ReThink Urban Space / LARS

Dai colli sporchi ai murales: il Il Parco Merola a Napoli

Quando la street art cambia i volti della periferia napoletana

Nella periferia Est di Napoli, nel quartiere di Ponticelli, uno di quei luoghi in cui i colori, le strade e i palazzi sembrano somigliarsi tutti, sorgono dei murales. Vedremo come l’arte può intervenire nei processi di risemantizzazione degli spazi urbani, ridisegnando percorsi, pratiche e racconti. Un esempio di come da luogo impenetrabile, la periferia può diventare luogo d’incontro; da luogo anonimo a riconoscibile.


Abstract

In Ponticelli neighborhood stand out four big murales, in the eastern suburbs of Naples, a place where colours, streets and builduings seems all the same. We will see how art can intervene in a resemantization process of urban spaces, changing their paths, practices and stories. This is an example of how suburbs, from being closed, anonymous places can become comforting and familiar.


Il Parco Merola si situa al limite Est del quartiere di Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli. In un luogo marginale, inserito in una realtà periferica già di per sé frammentata e isolata, attraverso un uso “consapevole” della street art, il Parco Merola rappresenta un esempio positivo di come creatività urbana e rigenerazione sociale si possano coniugare, avviando un più complesso processo di riqualificazione urbana.

Napoli

Mappa delle municipalità del comune di Napoli

Il Parco, che poi parco non è, si iscrive nell’edilizia residenziale pubblica successiva al terremoto del 1980 e, composto da quattro blocchi abitativi a pianta rettangolare, ospita un totale di circa centosessanta famiglie. In questo caso, pero, il nome “parco” non dovrà far pensare a un giardino, bensì, a Napoli per “parco” s’intende quell’edilizia urbana che racchiude agglomerati di condomini in strutture recintate con entrate e spazi interni comuni a tutti i condòmini.

Nel 2015 nasce proprio lì il progetto per la realizzazione di un murale su una delle otto facciate cieche presenti nel parco, da un’iniziativa dell’Osservatorio per la Creatività Urbana INWARD. L’ipotesi di base che ha mosso le mie ricerche etnosemiotiche su questo caso è quella che l’inserimento dell’elemento della street art abbia avuto un ruolo fondamentale nel processo di “apertura” del Parco Merola rispetto al quartiere di Ponticelli, prima, e al resto di Napoli, poi.

Le fratture

Avvicinandosi al testo del Parco Merola, si nota infatti una doppia frattura, non solo quella tipica centro/periferia, ma un’ulteriore segmentazione all’interno della periferia in cui s’inserisce: centro periferico/periferia periferica. Se l’alterità rispetto al centro di Napoli è avvertita da tutti i residenti di Ponticelli (Napoli risulta qualcosa di altro ed estraneo “la via per Napoli”, “vado a Napoli”), nel Parco Merola si avverte un’estraneità anche rispetto al quartiere stesso di Ponticelli (non è strano che ci si riferisca al nucleo centrale del quartiere come a “Ponticelli”, come se ciò che ne fosse fuori non lo fosse pienamente).

La ragione storica di questa duplice frattalizzazione dello spazio risiederebbe nell’esistenza di Ponticelli come comune autonomo fino al 1926, anno in cui viene annesso al comune di Napoli. L’incompletezza di questo processo di annessione al tessuto urbano è imputabile, in parte, alla presenza di un agglomerato urbano – quello di Ponticelli – autonomo che già proponeva al suo interno un’opposizione tra centro e periferia, e, in parte, alle cattive scelte urbanistiche di cui spesso le periferie urbane italiane sono state vittime dagli anni Cinquanta fino alle odierne opere di riqualificazione, che spesso si rivelano incapaci di creare un certo grado di complessità urbana.

Napoli

Ponticelli, distribuzione dei pieni e dei vuoti urbani

Napoli

I momenti cruciali dello sviluppo urbanistico della zona di Ponticelli sono sostanzialmente tre: la fase della ricostruzione post-bellica, gli interventi della Legge n. 167/1962 e i programmi straordinari previsti dalla Legge n. 219/1981 (lo PSER post-terremoto del 1980 in Irpinia). C’è inoltre da notare come, agli inizi del Novecento, la realizzazione di raffinerie e il conseguente incremento delle attività legate al porto, sulla fascia costiera ad Est, portarono a uno sviluppo irregolare e disomogeneo di quelle zone. Così, mente quelle zone vedevano trasformata la loro destinazione d’uso da agricola ad area industriale, quelle stesse fabbriche non partivano. Oggi la zona industriale ormai inutilizzata, frapposta tra il centro e Ponticelli chiude in una morsa quei territori orientali, isolandoli ulteriormente da Napoli.

Tenendo conto di questi dati, si comprende facilmente come il Parco Merola, nato dagli interventi post-terremoto, si trovi in una condizione di alterità rispetto al centro stesso di Ponticelli. Si tratta, infatti, di case popolari che ospitano persone che, all’epoca del terremoto provenivano da diverse parti della Campania. Così, l’appartenenza a ceti sociali poco abbienti e l’essere “straniero” si rispecchia nella condizione di segregazione, rifacendosi al quadrato sull’accettazione dell’Altro di Landowski (1989), in cui gli abitanti del Parco vivono rispetto a Ponticelli. Questa condizione viene ben resa dal nome con cui il parco è noto agli abitanti delle zone circostanti: ’o parco de cuolli spuorc’ (il parco dei colli sporchi). O almeno era questo il nome con cui si usava chiamare il Parco prima della realizzazione dei quattro murales, come vedremo.

Street art e cooperazione creativa

Da quella prima opera dell’aprile 2015, ne sono state realizzate altre tre e altre sono in cantiere; le opere commissionate da INWARD a grandi nomi della street art italiana, in ordine di realizzazione sono: Ael, Tutt’ egual song ‘e criature di Jorit Agoch, ‘A pazziella ‘n man ‘e criature di Zed1, Chi è vuluto bene nun s’o scord di Rosk&Loste, Lo trattenemiento de’ peccerille di Mattia Campo Dall’Orto. Il progetto è quello di creare un distretto della street art nella periferia di Napoli Est.

napoli

Ael, Tutt’ egual song ‘e criature, Jorit Agoch. Cancello d’ingresso al Parco dei Murales

L’uso della street art nelle periferie urbane non è certo una novità, ma ciò che c’è di innovativo in questo progetto è la partecipazione attiva dei residenti alla creazione delle opere. La partecipazione dei residenti tramite workshop, o attraverso l’utilizzo di persone reali come modelli rappresentati nei murales (come ne Lo trattenemiento de’ peccerille, che rappresenta persone del Parco), o ancora nel coinvolgimento nelle scelte sulla creazione artistica (come nel caso de ‘A pazziella ‘n man ‘e criature, in cui i bambini hanno suggerito di integrare alcuni giocattoli oltre a quelli presenti nel disegno iniziale dell’artista), ha fatto sì che le persone si siano appropriate delle opere.

Oltre a quest’aspetto, è di particolare importanza il fatto che ognuna di queste opere sia strettamente legata alla realtà del territorio; ad esempio la prima opera, che raffigura Ael, una bambina Rom, fa riferimento a un fatto di cronaca del 2008, quando furono dati alle fiamme due campi Rom di Ponticelli. Tutto ciò fa sì che i residenti non abbiano visto i murales come un’invasione, un problema sempre più frequente in molte periferie dove opere di street art “istituzionali”, più che riqualificare, invadono. Poiché il murale è un elemento toposensibile che risulta fondamentalmente deittico, essendo sempre rivolto a un enunciatario e a un contesto situato in tale enunciazione (Chmielewska, 2009), infatti, è fondamentale che attorno all’opera si creino le condizioni perché possa essere accettata dalle persone che vivono nel contesto in cui si va a inserire; e questo sembra un caso particolarmente riuscito in questo senso.

 

Napoli

Zed1, ‘A pazziella ‘n man ‘e criature

Un altro grande cambiamento ha riguardato il nome del parco: quello che era noto a Ponticelli come Parco de cuolli spuorc’, viene rinominato spontaneamente da media e cittadini Parco dei Murales, noto e riconoscibile anche al di fuori di Ponticelli. Il cambio di nome denota così un passaggio da una condizione iniziale di segregazione a una di ammissione (Landowsky, 1989).

Riqualificazione e risemantizzazione

Abbiamo già accennato al Parco come qualcosa di chiuso, omogeneo al suo interno, nel caso del Parco Merola questa chiusura solo leggermente segnalata sul piano fisico da limiti deboli (il cancello d’ingresso sempre aperto e il muretto sormontato da una cancellata che permette visibilità e percorribilità), diventa idealmente impenetrabile. È il Parco di quelli che sono peggio degli altri, è il Parco dei colli sporchi. Con l’avvento dei murales e l’affluenza di visitatori che ne è seguita, però, si comincia a notare un graduale processo di apertura del Parco verso l’esterno, ma anche dell’esterno verso il Parco. Così, dall’inaugurazione del primo murales si cominciano a vedere significativi cambi di flussi. Oltre ai visitatori che autonomamente si recano al Parco Merola, è stato creato un tour della street art che parte dalla stazione centrale di Napoli e arriva a Ponticelli utilizzando la llinea della Circumvesuviana, come a voler ricucire quelle fratture che abbiamo evidenziato.

Non basta mettere del colore su un muro per riqualificare una zona degradata e di questo siamo più che certi; ma credo che il colore, usato in maniera intelligente, possa essere un primo passo verso una rigenerazione urbana vera e profonda, che vada oltre la semplice riconfigurazione spaziale ed estetica, ma che abbracci vari aspetti del sociale.

Parco Merola

Rosk&Loste, Chi è vuluto bene nun s’o scord. Vista su spazio comune interno

Bibliografia

Chmielewska E., 2009, Writing on the Ruins, or Graffiti as a design gesture, in AA. VV., The Wall and the City/ Il muro e la città/ Le mur et la ville, A. Mubi Bringhenti, Professional Dreamers, Trento.

Landowski, E., 1989, Essais de socio-sémiotique: La société réfléchie, Seuil, Paris; trad. it. 1999, La società riflessa, M. La Matina e R. Pellerey, a cura, Meltemi, Roma.

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  • Davide Schiavon

    Sarò di parte, ma in merito all’aggettivo “innovativo” con cui definite il processo in atto a Ponticelli, intendo segnalarvi il lavoro di Diego Miedo e Arp, nell’ex zona industriale di Gianturco. Una serie di opere non commissionate, realizzate nel corso degli ultimi otto anni, che hanno fin dall’inizio coinvolto chi quel luogo lo vive. L’arte urbana a Gianturco è stata per Diego Miedo uno strumento cognitivo: un modo di percorrere e scoprire un quartiere ai margini, di conoscere ex operai in pensione, di farsi raccontare storie e di raccontarle a sua volta nei disegni. Perdonate l’intrusione.

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    d.

  • Alessandra Nardini

    Ciò che ho definito “innovativo”, non è “unico” e meno male, direi. Sicuramente per opere commissionate, come queste del parco dei murales, la partecipazione attiva dei residenti è un elemento che porta un valore aggiunto. Lì dove l’intervento artistico potrebbe risultare un’imposizione dall’alto (con i rischi di “muralizzazione” delle periferie che conosciamo), con la partecipazione e la conseguente appropriazione delle opere d’arte da parte dei residenti, l’intervento artistico può trasformarsi in una vera opportunità di rigenerazione urbana e sociale. Questo è quello che ho riscontrato nel caso di Ponticelli.
    Grazie comunque per aver segnalato il caso di Gianturco, su cui mi piacerebbe fare degli approfondimenti

  • luca rossomando

    il ritornello della ‘rigenerazione urbana’ è spesso usato in modo
    ambiguo e in fin dei conti vuol dire tutto e niente. la
    marginalizzazione di quartieri come ponticelli dipende innanzitutto
    dalle politiche di chi governa (o dall’assenza di queste). a ponticelli,
    anche limitandosi ad anni recenti, ce ne sarebbero da analizzare in
    gran numero, dal fallimento della ‘città dei bambini’ in epoca
    bassolino, alla gestione criminale dei campi rom che accomuna
    bassolino-iervolino-de magistris. pensare che la realizzazione partecipata di alcuni murales possa invertire questo destino di abbandono è una pia illusione.
    da chi fa ricerca ci si aspetterebbe l’approfondimento della complessità
    di certe questioni o, se non proprio riesce, almeno che fornisca al
    lettore l’esatta dimensione delle esperienze che va raccontando.

  • Alessandra Nardini

    Ho cercato di parlare poco di rigenerazione, quello che ho cercato di mettere in luce, è, da studentessa di semiotica, la questione delle risemantizzazioni. Non credo che i murales possano fare il miracolo di salvare una periferia, vittima di anni di scelte urbanistiche abberranti, dal degrado in cui. Non era mia intenzione far passare questo messaggio. Con il mio lavoro ho però, questo sì, analizzato i cambiamenti dei flussi e delle pratiche che si iscrivono nel parco e in questi cambiamenti, il fenomeno Street art è stato determinante.
    Penso che a pochi napoletani sarebbe venuto in mente di entrare nel parco Merola senza che ci fossero stati i murales, ovviamente questo non equivale ad affermare che adesso Ponticelli è una meta turistica per magnati russi.
    Inoltre, nell’articolo ho dovuto sintetizzare, omettere e semplificare molte questioni più strettamente semiotiche, per permettere una lettura più adatta a un pubblico diversificato come quello di questa rubrica, composto non unicamente da addetti ai lavori.
    Mi dispiace che questa volontà di semplificazione sia stata letta come superficialità o ingenuità. Se ha dei dubbi su alcune questioni che non trova affrontate in maniera esaustiva, sarò contenta di avviare una discussione, sperando possa risultare prolifica per entrambi.