanto nella discriminazione violenta, quanto nel compassionevole aiuto del nero.

Quest’ultimo funge da catalizzatore dei processi narrativi: è il nemico ma è anche l’oggetto simbolico dinnanzi a cui si annullano, nell’immaginario, tutte le genealogie. Questo significa, cioè, attribuire al nero, come colore dell’epidermide, una funzione risolutrice: il nero è causa di tutti i problemi, il capro espiatorio, l’incarnazione del nemico; ma è anche lo strumento attraverso cui, in modo strumentale alle gerarchie, si ricostruisce – in opposizione al nero – una comunità nazionale senza più divisioni di classe, genere, identità culturale.

Ombre

Proviamo ora a capire perché questo avviene. Il razzismo non è questione di ignoranza, è la ricerca della superiorità e dell’egemonia attraverso l’invenzione della differenza. Muoviamoci all’indietro nel tempo e scorriamo, una dopo l’altra, tutte le categorie attribuite, dal nero al meridionale, dall’albanese al marocchino. Non esiste l’Altro se non come ombra del Sé, come prolungamento negativo di ciascuna soggettività. Risalendo al corpo, dall’ombra, si scopre cosa è in opposizione a quanto non si vuole essere. Ecco, proviamo ad applicare questo sguardo sulla Storia. Scopriamo che è quella stessa genealogia degli sfruttati, fuori dai vertici della piramide sociale, che genera ombre, e più si andrà alla base, più l’ombra sarà ampia.

Il modello Salvini usa questo ragionamento. Le sue uscite recuperano immagini dei colonialismi – quello italiano liberale e fascista – e della schiavitù che si trasformano in ombre al cospetto del bianco, di individui affamati, arrabbiati, disillusi. Chiedono loro di fare fuori il nemico, come hanno bruciato la strega ed eliminato l’ebreo. Sono ombre individuali e collettive che rendono italiane – per il meccanismo descritto sopra, di opporsi al nero – più generazioni a cui l’Italia dei partiti ha tolto il futuro (precari, poveri, sfruttati, disoccupati, ecc.). Oppone all’invasione – immaginario usato fin dal 1911 per evocare Lepanto contro il turco, il musulmano – il “prima gli italiani”. La Sicilia, nel suo discorso a Catania, non può essere il campo rifugiati d’Europa, e, solo per una questione di “buon senso”, è necessario difendere l’Italia e le sue frontiere. I migranti sono il nemico, in particolare se maschi. Le donne e i bambini, a suo dire, dovrebbero essere salvati. Così si concretizza un discorso militare, che ricorda la guerra di campo tra soli maschi in forze.

Chiude i porti, dopo aver detto che «la pacchia è finita per i migranti»: simbolo, questo, di ostilità aperta. Attacca le Ong nel Mediterraneo, ribadendo la linea del colore che regna sui confini d’Italia e d’Europa. Nessun ingresso è consentito. Due sono i frammenti del suo discorso: «L’Africa non ci sta in Italia»: frase espressione della paranoia; e che l’invasione eliminerà l’identità etnica, ossia costruirà un meticciato combattuto duramente durante la guerra d’Etiopia e, più in generale, con l’introduzione delle leggi sulla razza.

Il Mediterraneo è il luogo in cui si elaborano progetti occulti, diretti dalle nazioni europee e da personaggi come Soros (il parallelo con il mito del complotto giudaico-massonico è impressionante), che vogliono mettere fine alla vita del Paese, del popolo italiano. Ma è anche lo spazio, come avvenne nella retorica colonialista europea del XIX e XX secolo, della tratta. Come allora, Salvini chiede un intervento per mettere fine a questo mercato illegale di “carne umana”, rivendicando per il Paese un ruolo di primo piano sul Mare Nostrum.

E non solo, perché Salvini allarga lo sguardo all’Africa: «i soldi spesi in Africa, sono soldi ben spesi», sentenzia. Parla di Niger, Mali, Chad, Sudan: Paesi strategici per il controllo dei flussi. Ecco le forme di neocolonialismo supportate, ovviamente, dalla retorica dell’italiano costruttore di “scuole, strade e case in Africa”.

Nei suoi proclami oppone alla violenza l’ordine, il suo. Ritorna il tema della nazione Italiana arretrata all’interno dei confini e disconosciuta come potenza in Europa. Ma anche il tentativo di riscatto che, ovviamente, non può essere reale, vista la condizione del Paese. Ponendo attenzione all’ombra, ora, si scoprono tinte differenti, ciascuna per ogni profilo del nemico. «La Tunisia mi pare un Paese libero e democratico, dove non ci sono guerre, epidemie, carestie e piaghe. Questo Paese non esporta gentiluomini; questo Paese esporta criminali», afferma il ministro dell’Interno. Quando ne parla al plurale, i “migranti” sono tutti “clandestini” o “illegali”. Sono «venditori violenti che assaltano un poliziotto durante un controllo» a Firenze, o persone che provocano una grande rissa a Pisa; sono «falsi rifugiati»; sono «criminali arrestati dalla polizia» a Bergamo o «Islamisti e terroristi che sono stati espulsi dall’Italia»; sono pusher, ladri e persone violente; sono scafisti legati alle Mafie italiane; sono «vu cumprà» che tentano di vendere braccialetti sulle spiagge, allargando il giro economico della criminalità; sono chiamati «rifugiati nigeriani» quando vengono arrestati per traffico di eroina a Perugia; sono stupratori neri di giovani donne bianche; sono dirottatori della guardia marina Diciotti (descritti per nazionalità: 23 pachistani, 4 marocchini, 4 algerini, ecc.). Visitando il campo di San Ferdinando dichiara: «Civilizzazione e legalità devono ritornare ad essere due parole chiave» – si riferisce al mercato della prostituzione, della droga, del lavoro nero. Chiede «tolleranza zero».

Le ombre sono raccontate anche singolarmente. Il “migrante” ha un lungo record criminale, è rude e maleducato, assassino di italiani. Parla positivamente di un senegalese che gli chiede di fare un selfie insieme – ereditando l’immaginario del buon selvaggio amico dei colonialisti – e della guardia marina libica che fa il lavoro sporco per i bianchi. Schernisce Balotelli che chiede la riforma della cittadinanza (lo Ius soli, in particolare) e usa strumentalmente la foto della vittoria italiana nella 4×100 femminile. Afferma, infatti, che «non è questione di colore. È questione di come le persone fanno grande il nostro Paese». Il “nostro” Paese: il Paese dei padri bianchi.

Insomma, il ritorno al futuro di un passato coloniale mai affrontato è compiuto. Smettiamola di dire che gli italiani e le italiane hanno rimosso il colonialismo, l’imperialismo, la schiavitù. Non conoscere la storia, non ricordarla, non averla studiata, non interessarsi ad essa, tutto ciò è ben altra cosa dalla rimozione. Quale sarebbe l’atto violento che ha permesso a una nazione coloniale, dittatoriale, razzista di rimuovere? E la rimozione non è propria di chi ha subito violenza? E come avrebbe fatto una nazione intera a rimuovere il passato? L’archivio del passato non è mai stato rimosso. Le immagini del passato ritornano, oggi, su altri corpi neri. E generano, tra le altre cose, l’escalation di violenza e di attacchi razzisti di questi mesi. Tutti conoscono questi frammenti di significato. Salvini parla una lingua che la maggioranza degli italiani capisce, che riproduceva ben prima di lui, che parlerà dopo il suo governo.

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