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Gli altri. Un libro affollato

Gli altri (Topipittori, 2014) è un albo scritto da Susanna Mattiangeli, autrice romana, e illustrato da Cristina Sitja Rubio, talentuosa disegnatrice nata in Venezuela. Il libro racconta, dal punto di vista di un bambino, cosa e come sono gli altri, quelli che «se esci per strada, a un certo punto arrivano sempre».

Le pagine ampie sono affollate di personaggi, lo sguardo si perde e fatica a posarsi, saltando dal testo alle immagini in cerca di dettagli nel disegno e di conferme nelle parole. Il testo è stampato servendosi di un font calligrafico, il che lo rende completamente integrato con le illustrazioni: questa scelta restituisce intuitivamente il legame che intercorre fra la parola e l’immagine, legati in un continuum dalla mano che gli dà corpo sulla pagina. Ed è proprio nel dialogo fra parole e immagini che si gioca la grandezza di questo libro.
Cristina Sitja Rubio ha scelto di utilizzare la tecnica dell’acquarello per ritrarre il flusso di persone che il bambino scopre attorno a sé: questa scelta assegna alle immagini una funzione non solo descrittiva, ma le rende veicolo di significati che vanno oltre il testo scritto. Le figure appaiono come abbozzi colorati e sfumati, si sovrappongono, hanno contorni incerti e acquosi, non sono definite e paiono evanescenti, esattamente come l’identità di sé che il bambino-narratore sta scoprendo.

Tavola 1: se esci per strada

Tavola 1: se esci per strada

Se esci per strada, a un certo punto arrivano sempre. Hanno molte teste, molti piedi, molti odori. Hanno corpi di tutti i tipi, con molti vestiti, pochi o anche nessuno. Sembra non ce ne siano due davvero identici, ma è difficile vederli tutti insieme, perché sono così tanti.

Il libro si apre con un’inquadratura dall’alto su un affollato incrocio di città. Una voce narrante racconta del suo incontro con “gli altri”, gli esseri umani estranei nei quali si imbatte quotidianamente, “uscendo per strada”. La descrizione è talmente estraniata che la prima sensazione che si ha è che a descrivere gli esseri umani sia un marziano, o un uccello, o qualcuno o qualcosa che plana su di una città e racconta con totale distacco e sgomento quello che vede. Due sono le uniche certezze: che gli altri arrivano sempre e che sono tutti diversi l’uno dall’altro.

Tavola 2: sono gli altri

Tavola 2: sono gli altri

Sono gli altri. Ce ne sono con le trecce o con i ricci, senza capelli, con la sciarpa, col bastone; si muovono in gruppo, in coppie o da soli. Ci piacciono molto, oppure per niente; ci fanno paura o ci fanno ridere. Non sappiamo chi sono, non abbiamo mai parlato con loro, non sono noi: sono gli altri.

Nella seconda tavola l’inquadratura è leggermente più bassa, il campo è ristretto, le figure sono rade e lo sguardo è portato a soffermarcisi più a lungo. C’è un bambino che gattona e un’anziana col bastone, un signore che chiede di fare silenzio e una massa di ricci biondi. E “non sono noi”, ma ancora, in scena è l’altro. Ma chi siamo noi? Chi siamo “noi” che non sono “loro”? E chi è che parla? Chi sta interrogando il lettore sulla propria identità?

Tavola 3: gli altri sono quelli in fila

Tavola 3: gli altri sono quelli in fila

Gli altri sono quelli in fila davanti a te perché sono arrivati prima. Si svegliano presto, escono in fretta, si sbrigano, e bisogna aspettare il proprio turno senza superarli. Ma sono anche quelli dietro, che fanno tardi perché non trovano mai due calze uguali. Finalmente l’inquadratura coincide con il narratore, un bambino di tre anni circa, ritratto mentre aspetta in fila: lui ha già capito di essere un Io contrapposto agli Altri. L’esistenza dell’Altro rende possibile il processo di identificazione del bambino: Io sono Io perchè non sono te. 

Questo libro pare raccontare proprio dello sviluppo psicosociale del narratore: del modo in cui acquisisce consapevolezza – da un lato – del suo essere responsabile e autonomo e – dall’altro – di essere inserito in un contesto sociale che impone norme e modi. Il processo di identificazione prevede come primo passaggio che il bambino compia un’operazione di separazione dagli altri, dal flusso di umanità che condivide con lui lo spazio sociale. I legami sociali sono quindi essenziali e decisivi per la strutturazione del sé, che avviene a partire dalla riflessione su chi sia l’altro, che cosa faccia e come considera quello che avviene. Le tavole affollate ci mostrano gli spazi della socialità, quelli in cui il singolo viene inserito nella rete della normatività e della cultura: luoghi nei quali trafficano i simboli significanti che il bambino incorpora. I personaggi che vediamo fra la folla sono tutti incarnazioni delle possibilità di divenire che il piccolo ha davanti a sé: crescere vuole dire operare delle scelte di esistenza, oltre quello che Francesco Remotti – a proposito dell’identità culturale – dipinge proprio come il fiume delle possibilità dell’esistere.

Tavola 4: se si va in un bagno pubblico

Tavola 4: se si va in un bagno pubblico

Se si va in un bagno pubblico bisogna stare attenti a non toccare niente intorno. Altri sederi si sono seduti sul vaso. Altre mani hanno toccato il lavandino, altri piedi hanno calpestato il pavimento. Perché è sicuro: gli altri si muovono molto, ma devono fermarsi a farla prima o poi, che sia al bagno, dietro un albero, o in un angolino segreto. Ed è sempre meno bella della nostra. Lo spazio pubblico è quello nel quale con maggiore evidenza vengono imposte le norme che fungono da dispositivi di potere atti a regolare la vita in società: a partire dal dato biologico del corpo (con le sue funzioni primarie condivise universalmente dalla specie) ogni gruppo sociale impone la sua specificità.

Il narratore-protagonista del libro ha approssimativamente tre anni, età nella quale nel mondo occidentale il bambino inizia a frequentare la scuola: questa può essere considerata, foucaultianamente, come l’istituzione primaria del disciplinamento del corpo dei soggetti politici. Il sistema educativo sarebbe quindi funzionale a gestire e inquadrare i corpi rendendoli l’incarnazione di un preciso ordine comportamentale, discorsivo e morale.

Il bambino ha già interiorizzato le norme che regolano l’igiene del corpo e declama la norma – «nei bagni pubblici non bisogna toccare niente» – esattamente come un adulto la esporrebbe a un bambino: bisogna farlo, perché sì. Non ci sono spiegazioni, se non che altri corpi hanno contaminato lo stesso luogo: non esiste una problematizzazione, esiste la ripetizione della regola.

Tavola 5: può succedere che li vediamo

Tavola 5: può succedere che li vediamo

Può succedere che li vediamo farsi il bagno al mare subito dopo mangiato. O rispondere male a qualcuno al telefono. A volte mangiano patatine prima di cena. Parlano tra loro al tavolo accanto in pizzeria. Ridono, discutono, litigano con gli amici, i fidanzati o i genitori. Tutti sanno che queste cose non ci riguardano, perché sono fatti degli altri, infatti ascoltiamo ancora un minuto e poi torniamo a farci i fatti nostri.

Il bambino-narratore riconosce che a ogni soggetto viene concessa la possibilità di adattare la rigidità della norma al contesto nel quale agisce: questa appare infatti tanto più rigida quanto più ci si allontana dalla sfera privata, quella delle relazioni con «gli amici, i fidanzati, i genitori». Con loro si è autorizzati a lasciare andare le trame delle imposizioni e a dare maggiore voce agli impulsi. Ma come c’è uno spazio e un modo che determina la liceità dell’infrazione della regola, così c’è una norma che determina l’obbligo di «farsi i fatti propri», ossia di non interferire nello spazio immediatamente privato degli “altri”.

Tavola 6: gli altri possono venire

Tavola 6: gli altri possono venire

Gli altri possono venire da altri Paesi, parlare in modo strano e avere strani vestiti. Oppure da un altro pianeta – e chissà come sono fatti –  o dal passato, e allora non ci sono più ma ci hanno lasciato un sacco di libri, dipinti, musica, storie e intere città. Sono anche nel futuro, gli altri, e arriveranno tra un po’, magari non li incontreremo ma loro potranno trovare quello che abbiamo fatto noi.

Il concetto di alterità, nelle ultime pagine del libro, esplode in tutta la sua potenza: “altro” diventa categoria capace di accogliere gli stranieri, coloro che hanno vissuto o vivranno in tempi diversi dal nostro (passato e futuro) e gli extraterrestri. Improvvisamente perdiamo i punti di riferimento: non c’è più un bambino nel contesto del suo micromondo alle prese con la scoperta di sé, ma noi stessi siamo investiti da uno stormo infinito di altri modi di vivere. Il testo interroga anche il lettore sulla sua identità, mettendolo in relazione a chi viene da altri Paesi, all’eredità culturale ricevuta, alla responsabilità verso i posteri.

Tavola 7: se solo ci stringessimo

Tavola 7: se solo ci stringessimo

Solo se ci stringessimo molto vicini, da un punto lontano del cielo potrebbero vederci tutti quanti in una volta sola. Ma forse da lassù non si noterebbero le trecce, i ricci, la sciarpa o il bastone, nè il nostro modo di parlare e neanche i nostri vestiti. E magari penserebbero: vedi come sono fatti? Non sono come noi, loro sono tutti gli stessi.

Finalmente si compie l’inversione totale: noi, tutti, siamo altro per altri. Si passa dal mondo di individuazione di un bambino fino all’enormità dell’umanità vista dallo spazio, nella quale i singoli sfumano in una massa indistinta, che non permette individuazioni e particolarismi.
Il narratore è su un alto pendio, insieme a lui c’è un’altra persona: guardano la città, coi suoi palazzi, le antenne, i ponti, le automobili, i passanti, le statue. Il panorama sembra effettivamente un formicaio, uno spazio ordinato che risponde a logiche proprie che però perdono la loro intelleggibilità non appena il punto di vista si esteriorizza.

Con l’ultima tavola si concretizza la risposta alla domanda che – come un filo rosso – ha percorso tutto il testo: chi sono io? Io sono una parte del formicaio e “noi” siamo un gruppo di simili accomunati dal fatto che ci poniamo la stessa domanda ultima sull’esistenza, vivendo nel continuo processo di negoziazione e affermazione delle pratiche che incarniamo. Il terreno su cui poggia l’identità è reso sdrucciolevole dalla relatività delle risposte possibili: il brivido rende la questione densa e vischiosa – la domanda rimane appiccicata sulla pelle, per sempre, ma l’unica risposta possibile è quella che ci vuole come soggetti che partecipano a un processo di negoziazioni e ricerca continuo. Questo libro illustrato rende la complessità della questione con una grazia e una semplicità straordinaria e il merito va in egual misura alla lievità del testo, che scivola e non si incaglia mai, e alle illustrazioni, leggere, allusive, magiche.

copertina

GLI ALTRI

topipittori, 2014

testo di Susanna Mattiangeli    

Illustrazioni di Cristina Sitja Rubio

dimensioni 32 X 22 cm

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  • Trovo molto bello il libro di Susanna Mattiangeli e Cristina Sitja Rubio, così bello che da quasi un mese si ripete come lettura serale, silenziosa e riflessiva, per me e mia figlia; tutti e due ci specchiamo li dentro, e l’intelligenza emotiva di Anita e la mia curiosità esistenziale si amalgamano nella circolarità fra disegni e testo.

    Da adulto, lo percepisco come un prodotto ricorsivo, che mi spinge a vivere con urgenza la necessità di un riposizionamento all’interno della socialità; la mia mente analitica ci vede un messaggio tutto politico. Ma non è questo il terreno d’incontro con mia figlia; lo spazio di godimento che condividiamo nella lettura del libro è nel flusso delle emozioni, dei colori, del suono delle parole e del loro tornare a
    cantilenare, e in ultima analisi proprio nell’assenza di un messaggio, di una
    spiegazione. In lei sembra in grado di produrre continui ripensamenti, durante
    l’esplorazione del mondo delle piccole cose, tanto che le suggestioni della
    lettura tornano ciclicamente nei nostri discorsi, davanti ai banchi del
    mercato, dalla logopedista, dopo aver visto un film al cinema. La sua è la
    ricerca di comprensione partecipe, e non di una spiegazione distaccata. La
    forza del libro è in una domanda irrisolta, quella che Anita ha posto ad un
    oculista che le diceva: ”sei normale”. Siamo più uguali o più diversi? Il libro
    sembra suggerire che siamo normali solo se visti da lontano, da una cima di una
    collina, o di una pila di libri, da un sistema di potere gerarchico. La
    consapevolezza della fragilità che ci accomuna, grandi e piccoli, è la carica
    egualitaria, anche intergenerazionale, del libro.

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