SpongeBob, il bipedismo e le Lingue dei Segni

Il settore per l’infanzia di una libreria è un buon osservatorio per capire quali sono gli strumenti e i contenuti più richiesti, quando l’intrattenimento dei bambini è legato alla parola. 

Il rapporto faccia a faccia nella trasmissione dei saperi.

Spongebob-ipad-casePiace di più il racconto di letteratura tradizionale oppure l’invenzione, la digressione continua, stimolata da un bel libro illustrato senza parole? Una certezza è che molto di frequente i genitori delegano a supporti digitali gran parte della trasmissione di suoni, sapere e linguaggio: i cd e i dvd che contengono ninne nanne, filastrocche, fiabe e storielle sono di indubbia versatilità: si possono usare con i lettori di casa, ma anche con quelli dell’automobile mentre si è nel traffico in direzione asilo; con i tablet poi, i contenuti digitali si possono far ascoltare e guardare praticamente ovunque: in pizzeria, a casa della nonna, nello studio del pediatra, a cena da amici, in fila alla cassa del supermercato. Questi prodotti ottengono grande successo se legati ai protagonisti dei canali televisivi dedicati all’infanzia. Nell’enorme galassia televisiva fluttuano bambini anche molto piccoli, cui sono proposti cartoni animati tradotti e adottati da numerosi Paesi-cliente: intrattengono contemporaneamente migliaia di occhi e orecchi diversi tra loro con modalità standardizzate.

I piccoli ascoltano il suono del proprio idioma nativo, la reazione prende forma, ecco allora una replica di disappunto, l’imitazione di un gesto, oppure un segno di compartecipazione alle vicende narrate. Tuttavia l’energia imitativa /produttiva che accende gli spettatori nella loro interazione con lo schermo non riceve grandi attenzioni: la reazione è annullata o inascoltata, lasciata indietro dall’inarrestabile scorrere del programma. La grande fruibilità, replicabilità e offerta di questa produzione rende difficile la “concorrenza” da parte dei libri da leggere o inventare insieme ai genitori e ai pari: le narrazioni senza supporto, sia che attingano alla letteratura infantile tradizionale, sia che affondino nel patrimonio orale di mamme, zie, nonne e balie, diventano sempre più deboli e rare.

Non si tratta di innescare una polemica impossibile tra qualità e comodità, innovazione e conservazione, quanto invece di riflettere su ciò che manca a uno dei due modi di intrattenimento: il rapporto diretto, faccia a faccia, tra adulto e bambino durante la trasmissione del linguaggio, dei suoni della lingua e dei saperi. Quali elementi entrano in gioco nel rapporto faccia a faccia quando parliamo a e con bambini piccoli? Quali conoscenze scambiano adulti e bambini quando si canta e si ascolta una filastrocca? Cosa accade se questo rapporto si riduce o si annulla? L’adulto, in questo specifico ruolo, può essere sostituito da pixel e bit?

C’è un testo del 2009 che vorrei collegare a questa riflessione: Lingua Madre, cure materne e origini del linguaggio. L’autrice è Dean Falk, una nota paleoantropologa a capo del dipartimento di antropologia fisica della Florida State University. Nel libro Falk ipotizza che, tra i sette e i cinque milioni di anni fa, quando i nostri progenitori acquisirono la postura eretta diventando bipedi, essi aprirono la strada a una conquista tradizionalmente attribuita a tempi ben più recenti, di cui si dibatte ancora calorosamente: la nascita del linguaggio. Schematizzando la tesi di un saggio appassionante e molto suggestivo, Falk sostiene che il passaggio al bipedismo portò con sé anche il restringimento del canale del parto delle ominine, le nostre antiche sorelle; la selezione naturale premiò così la nascita di neonati sempre più piccoli e immaturi, che non erano in grado di restare attaccati alle madri come gli altri primati. Molto prima dell’invenzione delle fasce e dei marsupi, il sostentamento dato dalla raccolta di erbe, bacche e radici non sarebbe stato più praticabile se le madri ancestrali non avessero liberato le braccia dall’impegno del piccolo.

E quando per necessità il primo pargolo fu poggiato a terra, l’unico strumento che la madre ebbe per restare in contatto, tenere sotto controllo e rassicurare il piccolo durante le quotidiane ricerche di cibo, fu la voce. I suoni emessi dalle madri in risposta al pianto, che fosse questo di terrore, di fame o di pericolo, si modularono assieme a quelle dei piccoli, fino a costituirsi, e definirsi nel tempo, in un protolinguaggio estremamente ricco di prosodia e comunicazione, molto diverso dalle grida delle altre scimmie antropomorfe, sia dal punto di vista funzionale che sociale. Falk ritiene che la deriva di quel protolinguaggio, le caratteristiche relazionali, funzionali ed espressive di quelle sonorità abbiano aperto la strada a un altro codice comunicativo specifico, universalmente rintracciabile, che trova luogo nel rapporto tra madre e figlio, che è basilare per l’acquisizione delle abilità fonatorie/ percettive del neonato e per la comprensione delle emozioni e dei bisogni: si tratta del maternese, o baby talk. Falk sostiene che nel rapporto madri-figli, e in questa sfera particolare delle cure materne, vi sia l’origine del linguaggio.

Dean Falk e i suoi "amici"
Dean Falk e i suoi “amici”

Probabilmente mia nonna era all’oscuro dei termini, ma il maternese è quel modo espressivo musicale, cantilenante e ripetitivo che le donne (principalmente) usano quando si rivolgono ai bambini (a volte, e con precise distinzioni fonetiche, anche quando si rivolgono ai cuccioli degli animali domestici). Il maternese, che è enfatico e intonato, può insistere sulla comunicazione spontanea, ma può trovare una sistemazione più strutturata quando invece “interpreta” il repertorio tradizionale di ninne nanne, filastrocche e cantilene. Falk individua come precipue del maternese: la prosodia, di enorme aiuto nella percezione e produzione dei suoni, delle sillabe e nella comprensione della divisione tra le parole della lingua nativa; la capacità di trasporre il contenuto emozionale nella produzione linguistica; l’uso frequente di onomatopee e parole iconiche che permette un affinamento delle capacità fonologiche; la sequenzialità dal semplice al complesso che si adatta all’età del bambino (dalla semplice vocalizzazione alla lallazione condivisa di adulto e bambino, dalla lallazione alle prime parole); il contesto di condivisione e reciprocità nel quale le parole vengono introdotte come un gioco di denominazione, parole che poi si organizzeranno come un insieme strutturato; la ripetizione e l’uso frequente dei diminutivi che facilitano l’apprendimento di categorie linguistiche complesse.

A me preme sottolineare soprattutto due elementi del maternese. Il primo è la multimodalità: il maternese è un linguaggio che non viaggia esclusivamente sul canale fono-acustico, per altro variamente modulato, ma si arricchisce di un corredo mimico-gestuale che accompagna, chiarisce ed esplicita ciò che si vuole comunicare. Le espressioni del viso, i movimenti delle labbra e degli occhi, la postura del corpo e i movimenti delle mani sono imprescindibili e naturalmente correlati al messaggio vocale. Il secondo elemento è il ruolo fondamentale dell’imitazione, sia fono-acustica che non-vocale, diretta conseguenza del faccia a faccia. Il maternese coinvolge adulto e bambino in un gioco di specchi, alla produzione vi è immediata risposta e immediata verifica della comprensione (centrata o mancata), un’autoregolazione simultanea che permette di “aggiustare il tiro” in un’atmosfera di continuità di scambio e di piacere.

L’imitazione, nel contesto linguistico, evoca le ricerche sui neuroni specchio: i neuroni specchio creano un legame tra ricevente e mittente di un messaggio, dunque chi osserva/ascolta comprende le azioni dell’altro mediante la trasformazione e la trasposizione dell’input visivo/sonoro in uno schema motorio. Il lobo frontale che contiene i neuroni specchio nelle scimmie corrisponde, nel cervello umano, a una parte dell’area di Broca, la stessa che “gestisce” le attività linguistiche; oggi molti studiosi ritengono che il linguaggio umano si sia sviluppato da un meccanismo inizialmente connesso con l’abilità di riconoscere le azioni compiute da altri, e che i gesti manuali vi abbiano avuto un ruolo fondamentale.

Le teorie sul maternese che quelle sui neuroni specchio si incontrano anche nello studio delle Lingue dei Segni (LS) e ne sfioro qui dei tratti: nelle LS la comunicazione viaggia su un canale visivo-gestuale e non fono-acustico, dunque il rapporto faccia a faccia tra i soggetti coinvolti nella comunicazione è necessario e imprescindibile; la concentrazione fisica e mentale intorno all’atto linguistico rende quasi sempre necessario che, contemporaneamente, non si faccia altro (diversamente da quello che avviene nelle lingue vocali); lo spettro espressivo è complesso e organico: le posture del busto e delle spalle, la posizione delle mani nello spazio, le espressioni del viso, i movimenti di testa, labbra, occhi e sopracciglia sono elementi morfologici, sintattici, semantici e stilistici, basilari per una corretta produzione e comprensione della lingua.

Potrebbe essere utile interrogarsi attorno alla lingua vocale, al suo apprendimento e alla sua pratica, usando le lenti di ingrandimento fornite da sistemi comunicativi che si basano sul rapporto faccia a faccia tra individui in carne e ossa, per riflettere sui mutamenti nella percezione e produzione del parlato nell’epoca del digitale, del virtuale, del sintetizzato. Superando l’ambito infantile, l’analisi può essere estesa al mondo adulto, poiché l’uso del discorso mediato è fenomeno sempre più diffuso attraverso le nuove tecnologie, siano esse chat, messaggistiche istantanee e universi di emoticon. Come ci parliamo quando il portato di comprensione, i sottotoni emotivi, il registro di conversazione, il simbolico, la conoscenza del contesto, il non detto e il dato per scontato, non passano più attraverso il confronto con un altro individuo in presenza? Per ora si assiste sicuramente a una standardizzazione ed elisione massiva di elementi linguistici speciali legati all’ambiente sociale, a uno specifico patrimonio culturale, alla storia personale, alla capacità di empatia o semplicemente alla connessione particolare che si crea tra due persone in dialogo. Uno schiacciamento che può cambiare il destino di questi elementi all’interno del linguaggio usato e trasmesso ai nostri figli, e premere sul rapporto tra la lingua parlata e scritta e sulle dinamiche di relazione.

Osceno, ma forse lecito, è collegare SpongeBob e l’apprendimento del linguaggio, Peppa Pig e la sistemazione del pensiero delle nuove generazioni. Più viscerale chiedersi quale futuro avranno la capacità di ascolto e il piacere della bella parola: quella che ancora cattura, fa guizzare gli occhi e spalancare le bocche di chi ascolta altri esseri umani in carne e ossa, siano questi genitori, maestre volenterose oppure la vecchia zia cui riaffiora alla mente, e giusto in tempo, quel pezzo di assoluto successo affabulatorio.

Pink Floyd, The division bell
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