Alberto Prunetti

Il sacco di polvere di marmo al secondo piano

Mio padre, Renato, era saldatore tubista. Uno che aveva iniziato a lavorare a quattordici anni e che già a quaranta aveva subito l’invasione degli ultracorpi (metalli pesanti) e non ci sentiva per i tonfi del cantiere. Un lavoro per lui doveva essere qualcosa per cui ti facevi il culo. Quelli che stavano a un tavolino e non sudavano, non lavoravano. Qualsiasi cosa fossero, ragionieri avvocati o professori, facevano parte di un’unica categoria: i preti. Gente che non aveva voglia di lavorare. Un giorno gli lessi queste parole di Bianciardi da Il lavoro culturale – attribuite a un tal Corinto, muratore invalido e poi bidello stalinista, ma figlio d’anarchici. Fu una rivelazione: gli apparve Mao e rimase a bocca aperta: Viene uno e dice che vuol fare il ragioniere. “Tu”, dico io allora, “vuoi fare il ragioniere, vero?”. “Sì”, risponde quello. “Proprio il ragioniere?” “Sì”, dice lui, “il ragioniere”. “Allora”, dico io, “guarda. La ragioneria è al secondo piano. Lo vedi quel sacco lì, nel cortile?”. “Sì”, fa il ragioniere. “È pieno di polvere di marmo”, faccio io. “La ragioneria è al secondo piano. Ora tu, caro ragioniere, al secondo piano, dove c’è la ragioneria, ci porti il sacco pieno di […]

Viverla per raccontarla. Viaggi di un traduttor...

Il mio lavoro è e rimane un lavoro da artigiano, un lavoro minuto, oscuro e ascientifico, sempre approssimativo. […] Non è un mestiere avventuroso; le sue gioie e i suoi dolori dall’esterno si vedono assai poco. Il meglio che ti senti dire, quando hai finito, è: «Non sembra nemmeno tradotto». E cioè tu sei tanto più bravo quanto più riesci a sparire, a non far credere che ci hai messo le mani […]. Continuo a sterrare come un terrazziere delle parti mie, cartella dopo cartella, libro dopo libro, e a volte, la domenica, col fiasco del vino davanti, mi diverto a cantare una vecchia storia… Luciano Bianciardi, Il lavoro del traduttore [1] 0. Premessa Ero a malapena un adolescente quando un insegnate di storia dell’arte al liceo mi passò l’invito per un convegno su uno scrittore grossetano, allora praticamente dimenticato. Si chiamava Luciano Bianciardi e se andavi in una libreria e davi il suo nome al librario, che in tempi pre-informatici conosceva tutti i titoli vendibili a memoria, quello cominciava ad aprire dei volumoni con tutto il pubblicato in Italia e li sfogliava scuotendo la testa. Andai al convegno a Grosseto, che ospitava un po’ di italianisti e qualche amico di […]

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