Politiche del contemporaneo

“Nessuna isola è un’isola”

Brexit, diseguaglianze e l’etnografia che non c’è.

brexit
Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente
Mao Tse-tung
Far prevalere ciò che ci unisce a ciò che ci divide
Matteo Renzi dopo il voto su Brexit

 

Peterborough, nella contea del Cambridgeshire, è una città inglese fra quelle che hanno autorità amministrativa, una delle cities, dunque con un certo grado di autogoverno. Conta quasi 180mila abitanti: il 20% sono immigrati, fra le percentuali più alte del Regno Unito. Qui il Leave, l’uscita dall’Unione Europea, ha vinto nettamente. La presenza di forte immigrazione non basta a spiegare il voto pro Brexit, nonostante Ukip abbia investito molta della sua retorica sull’Europa a maglie larghe di Schengen (ad esempio, ancora maggiore la presenza di immigrati si raggiunge nell’area di Londra dove vince – per motivi complessi e diversi – Remain).

A Peterborough per la Brexit ha votato il 61% mentre per Remain solo il 39. Un’analisi più dettagliata del voto mostra che su 23 quartieri 3 (Barnak, Central e Late Postal) hanno registrato una leggera maggioranza per Remain, 15 hanno votato nettamente per l’uscita, altri 5 sempre a favore di Brexit, ma con differenze molto più lievi.

Birmingham ha la stessa percentuale di immigrati sulla popolazione locale rispetto a Peterborough, ma la sua popolazione supera il milione di abitanti, e la storia della sua demografia è nettamente diversa: le migrazioni sono meno recenti, è la seconda città più popolata del Regno Unito, una lunga tradizione pluriculturale. Brexit ha vinto anche qui, ma in maniera molto meno netta 50.4% per Leave contro il 49.6% di Remain.

Un voto che sembra nettissimo guardato dall’esterno rivela qualche complessità in più se ci si cala nei quartieri, anche solo dall’alto e senza uno sguardo etnografico. Sguardo che sarebbe necessario per capire le differenze fra i diversi quartieri, la presenza e la qualità di progetti di accoglienza per i migranti, le iniziative culturali del tessuto sociale negli ultimi anni, il tessuto economico, i poli industriali, i licenziamenti, l’attivismo sindacale, l’iniziativa imprenditoriale e i gradi di corruzione, i modelli e le pratiche delle culture politiche locali, l’uso dell’informazione, delle immagini simboliche, i finanziamenti pubblici alle scuole e i programmi sanitari.

Giovedì scorso hanno votato complessivamente 33 milioni di britannici. È finita, circa, 17milioni400mila contro 16milioni150mila: la differenza precisa fra Leave e Remain è stata di 1.269.501 voti. Un dato ha tenuto banco per diverse ore: il 72% dei giovani tra i 19 e i 24 anni ha votato a favore della permanenza nell’Unione. Appena si varca la soglia dai 35 in su però la percentuale torna ad attestarsi sulla metà della popolazione dei trenta, quaranta e cinquantenni favorevoli a Brexit. Inoltre, è stato segnalato come la popolazione giovanile abbia sostanzialmente disertato il voto: solo il 36% delle giovani e dei giovani inglesi fra i 19 e i 24 anni hanno scelto di andare a votare. I tre quarti sono rimasti a casa.

Lo stesso risultato a parti rovesciate avrebbe prodotto una narrazione opposta sui media rispetto a quello che stiamo leggendo, su toni probabilmente trionfalistici, sulla UE come processo ineludibile. In altri termini la vittoria di Remain, comunque risicata, avrebbe prodotto una sostanziale continuità e tappato qualunque riflessione, minimizzando la spaccatura ad ogni modo evidente.

Eppure la vittoria del Leave ha prodotto uno shock nell’immaginario europeista, anche in chi coltivava una rappresentazione critica delle istituzioni europee. Uno shock da cui è faticoso riprendersi. Potremmo forse, a una settima di distanza dal voto, provare a mettere a fuoco alcuni elementi della posta in gioco di Brexit, sottraendola alla polarità narrativa europeismo/populismo, instancabilmente alimentata dai media. E che, a voto concluso, si è affiancata a un’altra polarità, quella generazionale: da non sottovalutare ma che, come tutte le polarità, semplifica e può essere fuorviante.

L’istituto referendario è per definizione efficace nella semplificazione politica: vince chi ha un solo voto in più degli altri. È un grande strumento di democrazia se adoperato in un contesto che all’esito fa seguire l’analisi. Altrimenti è lo strumento preferito da élites e oligarchie per mantenere ciò che Gramsci definiva «l’equilibrio dei gruppi urbani in lotta» (Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1609).

Romano Prodi ha recentemente ironizzato, riproponendo tensioni da tempo presenti, sulle enfatiche posizioni filo-europee dei leader britannici (da Blair a Cameron) che fino a ieri osteggiavano qualunque politica di inclusione UE, rivelando invece, implicitamente, la lotta molto politica e molto interna fra Cameron e Johnson per il controllo dell’area conservatrice che si è innestata sul referendum e che si sarebbe risolta in una egemonia della posizione di Cameron con la vittoria del Remain.

Inoltre il Regno Unito ha una sua Banca Centrale, era fuori dalla moneta comune e dal sistema di garanzie e relazioni della BCE di Mario Draghi; dal punto di vista economico finanziario la sua era una posizione diversa da quella degli altri 19 stati che fanno parte della cosiddetta Eurozona, i paesi che hanno adottato l’euro tra il 1999 e il 2015. Il Regno Unito si trovava in compagnia di altri 8 stati aderenti all’Unione Europea (Bulgaria, Croazia, Romania, Ungheria, Svezia, Danimarca, Repubblica Ceca, Polonia) che hanno mantenuto, per ora, le monete nazionali.

L’analisi potrebbe indicare motivi differenziati del voto orientato al sì o no alla permanenza nell’Unione che andrebbero indagati e che invece sono semplicemente ignorati. Avanzare motivazioni relative alla scarsa informazione, all’ignoranza, all’irresponsabilità, richiamando implicitamente la legittimità del potere decisionale su certe materie solo per alcuni (ben informati, laureati, giovani) vuol dire tifare oligarchia.

Il modello di sviluppo proposto dai fautori di Remain, fossero laburisti o conservatori è stato respinto, non ci sono dubbi, anche da un’area politica riconducibile alle destre nelle loro diverse formazioni e ispirazioni ideali. È stato respinto anche da settori socio economici interessati ad una politica di isolamento tradizionalmente forte nel Regno Unito, qualcuno ha richiamato addirittura uno spirito vetero imperiale e nostalgico.

Tutte queste forze, è vero, hanno lavorato per contrastare la permanenza nell’Unione, ma sarebbe puramente ideologico limitare l’opposizione a questa Europa alle forze di destra, genericamente populiste, senza ricordare che la percezione dell’Europa attuale e le sue politiche significa da troppo tempo ormai austerità, in un senso praticamente opposto e violentatore rispetto a quello che conoscevamo in Italia nella coniazione di Berlinguer.

Abbiamo fatto presto a far sparire la Grecia dalle cronache, eppure l’austerity ha tenuto banco per mesi: ora l’unico strumento di lettura appare la lotta fra generazioni o lo scarso europeismo di Corbyn.

La polarizzazione si è cristallizzata fra giovanilismo e cultura europeista (astratta) da una parte e populismo vetero isolazionista dall’altra.

Al di là delle rassicuranti classificazioni, ciò che si è prodotto è una spaccatura all’interno di un elettorato che, in ogni caso, si è trovato di fronte ad una scelta privo di un progetto politico concreto. Sono una dimostrazione di questa incertezza sia l’immediato tentativo di raccolta firme per produrre un nuovo referendum sia le forme di distinzione della propria scelta elettorale come il coro, non privo di una certa ironia calcistica, cantato dai tifosi dell’Irlanda del Nord in occasione della partita contro il Galles: “We voted remain, we aren’t stupid”.

Tanto basta per produrre sufficiente rumore a ricacciare nella specificità del contesto britannico il voto che, assieme al referendum greco, ha maggiormente animato la passione politica della cittadinanza europea.

Tenere conto dei contesti diversi non deve impedire una riflessione più generale.

Quello che colpisce delle campagne referendarie pro Remain o pro Leave è la destoricizzazione di temi politici enormi fino alla loro banalizzazione: la mondializzazione dell’economia, il tramonto della sovranità degli Stati-nazione, i flussi migratori verso l’Europa, sono processi iscritti nel lungo periodo, slegati dalle contingenze di un’istituzione relativamente giovane come l’UE. La questione, dunque, era ben più grande del modo in cui è stata posta, della metafora spaziale con cui è stata divulgata sulle schede referendarie, come se il Regno Unito, nel mondo iperconnesso della globalizzazione potesse entrare o uscire da qualcosa.

Forse potrebbe essere utile riprendere le riflessioni elaborate dal Marx storiografo del suo tempo, quello de Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 o de Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, per guardare oltre la vita di istituzioni sempre meno in grado di incidere sulla realtà effettuale (sulla Wirklichkeit), incapaci cioè di incidere sul reale trasformando o mantenendo i rapporti di forza all’interno delle società che si presume governino, sempre più nude, sempre più disgregate e ricomposte nella forma del cesarismo regressivo. Vale a dire di un regime politico in grado di giocare un ruolo meramente difensivo rispetto al capitalismo finanziario e, allo stesso tempo, incapace di coniugare questa funzione difensiva con una qualunque forma di sviluppo economico e sociale.

Ciò che ci unisce questa volta è esattamente ciò che ci divide: le disuguaglianze che si sono prodotte nel sistema Europa depoliticizzato, deresponsabilizzato e iper-finanziarizzato sono la fucina del processo di disgregazione del progetto politico europeo stesso. È necessario raccogliere finalmente queste disuguaglianze e farne materia di discussione comune; disuguaglianze che sono quanto di più ci unisce nell’attuale contesto e il motivo fondamentale che potrebbe portare ad una rapida conclusione dell’esperienza comunitaria.

Le aspirazioni autarchiche sbandierate in tutta Europa dalle destre populiste e razziste sono solo apparentemente contrapposte alle istituzioni europee, ne sono invece l’ultima mistificazione della loro impotenza, quella estrema: fallito il governo europeo, sovranazionale, del turbocapitale tentiamo l’illusione del governo nazionale in un mercato globale. Brexit rispetto a tutto ciò rimane operetta: i gallesi o gli scozzesi, con i loro salari sempre più bassi, non torneranno a comprare le scarpe dei calzolai del Regno, ma sempre quelle di qualche multinazionale che le produce in Vietnam.

Eppure nelle prime ore successive al voto sono stati eletti come temi prioritari quelli relativi all’andamento delle politiche monetarie internazionali che potrebbero fa esplodere una nuova bolla finanziaria, la durata temporale delle incertezze dei mercati e tutto ciò che dal 2008 a questa parte sta erodendo la scogliera del potere politico e di cittadinanza con la costanza dell’acqua. Problemi reali, dei quali però è spesso “negata” la comprensione politico-sociale per utilizzarli da spauracchio contro qualsiasi opzione controversa.

Il combinato disposto di questa cristallizzazioni ideologiche è quello – non del tutto volontario ma certo strumentalizzato – di espungere dal discorso la re-distribuzione del reddito, il cambio radicale del modello economico e l’accompagnamento delle buone pratiche sociali, dell’accoglienza, della partecipazione.

Temi che tradizionalmente sarebbero raccolti da un’istanza politica di sinistra, assente anche in questa occasione, immobile tra la necessità di mantenere un profilo europeo istituzionale e il mantenimento del consenso all’interno del suo stanco elettorato tradizionale.

Rimane, tuttavia, un vuoto incolmabile. Il lascito più amaro di tutta questa vicenda è la sensazione di profonda impotenza, della possibilità di esprimere la nostra voce solo attraverso dei “no” sconnessi, privi di riconoscimento politico. Come Bartleby siamo ostaggio del giudizio assolutamente negativo, della forma generale del rifiuto. Forse qualcuno ha interpretato quel Leave sulla scheda referendaria come l’I would prefer not to del tragico scrivano di Melville.

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[Il titolo di questo articolo è un prestito dalla raccolta di saggi di Carlo Ginzburg su alcuni aspetti della letteratura inglese e i suoi rapporti/distanze con l’Europa].

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  • Tiziano Annulli

    Ciao tutt*, e complimenti all’autore per l’articolo: finalmente qualcosa di intelligente e non scontato sulla questione. A proposito del tema generazionale, mi sembra interessante come la sovrapposizione assiologica fra “europeismo(astratto)-isolazionismo(xenofobo)” e giovani-vecchi, assunta nel suo aspetto valoriale come dato di fatto, sia stata utilizzata per sollecitare il pubblico da un lato facendo riferimento a degli opinion poll pre-voto under-35, dall’altro attraverso la narrazione della generazione Erasmus (tipo Calabresi su Repubblica). Interessante perché i dati quantitativi degli opinion poll erano una ciofeca (vuoi perché scarsi, vuoi perché non pesati) e perché la generazione erasmus non si ferma affatto agli under 35. L’Erasmus ha quasi 30 anni, e quelli che hanno usufruito dello scambio nel corso del primo 15ennio arrivano ad avere quasi 50 anni.