Fare ricerca

Il caso Xylella Fastidiosa in Salento

Un’esperienza di “Lurking Etnografico” su Facebook tra dilemmi etici e necessità. 1

Xylella

Può capitare di pensare che discipline quali antropologia o sociologia o semiotica poco abbiano a che fare con il mestiere “duro” degli scienziati, che poco possano contribuire all’attività “eroica” dello scienziato (diceva Popper), come individualità non influenzata dai contesti sociali, storici, nonché dalle pressioni della loro comunità di peers e dalle variabili delle loro culture di appartenenza, dalla politica, dal genere, etc. Talvolta ad alcuni, scienziati e non, capita di lasciarsi accarezzare dall’idea che la produzione di conoscenza avvenga in un vuoto, al netto delle variabili sociali. Ma la scienza non avviene in un vuoto, e se questo è vero per la scienza, così probabilmente varrà anche per quei fenomeni caratterizzati dal rifiuto di questa, come anche dai sospetti nei confronti dell’attività scientifica come mestiere. Non si deve quindi commettere l’errore di ridurre la scienza a un’attività personalistica e “a-sociale”.

Per lo stesso motivo non si deve commettere l’ugualmente grossolano errore di derubricare il fenomeno dell’anti-scienza (o meglio, dell’anti-expertise scientifica) a malfunzionamento cognitivo, trattarlo come una patologia da curare: come se potesse esser tutto ridotto a un semplice bias di conferma, un primitivo pensiero illusorio. Forse in questi casi, ribaltando impropriamente il monito di Guglielmo di Occam – “Pluralitas non est ponenda sine necessitate” – sarebbe meglio privilegiare la complessità, valutare la moltitudine nello spazio motivazionale del sociale.

Per chi fa ricerca diventa essenziale riflettere sull’assoluta inscindibilità tra la produzione del sapere e la comunicazione di tale sapere, perché fare ricerca non sia solo produrre sapere, ma anche il riuscire a comunicarlo. Bisognerebbe riuscire a rendere pubblici non solo i risultati e le metodologie utilizzate, le teorie e le epistemologie soggiacenti, ma anche gli aspetti personali del proprio lavoro, le soddisfazioni, come anche i tormenti che ne derivano, il capitale emotivo che ciascuno di noi, dentro o fuori l’accademia, investe nel proprio lavoro.

L’obiettivo della mia ricerca è stato (ed è) quello di riflettere sullo spazio nel quale si collocano le variabili socio-culturali all’interno del processo di produzione, comunicazione e metabolizzazione del prodotto scientifico. Ho analizzato un caso problematico, uno spazio problematico, in cui la conoscenza e coloro che la producono si sono ritrovati a essere soggetti di una prassi all’insegna del sospetto collettivo, in cui alcuni produttori di conoscenza sono stati temuti, osteggiati, e anche attaccati personalmente.

Mi propongo, pertanto, di discutere della metodologia che ho (in parte) utilizzato al fine di studiare i meccanismi di sfiducia nei confronti della ricerca scientifica e dei suoi prodotti che avevano luogo sulle piattaforme di comunicazione digitali, in particolare sul social network Facebook. 

Il caso di studio ha riguardato le reazioni avute in occasione della diffusione del batterio Xylella Fastidiosa Pauca, un batterio ritenuto responsabile della moria di ulivi del Salento, la patologia nota come “Complesso da disseccamento rapido dell’olivo” (CoDiRO), una piaga per l’agricoltura locale che ha causato, e continua a causare, enormi perdite in termini di produzione olivicola. Una (ai più) sconosciuta fitopatologia che è piombata in Salento minacciando quello che se vogliamo è il tratto identitario distintivo di questa penisola. In Salento infatti l’ulivo non è un “semplice” albero, in tale cornice umana l’ulivo non è unicamente percepito come una fonte di entrate economiche al centro della produzione agro-alimentare locale. L’ulivo del Salento si ritrova a rivestire un’importanza marcatamente simbolica e identitaria oltre che ecologica.

Questo aspetto, di certo non secondario, ha fatto sì che a una dialettica tecno-scientifica, riguardante la gestione fitosanitaria del CoDiRO, se ne aggiungesse una di carattere sociale e politica. È accaduto che si sviluppassero delle conoscenze “alternative” riguardo alla patologizzazione e alla medicalizzazione di questa malattia delle piante, per alcuni causata non dal batterio Xylella Fastidiosa – come sostenuto dagli esperti – ma da una serie di concause: la trascuratezza agronomica, la cattiva condizione degli uliveti, le cattive pratiche agrotecniche, come i trattamenti con erbicidi quali il Glifosate della Monsanto.

Si è creato un corto circuito comunicativo tra scienza e società,2 che ha portato gli uni a sospettare di fantomatici complotti tra multinazionali fitofarmaceutiche e scienziati, e gli altri a bollare di irrazionalità antiscientifica ogni legittima critica che veniva posta nei confronti della gestione politica e tecnico-scientifica dell’emergenza fitosanitaria: un corto circuito tra sapere e la comunicazione di tale sapere.

La costruzione di un know-how scientifico richiede del tempo, un tempo che poco si concilia con l’impellenza operativa e la necessità di un decision making di carattere politico, un tempo a cui si dà scarso valore nell’istantaneità dell’era della “post-verità”.

Facebook è stato uno dei principali raccoglitori di questo tipo di discorsi, un luogo dove le interpretazioni dietrologiche e invettive contro la ricerca scientifica hanno trovato un terreno fertile.

Oltre a costituire un eccezionale strumento di organizzazione per azioni pubbliche, come si dice, “nella vita reale”, Facebook è stato il luogo dove chi si ritrovava a privilegiare una narrativa dietrologica dell’accaduto ha, per certi versi, plasmato il suo opposto, un nemico incarnato dalla ricerca scientifica. Una costruzione di una contrapposizione dicotomica, un “noi” contro un “loro”, l’“élite della ricerca”, rea di aver condannato a morte i secolari ulivi e le reti semantiche che tali piante sostengono.

Iniziò un periodo di proliferazione di post, di pagine Facebook e di gruppi che si ponevano come megafono di tali narrazioni, dei contenitori di significati profondi che ogni giorno diventavano più ricchi.  

Il fieldwork, il lavoro di campo atto alla raccolta del dato empirico è quindi avvenuto su due piani diversi, un piano etnografico “classico”, effettuando interviste a esponenti della ricerca, esponenti dei movimenti ambientalisti, divulgatori scientifici, e uno netnografico su Facebook attraverso la tecnica del lurking

Il lurking, letteralmente il rimanere nascosti e osservare, è stato di solito inteso nella ricerca sociale come una fase che precede un’interazione diretta e personale. Autori come Kozinets & Handelman (1998) e Shoam (2004) parlano di lurking come “sopralluogo”, un momento in cui si osservano i comportamenti e si analizzano i discorsi che avvengono all’interno dei loro particolari spazi di espressione (come i forum online), dei luoghi dove l’interferenza del ricercatore è limitata, se non inesistente, e dove i soggetti sono così liberi di esprimersi.

Nella fase di ricerca del dato empirico su Facebook il lurking ha avuto anche questo scopo, ma nel mio caso tale tecnica è stata anche una necessità, dovuta al funzionamento stesso della piattaforma utilizzata.

Su Facebook i news-feed che un utente riceve sulla propria home sono regolati da un meccanismo algoritmico particolare chiamato “filter fubble”.

La filter bubble, così come definita da Eli Pariser (2011), è una letterale bolla informativa, risultante dai nostri comportamenti online, il frutto delle attività personali di un utente. Si tratta di una tecnologia informativa che esiste da diversi anni e che regola il funzionamento delle news feed di molti tra i più diffusi digital-media. Quando un utente utilizza il motore di ricerca Google, effettua degli acquisti su Amazon, si informa sull’Huffington Post o, come nel nostro caso, usa il social network Facebook, un algoritmo effettua automaticamente un’operazione selettiva, indovinando quali notizie, post, utenti, potrebbero interessare lo user, basandosi su delle pre-acquisite informazioni personali. Tali informazioni sono la somma rielaborata di precedenti comportamenti (posizione geografica, “post click behavior”, e cronologia). Come risultato lo user si ritrova così escluso, separato dalle informazioni che non riflettono i suoi interessi e la sua “indole”. 

Il problema di questo risultato di ricerca, cucito su noi stessi, è che ci ritroviamo forniti di contenuti progettati per riflettere il nostro personale status quo, dandoci una versione della realtà non oggettiva, ma della realtà che ci piace. È stato infatti definito, molto eloquentemente, come un “algorithm-driven provincialism”, un “provincialismo informativo” a cui lo user stesso si autocondanna. La filter bubble è una cassa di risonanza, una echo chamber all’interno della quale l’utente si ritroverà a interagire solo con i contenuti e le informazioni “vicini” al suo proprio sistema di credenze, ignorando, quindi, perché a priori escluse, altre prospettive e informazioni che non riflettono il suo “habitus”.   

Applicandolo al mio caso, gli utenti interessati a informazioni quali i discorsi anti-expertise, le interpretazioni pseudoscientifiche e complottistiche riguardo la fitopatologia del CoDiRO, riceveranno solo quel tipo di informazioni e saranno quindi esclusi dalle altre informazioni, per certi versi, contrarie a tale narrazione. E dato che ciò è vero anche anche al contrario, una netnografia “dall’esterno” non sarebbe quindi stata sufficiente.

Xylella

Ho optato quindi per una strategia che mi permettesse di essere sottoposto agli stessi input dei miei soggetti di ricerca, a tutte le pagine Facebook, gruppi e feed degli stessi utenti aventi quel particolare habitus “dietrologico”. Per una più completa estrapolazione del dato etnografico dalla piattaforma social e per cercare di tirare fuori soprattutto quel “significato profondo” che tali utenti esplicitano, ho dovuto quindi calarmi interamente nella loro medesima filter bubble, così da essere sottoposto gli stessi input, alle stesse informazioni.  

Ho proceduto con lo stringere amicizie, ho frequentato pagine, mi sono iscritto a gruppi che portavano avanti la tesi sulla “Truffa Xylella”, potendo così, dall’interno della mia nuova echo-chamber, “vedere-come” loro vedevano, giocare al loro gioco, alle loro regole. Il mio account Facebook, la mia home, le mie notifiche, erano diventate un canale di accesso ai medesimi spazi di espressione dei miei soggetti di ricerca.

Il risultato è stata una sostanziale mole di dati raccolti che testimoniavano le rielaborazioni collettive della vicenda Xylella, che oscillavano tra positive istanze di cittadinanza attiva e un populismo anti-politico, tra ambientalismo e protezionismo ecologico-identitario, tra l’accorata richiesta di una necessaria citizen-science e un approccio anti-expertise dai toni dietrologici.

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Note

  1. L’articolo non mira a dare un resoconto esaustivo riguardo alla questione del Complesso da Disseccamento Rapido dell’Olivo in Puglia nella sua complessità sociale totale, ma tenta di rendere conto di una particolare metodologia utilizzata ai fini della mia tesi di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia presso l’Università di Torino. La ricerca è avvenuta durante il biennio 2014-2015. Gli approcci che al momento utilizzo, come anche gli strumenti teorici e metodologici, sono significativamente diversi da quelli utilizzati in passato.
  2. Si tratta di una semplificazione, una divisione nettamente dicotomica tra scienza da una parte, e società dall’altra, ha più lo scopo di essere per il momento esplicativa di una situazione che tende a reificare ed essenzializzare le parti in gioco. Sappiamo bene che la “scienza” non è qualcosa di estraneo alla “società”, e sappiamo anche bene che non può esistere una società che non possa dirsi estranea al discorso scientifico e alla conoscenza. Forse una suddivisione più idonea potrebbe essere quella tra una expertise certificata (su un piano politico-istituzionale) e una expertise non certificata, non politicamente riconosciuta, ma socialmente riconosciuta.
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