Politiche del contemporaneo

Cosa succede a Torino?

Dal 7 febbraio scorso, giorno dell’inizio dello sgombero dell’Asilo occupato di Via Alessandria 12, gli abitanti di un quadrilatero del quartiere Aurora di Torino sono sottoposti a una militarizzazione senza precedenti. Strade bloccate da cancellate anti-sfondamento e presidiate da centinaia di agenti in tenuta anti-sommossa, controlli a tappeto su chi entra e chi esce.

Giovanni Semi ricostruisce il processo di branding urbano all’origine dei fatti di Aurora.

Lunedì 25 febbraio, al campus Luigi Einaudi di Torino, un’assemblea pubblica per discutere su diritti, decoro, derive securitarie e gestione dell’ordine pubblico, a Torino come altrove.

La Nuvola, nuovo quartier generale di Lavazza nel quartiere Aurora. Foto di Andrea Guermani

 

Nel silenzio sento solo una sirena ancora
non c’è notte che non corra la sirena ancora
sta gridando che le ombre della notte
han giocato ancora
ma tra poco è chiaro.

(I.Fossati – O.Prudente, È l’aurora, 1973)

 

Quando abbiamo visto il video intitolato ‘Torino ha un fegato: Aurora’, a colpire non è stato il maldestro tentativo di story-telling che procedeva in maniera binaria tra giovani creativi e pericolosi anarchici, migranti laboriosi e pericolosi spacciatori, quanto il fatto che venisse diffuso sulla pagina web di Repubblica.it. Fino a quel momento, infatti, i più appassionati tra noi avevano scovato spot immobiliari internazionali, come il property prospectus della rivista Monocle, sempre sul quartiere Aurora e il limitrofo Regio Parco, oppure avevano in qualche modo sorriso davanti al goffo tentativo di raccontare una Torino che “affonda” tramite immagini girate nei vasti vuoti industriali di questo quartiere. Insomma, che stesse montando una narrazione che ondeggiava tra il ruin porn più classico e la gentrification sognante, questo era chiaro. Il salto di scala, però, che Repubblica.it garantiva al già menzionato “fegato” di Aurora era degno di nota, perché offriva un palcoscenico mediale più ampio, distante e dunque anche meno preparato a digerire quell’insieme di luoghi comuni mal conditi. Aurora, quartiere situato a poche centinaia di metri dal centro storico di Torino (meno di 1 km, per intendersi), è dunque da un po’ di tempo ricomparso sulla mappa. Una mappa non più solamente locale, ma nazionale e internazionale.

Diversi attori, in un tempo non troppo dilatato, concorrono a questo marketing territoriale, che sia in negativo (Signora mia, qui è tutto un degrado!) o in positivo (Un quartiere autentico!). Ci sono gli attori pubblici, come il Comune, che finanzia e sostiene programmi di rigenerazione che passano anche attraverso la narrazione territoriale; e privati no profit come le Fondazioni bancarie, che premiano con decine di bandi diversi la moltitudine di associazioni ed eventi che nel quartiere hanno luogo. Questa macchina di attivazione territoriale stimola forze già in essere ma concorre soprattutto a crearne di nuove, attirando con i propri finanziamenti un mondo di innovazione sociale e attivismo vario in cerca spasmodica di sostegno. Lo stesso si dica per i mondi dell’arte, che pullulano in questo territorio, divisi tra artisti locali, radicati e riconosciuti nel territorio, e pionieri della gentrification, in cerca di affitti bassi e visibilità[1]. Professionisti, imprenditori e speculatori si uniscono alla macchina del place-making, con diversi gradi di consapevolezza, coraggio e convinzione, in nome della restituzione di un’immagine pulita, creativa, cosmopolita a un pezzo di città che, nondimeno, si caratterizza per essere il più povero e il meno istruito e sano di Torino.

In queste poche righe possiamo quindi provare a delineare alcuni degli elementi salienti di un ampio, condiviso e duraturo processo di branding urbano, che ha luogo nell’area a nord del centro di Torino e sta generando una serie di effetti difficili da ignorare.

 

Dal regime alla macchina

Non è possibile, a parere di chi scrive, guardare alle trasformazioni attuali e future del nord della città di Torino senza partire dal sistema economico-politico che ha guidato i cambiamenti più recenti della città. È infatti chiaramente visibile un filo rosso di mutamento, narrato nei tre diversi piani strategici (2000, 2006, 2014), che conduce il capoluogo piemontese a servirsi delle rigenerazioni urbane per risolvere problemi di sviluppo economico e integrazione sociale. Se dovessimo identificare una scansione temporale di questi mutamenti, potremmo dividerli in tre fasi:

  • 1993 – 2006, corrispondente alle due giunte Castellani e alla prima Chiamparino e il cui culmine sono i Giochi Olimpici invernali del febbraio 2006.
  • 2006 – 2016, corrispondente alla seconda giunta Chiamparino e a quella successiva di Fassino, fase segnata dall’eredità olimpica e dall’arrivo della crisi finanziaria globale.
  • 2016 – ora, corrispondente al rovesciamento del colore politico precedente, a opera della giunta a 5 stelle guidata da Chiara Appendino.

Queste tre fasi presentano diversi elementi in comune e alcuni, invece, di differenza. Ad accomunare questo lungo periodo, innanzitutto, è un classico accordo di tipo neoliberale, con l’amministrazione che facilita e sostiene le iniziative di mercato (laddove ve ne siano, e non è sempre il caso a Torino, a differenza di Milano), in un quadro di governo urbano che due politologi, riprendendo una classica prospettiva nord-americana, hanno qualificato di “regime urbano”[2]. L’idea sottostante è quella di rilanciare lo sviluppo locale usando la leva immobiliare, là dove possibile, per attirare imprese e lavoratori della conoscenza e spingere verso un terziario avanzato. Se questa visione era molto forte nella prima delle tre fasi, dalla seconda in poi, osservato anche il parziale fallimento del tentativo di trasformare Torino in una capitale del high-tech, si spinge verso un terziario turistico, con la speranza che l’evento olimpico sia stato sufficiente a rilanciare l’immagine della città a livello nazionale e internazionale.

Un altro elemento in comune è il disprezzo, condiviso e radicale, nei confronti del proprio passato industriale e, in particolare, per tutto quel mondo che da quel passato era stato espulso o non era riuscito a farne parte: i disoccupati, il sottoproletariato di origine meridionale, i nuovi immigrati di origine straniera, fino ai nuovi paria, cioè i rifugiati e richiedenti asilo che arrivano in città negli ultimi anni spinti dai meccanismi espulsivi globali[3].

Vi sono certamente anche alcune differenze: l’istituzionalizzazione di un regime urbano è frutto di una sostanziale continuità politica dal 1993 al 2016, basata su un gruppo compatto, numericamente non troppo nutrito, di persone che hanno costituito quello che, con un certo intuito, fu anche definito il Sistema Torino[4]. Dal 2016, col cambio di governo, questo Sistema in parte cambia, se non altro perché fa pendere la bilancia verso alcuni ambienti industriali torinesi, mentre segna una presa di distanza dal mondo delle professioni liberali e da altre cerchie locali influenti (distanza plasticamente visibile nella manifestazione SI’ TAV del 10 novembre 2018).

La differenza però più eclatante tra le fasi, in particolare tra la prima e le due successive, ha a che fare con un elemento esogeno, e cioè la congiuntura economica. Se infatti la prima fase è ancora di sviluppo economico, con investimenti europei, nazionali e locali che guidano un progetto di cambiamento (condivisibile o meno che fosse), dal 2006 in poi, la macchina si grippa. Due sono gli elementi che bloccano il motore: il debito pubblico post-olimpico, che agirà da freno a ogni azione di governo locale, ormai ridotto a esecutore testamentario dello sviluppo locale, e la crisi economica globale. Il primo non consentirà politiche pubbliche che non siano di taglio e riduzione dei servizi, il secondo, invece, inciderà sui livelli di occupazione e sul reddito disponibile, segnando drammaticamente un equilibrio già fragile vista la mancata riconversione da industriale a terziario, quanto meno negli occupati effettivi.

Questo, in estrema sintesi, è il quadro politico-economico di Torino in questo inizio di 2019: una giunta invisa a una parte rilevante del precedente Sistema Torino, in un quadro economico locale che vede ancora i giovani disoccupati, a livello provinciale, attestarsi attorno al 40%, che, faute-de-mieux, si appoggia al mantra dello sviluppo locale guidato dal turismo, dal cibo e dagli eventi per sfuggire a scandali e accuse di immobilismo.

Porta Palazzo. Foto di Sara Iandolo

 

E Aurora?

Aurora paga allora un vantaggio, e lo paga nel periodo probabilmente peggiore. Il vantaggio è quello di essere vicina al centro, troppo vicina. Ha dei valori immobiliari molto bassi, in certi casi di quasi il 90% inferiori tra le aree peggiori di Aurora e le migliori del centro, sebbene si colmi la distanza tra queste aree in circa 15 minuti a piedi o 10 di mezzo pubblico. Nella letteratura sulla gentrification[5], quando si ha un differenziale così elevato, si parla anche di rent gap per intendere che si apre un varco per interessi speculativi che ingabbiano il differenziale e lo incassano. Questo è quello che sembrerebbe portare molti attori privati a investire in Aurora negli ultimi tempi. Il periodo in cui tutto ciò accade è però il peggiore. L’amministrazione è debole, la congiuntura economica pessima e la popolazione attualmente residente particolarmente vulnerabile. Molte famiglie hanno già pagato pesantemente questo decennio di crisi, con una geografia degli sfratti che vede Aurora e Barriera di Milano (il quartiere immediatamente a nord del primo) sotto i riflettori urbani. Se a ciò aggiungiamo che circa il 30% della popolazione di questi due quartieri è composta da famiglie di origine straniera, il profilo della vulnerabilità si carica anche della questione etnica e razziale.

La mescola sociale di Aurora è perciò simile a quella di una polveriera: interessi speculativi in arrivo, crisi economica persistente e una popolazione povera e frammentata, con molte forme di conflitto sociale che prendono tinte razziste[6].

Il quartiere ha gli anticorpi adeguati, o esploderà definitivamente? Al momento, forze dell’ordine e amministrazione locale sembrano aver scelto la seconda opzione. L’intervento muscolare, che è ancora in corso mentre si scrivono queste righe, ai danni dell’Asilo occupato di via Alessandria 12, ha avuto l’effetto di militarizzare proprio l’area ‘degradata’ di cui parlava l’autore di Torino ha un fegato. A farne le spese, la voce più rumorosa e fuori dal coro degli story-tellers locali, un gruppo di attivisti anarchici che da anni esprimeva attraverso il proprio blog Macerie la critica più feroce e spietata alla macchina di rigenerazione del quartiere. Non erano gli unici, ma erano certamente i più rumorosi, coerenti e longevi in zona.

Si racconta spesso come la sindacatura “law&order” di Giuliani a New York abbia poi aperto la strada al successivo sacco speculativo di Bloomberg, e non vorremmo che l’attuale giunta Appendino stesse aprendo la via a un qualcosa di simile. Questo però non accadrà: Torino non è New York. Nel bene come nel male.

[1] Si veda il bel reportage di Francesco Migliaccio, La propaganda incosciente. Due residenze artistiche a Torino, in Lo Stato delle Città, n.1, Ottobre 2018.

[2] S. Belligni e S. Ravazzi, La città e la politica, Il Mulino, Bologna 2013.

[3] S. Sassen, Espulsioni, Il Mulino, Bologna 2015.

[4] A. Grandi, Sistema Torino, Musso Ed., Carmagnola 2002; M. Pagliassotti, Chi comanda Torino?, Castelvecchi Ed., Roma 2012.

[5] G. Semi, Gentrification, Il Mulino, Bologna 2015.

[6] P. Cingolani, È tutto etnico quel che conta? Conflitto per le risorse e narrazioni della diversità a Barriera di Milano, in C. Capello e G. Semi (a cura di), Torino, un profilo etnografico, Meltemi, Milano 2018; F. Pastore e I. Ponzo, Concordia discors. Convivenza e conflitto nei quartieri di immigrazione, Roma, Carocci 2012.

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