Il cartello che non c’è

Sull’intervista di Sean Penn al “Chapo” Guzmán. 

Al di là dell’evento mediatico, cosa ci dice la conversazione tra Sean Penn e il “Chapo” Guzmán recentemente pubblicata da Rolling Stone

Dal punto di vista dell’inchiesta giudiziaria e degli studi sulla sicurezza, l’intervista di Sean Penn al Chapo Guzmán e il reportage che la accompagna sono irrilevanti. Ma da un punto di vista antropologico, lo spettacolo mediatico costruito intorno alla cattura del Chapo è carico di dettagli significativi. In fin dei conti, il tono della corrispondenza tra l’attrice Kate del Castillo e il Chapo, le sue camicie, l’iter accidentato dell’intervista, le reazioni del pubblico – perfino la scoreggia di Sean Penn – ci dicono delle cose. Parlano, ad esempio, delle distinzioni tra classi sociali in Messico, del diritto all’esibizione, dell’influenza delle serie televisive, del ruolo della simulazione e del sospetto nella vita pubblica e della relazione tra il pubblico statunitense e quello messicano.

Ciò che qui mi interessa approfondire è l’intervista. Un primo aspetto che richiama l’attenzione è che la maggior parte delle domande mirano a restituire una radiografia morale del Chapo: “lei è violento?”, “che rapporto ha con sua madre?”, “sa che le droghe fanno male?”, “quali sono i suoi sogni?”, eccetera.

Le risposte sono prevedibili. Il sinaloense si sforza di dialogare in un registro che evidentemente non lo mette a suo agio e, così come nella sua corrispondenza con Kate, ricorre ai codici morali e alle forme di distinzione che conosce, quelle del ranchero. Tutte le sue risposte riproducono questo ideale morale: ha lavorato duramente per tutta la sua infanzia, ama sua madre e la sua famiglia più di qualunque altra cosa, ama la vita semplice, non ama i problemi, non ne crea a nessuno. È così banale da suscitare una certa curiosità: ad esempio sul fatto che il Chapo vorrebbe farsi guardiano dell’osservanza delle forme e delle norme della tradizione. Nulla è trasgressione.

Laguna del Camaron, Mazatlan, Sinaloa, Mexico

Il problema di fondo dell’intervista è che essa parte dal presupposto che la vita privata del Chapo possa davvero aiutarci a capire qualcosa di rilevante: in cosa consiste esattamente quello che chiamiamo crimine organizzato? Quali sono le cause e i meccanismi della violenza organizzata in Messico?

Nell’intervista ho individuato un solo passaggio significativo che affrontasse questi aspetti. Intorno al minuto sette, con la domanda: “Lei ritiene che la sua attività… lei fa parte di un cartello, dirige un cartello?”. Il Chapo risponde con estrema sicurezza: “No, per niente, perché le persone che si dedicano a questa attività non dipendono da me”.

Credo che su questo punto possiamo credergli. A meno che la nostra ansia di concepire il crimine organizzato come un sistema di strutture piramidali altamente centralizzate non ci induca a pensare che il Chapo dirige un cartello senza rendersene conto.

Sono propensa a credergli anche perché la sua affermazione conferma quello che le persone che lavorano nei campi nelle zone del narcotraffico hanno sempre raccontato: quando ci si avvicina con lo zoom alla struttura dei cartelli, la loro immagine diviene sfocata e al loro posto appare un intricato complesso di reti con nodi multipli. Il grado di concentrazione delle decisioni e delle risorse detenute da ciascuno varia in continuazione.

In generale, la relazione dei narcos locali di Sonora con la cupola di Sinaloa somiglia più a quella di un subappaltatore o di un cliente che a quella di un impiegato. In alcune zone questa configurazione si è modificata nel corso dell’ultimo decennio a causa della privatizzazione e del monopolio delle rotte dei traffici. Così, si sono via via formati gruppi con un’identità e un’organizzazione molto più coese. Tuttavia, siamo ancora lontani dal poter definire le forme esatte in cui le diverse imprese di narcotraffico di Sonora e di Sinaloa si relazionano con le mafie locali che operano come intermediarie con le forze armate, con gli estorsori, con gli amministratori e con i criminali comuni.

In ogni caso, questo rimane il contributo prezioso dell’intervista e, sfortunatamente, l’intervistatore è passato oltre, ignaro della rilevanza della risposta. Proprio in quel momento bisognava insistere: in che senso lavorano in modo indipendente?; quanta gente, più o meno, lavora alle sue dipendenze?; lei, ad esempio, gestisce personalmente ogni carico di droga che passa dalle frontiere di Sonoyta, Caborca, Sásabe o Nogales?; o soltanto i carichi di droga che appartengono a lei?; supervisiona la coltivazione o si limita a comprare la droga?; quando cade un leader regionale come Nacho Páez, lei decide chi lo sostituirà, o la decisione viene presa in loco?

Ma la domanda che più di ogni altra avrei voluto fargli è: perché in Sinaloa e in Sonora non si è sviluppato il sistema di estorsioni alle attività legali che abbiamo in altre aree del Messico? Si richiede un pagamento per il passaggio a migranti, polleros e narcotrafficanti. Ma in generale non si chiedono soldi ai proprietari della fattorie, ai minatori, ai commercianti o agli insegnanti: lei sa perché?

Probabilmente le risposte sarebbero state insipide e tranchant come le altre, in fin dei conti la realtà quotidiana dell’intermediazione criminale e politica in Messico è infinitamente più complessa dell’esperienza individuale di uno, due o cento capi. E non ci sono scorciatoie per comprenderla.

[Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Tribuna Milenio, che ringraziamo per aver concesso la sua traduzione. L’autrice è un’antropologa messicana, ricercatrice alla Columbia University of New York. Ha scritto, tra l’altro, Conversaciones del desierto. Cultura, moral y tràfico de drogas, Centro de Investigación y Docencia Económicas, Mèxico, D. F., 2008. La traduzione è a cura di Antonio Vesco].

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