Riguardo a quelle immagini.
Il terremoto, le coincidenze del calendario e la politica del male minore.
Il terremoto, le coincidenze del calendario e la politica del male minore.

(pubblicato su “alfabeta2”, n. 7 – marzo 2011) Che Garibaldi fu ferito ad una gamba lo si è sentito dire fin da piccoli e ogniqualvolta si pensa al periodo storico identificato con il nome di Risorgimento si fatica a non incappare nell’orecchiabile melodia. La canzonetta non ci informa sulle contingenze dell’infortunio accorso all’Eroe. Come con il capitano Achab, non sappiamo poi di quale gamba si tratti, se la destra o la sinistra. A chi è solito confidare nell’occhio documentario del cinema per sfatare simili dubbi occorre rispondere con un’ovvietà: per ragioni d’anagrafe, esso era assente dai luoghi di battaglia, mentre quello della fotografia era ancora troppo giovane per un’impresa campale. Dell’infortunio di Garibaldi troviamo al massimo una posa statica in interno, qualche illustrazione a stampa, alcune raffigurazioni pittoriche. Arrivato fuori tempo massimo per «fare l’Italia», è nell’impresa di «fare gli italiani» che il cinema viene da subito impiegato, nella produzione di un immaginario visivo e audiovisivo del Risorgimento come mito di fondazione del Paese unito. Dall’epoca del muto all’ultimo anniversario dell’Unità, quali sono stati dunque i principali modelli di elaborazione e scrittura audiovisiva della storia risorgimentale? Il cinema è stato in grado di elaborare una didattica alternativa a quella […]

Brividi improvvisi e tremori intensi, mentre sale la temperatura e cala il sostegno della ragione. La malaria, si sa, esaurisce il senso del domani mentre distoglie l’attenzione dall’oggi. Nessun proposito, nessuna memoria o spessore del tempo: ogni riflessione, ogni confronto d’opinioni, ogni energia critica è persa. Il lavoro culturale al tempo della malaria è come un atto di resistenza, prima di tutto a se stessi, nel tentativo di osteggiare l’inerzia, allontanare il senso della fine e il piacere che provoca. Dentro le università, qualcuno lo diceva da tempo: morte dell’arte, del teatro, del cinema e della letteratura, morte della cultura, dell’impegno e del mondo. Credendo di annunciarla come un presagio, della fine non erano altro che sintomi. Al tempo della malaria, se la cultura è sensibile e per prima ne risente, la società tutta non sta affatto bene. Ma c’è chi teme un peggioramento, un contagio reciproco, e si tende a evitare ogni incontro: meglio lasciarle separate. Che chi ha l’ambizione di studiare non s’immischi con le cose del mondo; che i libri restino chiusi in se stessi. Questione di pubblica sicurezza. Al tempo della malaria, se la società tutta non sta affatto bene, dentro le università non è che […]