Milleuna

La biblioteca segreta. Prima puntata

Ivan Teobaldelli è, fra le altre cose, l’autore del romanzo Esercizi di castità (Einaudi, 1993) e il co-fondatore e direttore della pionieristica rivista Babilonia. Nel 1997 ha pubblicato La biblioteca segreta. Cento romanzi che raccontano l’amore omosessuale (Sperling & Kupfer), un personale canone di opere letterarie del Novecento stilato «in nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore». il lavoro culturale è felice di ripubblicarlo, in dieci puntate, nella sua integralità. Grazie a Gianluca Franchi per la collaborazione e a Ivan Teobaldelli.

Prefazione

La biblioteca nascostaQuel libro m’ha cambiato la vita!

Chi non ha mai fatto, almeno una volta — anche a costo di apparire un po’ spocchioso e rétro — questo tipo di affermazione? Tra quanti mi stanno leggendo, chi non ha mai confessato a proposito di un certo libro: mi ha aperto gli occhi, mi ha salvato dalla malinconia, mi ha spinto a partire, a condividere un dolore?

Chi vi scrive ha la vita lastricata di domande e di libri. Alle prime, tenta ancora di rispondere; i secondi, li tratta come compagni di viaggio che possono essere, al tempo stesso, adorabili e infedeli, litigiosi e pazienti, pronti a defilarsi o a starti vicino. In ogni caso t’accompagnano per un pezzo di strada, e, se non avviene l’irreparabile, ci si ritrova sempre in seguito da qualche parte.

I libri rispondono anche alle domande. Quando ero ragazzo e leggevo di tutto con passione, c’era una zona della biblioteca comunale che mi era interdetta. Inutili le mie proteste; era una vetrina, serrata con un lucchetto, che pur contenendo, a naso, i libri più saporiti e gustosi, mi era drasticamente vietata.

Crescendo scoprii che c’erano libri per bambini, per signorine e per adulti, titoli «adatti» e «sconsigliati», romanzi «formativi» e «immorali», volumi «all’indice» o consegnati a un’arcigna disposizione: «da consultare per motivi di studio».

Con tante esche, non potevo che diventare un lettore insaziabile, con in più lo sfizio d’andare a rovistare nel solo argomento che sembrava causare tanto sconquasso: il tema amoroso.

La prima volta che lessi un romanzo con una storia esplicita d’amore omosessuale, fu Le amicizie particolari di Peyrefitte. Galeotto fu il libro. Fino allora ero stato così ingenuo, che pur studiando greco e latino, mai m’ero imbattuto nei testi del Simposio, in certi epigrammi di Marziale e di Catullo, nel Satyricon, nei frammenti dell’Antologia Palatina. La cortina fumogena stesa dalla scuola m’aveva impedito di vedere — depistandomi scientemente — i sonetti di Michelangelo e Shakespeare, le opere di Baffo e di de Sade. Riproduceva quel silenzio feroce che è arrivato fino a metà Ottocento, quando l’invenzione medica dell’omosessuale — come figura diversa e deviante — scatenò una fiumana irresistibile di scartafacci (quasi un’appendice alla Psycopathia Sexualis di Kraft-Ebing) fatta di lettere, confessioni, sedute psicanalitiche, pamphlet che s’affannavano a spiegare «l’anomalia», a scongiurarla, a chiederne dolorosa ammenda.

In letteratura, il Novecento è stato la culla di questa riflessione: si può vivere e descrivere liberamente l’eros omosessuale? È una sfida ancora non esaurita, e la dice lunga sull’importanza che la passione (o la sua assenza) occupa nel vissuto dei cosiddetti «gay», gli ultimi, a quanto pare, rimasti a credere e a praticare i codici della «finzione amorosa».

Fiumi d’inchiostro sono stati versati a difendere o a combattere questa causa. In letteratura ha sempre occupato un posto imbarazzante; gli stessi paladini o la liquidavano anonima o come elegante «capriccio», o addirittura post-mortem girava clandestina tra le maglie della censura, esigendo a volte tributi amari; fino a qualche decennio fa era nascosta sui ripiani più scomodi delle librerie, non proprio a portata di mano; ancora oggi la morale cattolica la definisce «corruttiva».

Noi preferiamo seguire la saggezza e la modernità di Terenzio: Homo sum: umani nihil a me alienum puto. I cento libri scelti vogliono essere un’indicazione, una guida ragionata e «partigiana» a disposizione del lettore, per muoversi a suo agio e senza patemi dentro questa «terra di nessuno». Anticipandogli una sorpresa: che, a distanza di anni, molte opere hanno resistito benissimo alla polvere del tempo e al cambiamento; altre stravincono sull’indifferenza che le ha accolte; tutte contengono una risposta, esplorano un tormento, esaltano una scelta. In nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore.

1. Derek Jarman, A vostro rischio e pericolo

Era la swinging o la swingeing London (la Londra punitiva) quella che negli anni Sessanta accoglieva il giovane Jarman nei primi club gay (il Gigolo, il Casserole, La Douce), dove s’aggiravano le incipriate checche d’antan — sir Francis Rose, Quentin Crisp, Michael Weald — e i buttafuori controllavano spietati che nessuno si toccasse? Altri tempi e ingenuità, se «gli uomini che uscivano in cerca di sesso indossavano sempre jeans».

È un distillato di memorie questo diario che conclude il precedente Modem nature (Ubulibri, Milano 1992), e nel titolo At your own risk coincide con il cartello che segnala le proprietà private e i divieti di passaggio. In questo caso un’intera esistenza.

Un testamento, lo definisce l’autore, e cita al proposito Pasolini: «Il mio Salò non è nei film; potrebbe essere questo libro». E tenta di tracciare l’itinerario amoroso d’una vita: la prima cotta a sei anni sul lago Maggiore, per Davide, il nipote del giardiniere, e le angosce del collegio: «La fisicità dello sport, in particolare gli spogliatoi, era un’agonia d’inganni. Disperavo di riuscire a evitare di essere la femminuccia delle critiche di mio padre, ero terrorizzato all’idea di essere la checca del dormitorio». Poi la Londra di Carnaby street, i pantaloni a zampa d’elefante, l’underground, David Hockney e la più sfrenata sessualità nel parco di Hampstead Heat: «Non sei un uomo fino a quando non ti sarai fatto scopare, Derek!»; i primi cortometraggi, il lavoro con Ken Russell, i film Sebastiane, Caravaggio, e una febbrile, intensissima produzione, fino alla scoperta, nel 1986, della sieropositività.

Sotto il segno del triangolo rosa: nel clima di omofobia e di disinformazione creato dalla misteriosa malattia, Jarman assiste al radicale cambiamento di uno stile di vita: «Ero preso da un senso di sgomento all’idea che a un’intera generazione potesse essere negata la gioiosa e spensierata esistenza che noi avevamo vissuto». Si dichiara pubblicamente sieropositivo, e diventa la cartina di tornasole delle paranoie di un’epoca, e anche di commoventi solidarietà. Tanto da trasformare il testamento nel congedo affettuoso d’un fratello più grande ai mocciosi di casa: «Amici omosessuali, permettetemi di congedarmi da voi cantando. Voi che vivrete in un futuro migliore, possiate amare senza soffrire e ricordare che anche noi amammo. Mentre calavano le tenebre, comparivano le stelle».

2. Hervé Guibert, All’amico che non mi ha salvato la vita

È il racconto di un’esperienza estrema, l’Aids, vissuta su se stesso e registrata giorno per giorno dall’autore, tra diagnosi, «provette colme di sangue caldo e nero», incontri, esorcismi e, tra i fantasmi dei ricordi, la figura dell’intellettuale Muzil (alias Michel Foucault) già falciato dal contagio.

Molti amici di quest’ultimo si dichiararono inorriditi dal tradimento che Guibert, facendo leva sulla confidenza e amicizia del filosofo, perpetrò ai suoi danni estorcendogli confessioni che venivano trascritte immediatamente, appena fuori della stanza. Nessun lettore attento, però, riesce a scrollarsi di dosso il dubbio che Foucault si confessasse intenzionalmente, avendolo già messo in conto. La verità non la sapremo mai, ma molti sono rimasti disorientati da questa sua «censura» e hanno fatto proprio il giudizio di un’altra vittima illustre, J.P. Aron: «Foucault era l’uomo del linguaggio, del sapere e della verità, non del vissuto e del senso. Era anche omosessuale. E se ne vergognava, nonostante vivesse questa omosessualità in modo a volte dissennato. Il suo silenzio di fronte alla malattia mi ha indisposto perché era un silenzio di vergogna, non il silenzio d’un intellettuale».

Forse questa scelta di Guibert di descrivere la propria agonia è anche troppo impudica e squadernata, ma un merito ce l’ha: è la resa narrativa totale all’arrivo della morte, senza anestesie, intermittenze o vuoti, con una definizione della malattia che viene dal di dentro: «L’Aids non è esattamente una malattia… è uno stato di debolezza e di abbandono che apre la gabbia alla bestia che era in noi…».

3. Manuel Vázquez Montalbán, Gli allegri ragazzi di Atzavara

Estate 1974; come ogni anno un’allegra combriccola di uomini e donne si ritrova a trascorrere le vacanze insieme in uno sperduto paesino della costa spagnola. Questa volta, però, c’è un ingrediente nuovo — il peperoncino — nella solita minestra di incontri e relazioni. È un ragazzo, Vicente, presentato come amante ufficiale dall’uomo che regge le fila del gruppo, e che dimostra con questo gesto grande coraggio, ma finisce per stravolgere irrimediabilmente i fragili equilibri. Di questo sconvolgimento, che chiuderà per sempre «le allegre estati di Atzavara», con una tecnica affabulatoria eccezionale, l’autore riporta quattro versioni che si intersecano, si arricchiscono a vicenda e si completano come strati d’una cipolla. E l’amara conclusione: l’amore è una pratica cannibalesca, una forma di vampirismo che ha bisogno di sangue giovane per i riti della sopravvivenza.

4 . Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini

Sul ritornello gucciniano più ossessivo e sincero degli anni Settanta, «piccola città bastardo posto», si snodano i racconti e le vite di Giusy e Bibo, le Splash e il Danilo, la Ella e l’Annacarla, lo spinello e il Fernet e tutti i maldipancia (compresi gli eroismi e l’eroina) di chi muore di noia in provincia e sogna la fuga «tra la via Emilia e il West». È l’impressionante foto di gruppo, con tutti i tic linguistici e le mitologie, d’una generazione di ventenni che prolungano l’adolescenza in nome di «una linea d’ombra» tribale, quella che «avverte che la regione della prima gioventù la dobbiamo lasciare indietro».

In quest’ora di «momenti sconsiderati», di stanchezza e d’insoddisfazione, gli scoppiati personaggi di Tondelli intortano e si sballano e bruciano bastoncini d’incenso al sogno d’una mitica controcultura sempre «altrove», tra Lou Reed, il Lambrusco e gli Inti-Illimani.

Fu il sequestro per oscenità che fece di questo bel romanzo un best-seller e del suo autore «un caso letterario». Ma se giovò alle vendite fu rovinoso per Tondelli, etichettato da allora come «giovane scrittore arrabbiato», con tutte le scemenze che conseguono. Tondelli era scrittore intimista e in Camere separate (Bompiani, Milano 1989) lo dimostra appieno, ma rappresentò — suo malgrado — la generazione bolognese del 1977, che smise molto presto d’essere giovane e incazzata, perché si guarisce dall’estremismo — come recitava saggiamente nel 1976 la «Traviata Norma» — non essendo altro che una malattia infantile del comunismo.

5. Pier Paolo Pasolini, Amado mio

Censurato in vita dal suo stesso autore (come Ernesto di Saba e Maurice di Forster), è uno di quei fiori che sbocciano sulle tombe, e solo lì, per misteriosa e ultraterrena impollinatura. Il libro è l’insieme di due romanzi brevi: Atti impuri e Amado mio. Sono autobiograficamente contigui perché narrano del tempo trascorso a Casarsa dal 1943 al 1948, quando il professor Pasolini, neolaureato e renitente alla leva, si rifugia in Friuli dalla madre e comincia, sotto forma di diario discontinuo, il racconto della sua giovinezza in quel mondo contadino fatto di doposcuola, feste da ballo sulle aie, sbornie nel giorno di festa: «Attendevo con l’ansia degli adolescenti un’altra domenica»; di frenetiche caccie in bicicletta lungo gli argini «cercando le mille forme di giovinetti»; di passeggiate e carezze furtive ai ragazzi «indomenicati»: «Avevo l’abilità di chi chiede l’elemosina»; e soprattutto del cedimento inesorabile, tra tormenti e rimorsi, «all’anomalia» degli amori: «Nel vedere Nisiuti malato, pensai a una presenza inesorabile di Dio […] Nisiuti doveva essere liberato dall’orribile colpa in cui egli, così semplice e religioso, veniva trascinato dalla mia passione. E Dio lo liberava col farlo morire».

Due mondi a confronto: quello borghese e letterario della famiglia Pasolini, «i due ospiti signori» a cui ci si rivolgeva con il lei: «Ah, Paolo, non mi faccia bruciare la polenta», grida la Ilde imbarazzata; e quello odoroso di strame e concimaie, elegiacamente intatto, che l’autore sa di corrompere segretamente con la «cultura dei ricchi» e con la sua ossessione amorosa. E sarà proprio l’amato Nisiuti a confessare al prete i rapporti sessuali con Pasolini (di qui la fuga a Roma e la scomunica del Pci locale), ma è così che lo ricorda l’autore: «Egli se ne stava seduto su un seggiolino di legno, presso la madre, eretto, proteso, spinto verso di me, mangiandomi quasi con lo sguardo. Gli occhi — che la simpatia rendeva di una limpidità deliziosa — ardevano fissi su me, come segni d’un’offerta, d’un dono […] Tutto era contenuto in lui, tutto quello che è necessario all’amore. E niente di chiuso, di inespresso, di adombrato: il suo mistero splendeva chiaro come il suo sguardo».

6. Roger Peyrefitte, Le amicizie particolari

È stato il livre de chevet di molte generazioni che, in questa tragica storia di collegiali, hanno ritrovato tutto l’orrore e la condanna per un sistema educativo che attraverso la menzogna e l’ipocrisia controlla, plagia, avvelena anche gli slanci più sinceri dell’adolescenza. L’ambientazione è il collegio di Saint-Cloud, dove i precettori sono reverendi padri di stampo gesuitico, la tenuta da cerimonia per i ragazzi «è un vestito classico di lana di Scozia blu marino», tutti tranquillamente citano L’imitazione di Cristo e La vita dei santi, e il padre spirituale ha le chiavi del cuore di grandi e piccini. La severa interdizione che impedisce qualsiasi rapporto tra le divisioni (pena l’espulsione dal collegio) è come il frutto proibito dell’albero della Conoscenza: scatena passioni, induce alla delazione, riempie d’emozioni le vuote giornate scandite dal suono freddo della campanella. In questo universo sessuofobico, dove l’unico peccato temuto è quello contro la purezza, la vittima non può essere che il più sensibile e ingenuo degli allievi, il piccolo Alexandre, la cui anima sarà profanata proprio da coloro che intendevano salvarla: «Il padre mi ha dichiarato che mi trova leggermente cambiato, che sente in me […] qualcosa di sospetto. M’ha preso sulle ginocchia e m’ha parlato all’orecchio. M’ha chiesto se sono tormentato, se ho sogni la notte, se non gli nascondo qualcosa. L’ho guardato così dritto negli occhi che non ha insistito».

È il libro più sincero e forte di Peyrefitte, privo del sensazionalismo e di quella fama «da rotocalco», pettegola e scandalistica, che accompagnerà l’autore per tutta la vita.

7. Eric Jourdan, Gli angeli malvagi

Romanzo strano e morboso, questo, d’un precocissimo scrittore francese sedicenne, Eric Jourdan, che dipana, con una tecnica stilistica speculare, la passione esclusiva tra due cugini.

Il primo a raccontare è Pierre, che conduce il lettore in medias res, nell’estate del 1956, in una casa padronale nella campagna attorno alla Loira, dove i due ragazzi sono costretti a trascorrere le vacanze quasi sempre da soli, tra le scialbe apparizioni dei padri, entrambi vedovi, intenti solo agli affari. Un giorno, in riva al fiume, sull’erba umida e fresca, l’illuminazione: senza vestiti, i due cugini per la prima volta si rendono conto dell’attrazione reciproca che i loro corpi esercitano. Fanno l’amore, ai loro occhi si squarcia un velo: entrambi sono «posseduti», non riusciranno più a fare a meno l’uno dell’altro, nonostante i divieti, il moralismo, lo scandalo denunciato dai vicini.

Poi è Gerard che prosegue la narrazione; è lui l’agnello sacrificale d’una passione diventata ormai sadica e ossessiva perché è su di lui che Pierre si sfoga in raptus amorosi e brutali. Finiranno per uccidersi l’un l’altro, a dimostrare al mondo che non possono separarsi, e che l’estrema barriera dei corpi, la dualità, può essere annullata con un solo e irripetibile abbraccio, quello con la morte.

8. Alberto Arbasino, L’anonimo lombardo

Com’è nel suo stile di mescolare «sacro e profano», la citazione dotta con il pettegolezzo della «scioretta», il festival di Menotti e la descrizione d’un albergo a ore, la lirica con gli ingredienti di un cocktail, La ginestra di Leopardi con lo slang di una banda di «marchette», miscelando abilmente letteratura e vita fino a cancellarne i confini (vedi Fratelli d’Italia, Le piccole vacanze), anche in questo romanzo si parte dal «sublime», e precisamente dalla prima della Medea della Callas alla Scala, per andare a rinculare contro «le dure linee» di un corpo di giovanotto che assiste allo spettacolo e fa gli occhioni dolci.

È l’amore. O meglio gli amori, belli e disinibiti di «elefantino secondo» che non legge Arcadie ma le riviste americane di «guys in moto e di lads sotto le docce», indossa «stole di marinai» che fanno l’amore in coppia, regala paltò a biondi giostrai, concupisce mozzi greci ad Amburgo e militari americani in Germania, mentre sornione, tra le righe o a piè di pagina, se la ridono le ombre illustri dell’abate Parini, dell’ingegnere Gadda, di Bellini, Manzoni, Verri e Cherubini, sconcertati dalle acrobazie di questi vivaci intellettuali italiani tanto carichi di tormenti e di appetiti sessuali.

9. Manuel Puig, Il bacio della donna ragno

Prendi una checca argentina che si chiama Molina (in onore di un famoso e scandaloso cantante spagnolo degli anni Trenta, Miguel de Molina) e sbattila in cella con un rude e barbuto terrorista: che fine farà?

E invece no! La sopravvivenza in carcere diventa una proiezione non-stop di film, raccontati con una dovizia incredibile di particolari, dalle calze del tipo cristallo di seta allo smalto quasi nero, le pettinature a chignon, a torchon, ai capelli ondulati in serici riccioli, e le scollature basse, rigide, rinforzate, e il déshabillé, la robe de chambre, il négligé, e persino il semplice vestitino di percalle, e i guanti che «fanno pendant» con il cappellino e la pelle di magnolia o di porcellana, e i tendaggi di tulle e il letto favoloso di raso chiaro, capitonné, l’habanera, i boleri, l’orchestra con le maracas, le arpe, i violini… e la brezza profumata dalle araucarie.

Nello spazio claustrofobico della cella, gomito a gomito, due scelte di vita opposte e inconciliabili: il camp e il comunismo, il mitra e le ciglia finte, il cuore e l’ideologia (e infatti la Feltrinelli rifiutò il romanzo).

Così i due s’annusano e si detestano, tra bucati stesi ad asciugare e pestifere diarree, pacchi-viveri e ricatti, un forzato ménage riscattato da dispetti e battute fulminanti.

Eppure, in spregio a ogni legge naturale, avviene miracolosamente l’osmosi, e il finale ribalta ogni convenzione, perché a morire per la rivoluzione sarà la checchina ossigenata, mentre il macho compagno, che ha retto persino alla tortura, delira sfrenato dentro la cinematografia più sentimentale. Grande Puig!

10. Copi, Il ballo delle checche

Raul Damonte Taborda, in arte Copi, è noto soprattutto per essere stato un inimitabile disegnatore di strisce, un generoso militante omosessuale (è sua la copertina del numero zero di Gai Pied), e il capofila di quella schiera di nuovi umoristi che rispondono ai nomi di Siné, Topor, Folon, Chaval.

Eccessivo e ferocemente autoironico, Copi ha diviso il suo talento fra teatro, fumetto e scrittura.

È nelle pièce teatrali (Teatro, Ubulibri, Milano 1989) che più si è sbizzarrito a shakerare un universo inverosimile, costruito coi luoghi più vieti e le situazioni più impensate.

Anche II ballo delle checche appartiene a questa rappresentazione, ma è una recita al quadrato perché è la storia — romanzo nel romanzo — di una checca scatenata alle prese con altre checche ugualmente scatenate che si sbranano in un crescendo raccapricciante di trovate paradossali, di incontri forsennatamente erotici nei vespasiani di New York e nei vicoli di Trastevere, con serpenti boa che addentano membra umane, pescecani che divorano bambini, masochisti che godono nel farsi tagliare a pezzettini. È come se s’incontrassero il surrealismo della cultura spagnola (Bunuel, Dalí) con la frigida pornografia di de Sade; con una capacità visiva strabiliante, una scrittura di grande divertimento pari allo strazio di chi s’accorge di quanto sia limitata l’esistenza davanti alle infinite fisionomie del sesso.

[L’immagine qui riprodotta è Ragazzo sulla spiaggia di Filippo De Pisis, (1917), dalla copertina del libro di Ivan Teobaldelli].

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