Criminalità immaginate

METH LABS e l’alchimia industriale. Un’allegoria tossica della sofferenza sociale

Un reportage sulla biopolitica della produzione domestica di metanfetamina nel Midwest rurale degli Stati Uniti. 

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Data la sua promessa alchemica, cucinare metanfetamina è un esercizio dotato di sacralità e di magia. Gli ingredienti comuni della chimica-industriale alla base della cura quotidiana del consumatore di massa – decongestionanti nasali, nafta per torce, fasciature per impacchi freddi, batterie – si trasformano in un elisir contro ogni male. Il male di un’esistenza precaria: sottoccupazione, insicurezza, sensazione d’inutilità. Con padronanza demiurgica, i meth-cooks svelano potenzialità nascoste e, con le loro arti, preparano questa polvere acre che aumenta il piacere e la voglia di impegnarsi in attività ripetitive, dal lavoro di fabbrica alle pulizie, fino all’affaccendarsi in casa, cuocendo altra metanfetamina. Chi la consuma può rimanere sveglio per diversi giorni, anche settimane. Ci si sente esuberanti, invincibili, liberi da ostacoli terreni come la fame, la fatica o la noia. You get more life, si usa dire. Molte delle persone con le quali ho trascorso del tempo nella contea nord-orientale del Missouri hanno cominciato a consumare meth a lavoro, iniziati dai colleghi o dai loro superiori. La pressione sociale che spinge al consumo può essere considerevole, ma il fascino di quella ritrovata energia può essere persino più potente, come la smania di lavorare più ore per far quadrare i bilanci.

In una forma apparentemente perversa, potremmo definire la produzione domestica di meth come il connubio tra un’arte sacra e la tradizione di cucina contadina. Una definizione che poi tanto perversa non è. Per un posto «ordinario», abitato prevalentemente dalla classe operaia che vive e cucina nel cosiddetto cuore dell’America, che solo raramente somiglia alla provincia bucolica dell’immaginario urbano e cosmopolita. Allo stesso modo, basta spostarsi una mezz’ora a nord, a Ferguson, e lo stesso cosmopolitismo urbano resta un mero miraggio. La cucina rustica si unisce con la lisciviazione di metalli pesanti e con le sostanze chimiche industriali che si trovano nei prodotti del «consumatore medio americano» dei paesini, dei quartieri, delle città e – allo stesso modo – con il cibo e gli strumenti di cottura, sul piano di lavoro, sul tavolo, sul pavimento.

Nelle piccole città del Missouri, dove per un decennio ho condotto le mie etnografie, molti meth-cooks suggeriscono un mondo materiale peculiare, cui si collega questo singolare mestiere. Quel mondo è composto da una geografia e da una topografia regionale, fatta di stili di consumo, forme di lavoro e altre pratiche culturali materiali. Per circa un decennio, fino a tempi recentissimi, il Missouri aveva il maggior numero di laboratori di metanfetamine del paese (ora è al secondo posto, dopo l’Indiana) e la sua contea nord-orientale ha registrato il numero di gran lunga più alto dello Stato, guadagnandosi la sfortunata etichetta di Capitale della metanfetamina degli Stati Uniti.

In ogni caso, le statistiche che attribuiscono il titolo di «Meth Capital» trascurano la complessità della geografia politica ed economica che rende possibile, se non addirittura auspicabile, l’incidenza di laboratori di metanfetamine in qualunque stato o regione. Invece di sottolineare la straordinarietà di una zona degli Stati Uniti, le statistiche oscurano la complessità di quello che io chiamo «narco-capitalismo» – cioè il modo in cui i farmaci sono intricati in interessi economici più ampi, cicli e forme di attuazione – e di ciò che il mio collega William Garriott, nel suo Policing Methamphetamine, chiama «narcopolitica», ovvero come le preoccupazioni sui farmaci si intrecciano con le forme di governance, in particolare delle forze di polizia.

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Durante un soggiorno di un anno all’Università del Missouri a Columbia, tra il 2005 e il 2006, parlando con la gente e leggendo le notizie locali, ho capito subito che la produzione e il consumo di metanfetamine hanno creato grande preoccupazione in quel territorio. L’argomento mi ha turbato e affascinato allo stesso tempo; ho così deciso di dedicargli un progetto di ricerca. Una delle persone con cui ho parlato mi ha detto di provenire dalla contea con il maggior numero di laboratori di metanfetamine nel paese (205 nel 2005), superando di gran lunga la contea al secondo posto (135) nell’ignobile classifica del Missouri State Highway Patrol.

Questa persona mi ha raccontato che una sua zia stava prendendosi cura di un meth-cook, affetto da cancro al cervello in stato terminale, e che erano entrambi disposti a parlarmi. Non appena ho accettato l’offerta, sono subito entrato in piccole reti di cuochi e di consumatori, in una contea in cui la metanfetamina sembra costantemente in agguato – se non nella realtà, come suggeriscono le statistiche, quanto meno come spettro.

Ho trascorso dieci mesi nella contea, incontrando almeno un centinaio di persone coinvolte, in un modo o nell’altro, con la metanfetamina. Tra questi, meth-cooks, consumatori con le loro famiglie, specialisti nel trattamento delle dipendenze, chimici, medici, dentisti, agenti della narcotici, giudici, avvocati e pubblici ministeri, dipendenti del Wal-Mart e di altri magazzini al dettaglio, pastori e molti altri. Ho frequentato bar e ristoranti. Ho visitato depositi di risparmio e tutte le Wal-Marts, Home Depots, Dollar Trees e Family Dollars. Sono andato alle corse di topi del Lions. Ho incontrato il socio di una start-up farmaceutica la cui unica ragion d’essere era produrre un antidoto alla meth: una pseudoefedrina a base di medicina fredda. Ho visitato la prigione della contea e il magazzino dove vengono riposte le attrezzature e i prodotti chimici confiscati. Sono anche andato con gli agenti della narcotici quando si recavano ai laboratori. Quasi tutte le domeniche ho partecipato a funzioni di presbiteriana. Ho frequentato aste e partecipato a gare di tiro al segno, ho completato un corso per il porto d’armi CCW, che è diventato un progetto spin-off sulla «cultura delle armi» in una piccola città.

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Dopo il mio rientro a New York ho proseguito con diverse missioni di ricerca nella contea (tre settimane nel 2012, quattro mesi nel 2013). Alcune delle persone che conoscevo erano introvabili. Altre erano state arrestate o erano morte.

Pochi – davvero pochi – ne sono usciti, ovviamente subendo altre terribili difficoltà e traumi. Alcune persone che la magistratura aveva incarcerato e poi rilasciato sulla parola rimanevano imbrigliate dai debiti e dall’assenza di opportunità di guadagno (dovuta anche alle severe restrizioni imposte). Un uomo che ho imparato a conoscere bene mi ha invitato alla veglia per sua figlia, che era morta adolescente per un’overdose di eroina.

La mia ricerca ha subito mostrato una chiave di lettura evidente per «dare un senso» all’alta concentrazione di laboratori di metanfetamine nella zona: la deindustrializzazione. Il passaggio dalla produzione di scala e dalla grande fabbrica alla disgregazione produttiva in nodi dispersi, e dalla produzione materiale al terziario e all’economia della conoscenza, assieme a uno sviluppo geografico irregolare, hanno lasciato senza lavoro molti abitanti di zone fino a poco tempo prima sede di centri industriali fiorenti, come ad esempio St. Louis, Detroit, Pittsburgh. Queste persone emigrano alla ricerca di opportunità altrove e i nuovi talenti (insegnanti, medici), così come le nuove imprese, sono difficilmente attratti da questi territori. In Missouri Wal-Mart ha fagocitato gli altri rivenditori (e anche alcuni produttori), fornendo al contempo merci a basso costo e posti di lavoro a basso salario, con limitate possibilità di carriera. Chi resta in queste aree è effettivamente espropriato dei mezzi per sopravvivere decentemente e delle opportunità di trasformare la propria condizione materiale.

Il concetto di «post-industriale» è stato a lungo utilizzato per caratterizzare questa nuova economia, ma generalmente non fa riferimento a tali aree geografiche, bensì a luoghi che hanno goduto di una crescita di posti di lavoro e di una maggiore circolazione di informazioni, beni e servizi, ma al contempo un aumento di diverse forme di povertà, connesse al lavoro irregolare o precario. In posti come il Missouri, sede della Old Lead Belt e di molti dei primi e degli ultimi Wal-Marts – e dove quasi il 10 per cento della popolazione è occupata nella produzione manifatturiera – sarebbe più appropriato parlare di «tardo-industrialismo». Il concetto si riferisce a una fase avanzata dell’era industriale che si sovrappone a quella postindustriale registrabile altrove. Prendo in prestito questa formula dall’antropologa Kim Fortun, che la riferisce al deterioramento delle infrastrutture, ai paesaggi consumati, ai cambiamenti climatici, alla produzione di conoscenza e di una governance complice degli interessi commerciali, con un persistente desiderio dei consumatori di toxic goods che continuino a motivare la loro produzione di massa.

Ma l’espropriazione, da un lato, e un futuro limitato, dall’altro, non sono sufficienti a spiegare la decisione radicale di assumere i rischi associati alla produzione fai da te di un narcotico illegale e alla sua potente capacità di indurre dipendenza. Ho trovato molte più risposte approfondendo con attenzione la vita materiale di quest’area tardo-industriale, partendo dalla composizione della materia alla base delle metanfetamine e dai suoi effetti materiali.

L’ufficio dello sceriffo della Contea in cui ho condotto la maggior parte della mia etnografia (ho anche condotto ricerche sul campo in tutto il Missouri e l’Arkansas, così come in alcune aree del Texas, New York, Vermont e California) pubblica annualmente un elenco completo degli indirizzi dei laboratori di meth. Ho visitato circa duecento indirizzi e trovato molte case distrutte da un incendio e abbandonate; altri che erano stati semplicemente abbandonati e, successivamente, depredati di tutti i materiali riciclabili e degli infissi. Ho anche scoperto che molte case che presentavano tutti gli indizi per essere identificate come meth-labs, erano state messe in vendita o in affitto, o erano già state consegnate a nuovi residenti. Una volta ho finto per mettermi alla ricerca di una casa per verificare se il proprietario fosse disposto a rivelarmi il precedente uso della struttura come meth-lab (sarebbe illegale non dirlo, se se ne è a conoscenza): non lo ha fatto. In un altro caso, mi sono imbattuto in un posto dove apparentemente la polizia non aveva raccolto nessuna prova in proposito. Siringhe sporche, barattoli incrostati di polvere bianca, un fornello da campeggio, maschera antigas, scatole vuote di medicina fredda, un centinaio di pezzi di elettronica e oggetti meccanici, una forchetta recisa e lavorata a forma di mano che fa il dito medio. Quando ho chiesto agli agenti della narcotici perché non avessero raccolto le prove, mi hanno detto che avevo appena scoperto un nuovo laboratorio. […].

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La meth si cucina con i più consueti prodotti di consumo nazionali. Batterie al litio Energizer […], acido muriatico, comunemente usato per pulire le mattonelle in cortile o sturare le tubature, si possono comprare nei grandi magazzini come Lowes e Wal-Mart, che hanno a lungo dominato i mercati al dettaglio di tutto il Midwest. Negli stessi negozi si trovano acetone o diluenti per vernici, e il carburante da campeggio «Coleman», il marchio preferito dai cuochi. Pyrex, Teflon, barattoli di salsa Pace e cucchiai di plastica. Questi sono i materiali di cottura e li si trova quasi ovunque nei negozi degli Stati Uniti, tra le catene DollarTree e Dollar General, che sono onnipresenti in gran parte del Missouri e altrove. È sorprendentemente facile produrre metanfetamina, soprattutto perché gli ingredienti per farla sono facilmente accessibili.

E la metanfetamina è ancora più facile da produrre in una piccola città del Missouri, in zone rurali dove c’è spazio e isolamento. Zone boscose, creste rocciose e ampie distanze tra le case – caratteristica, questa, collegata a una presunta sensibilità di frontiera, falsamente attribuita a Daniel Boone con la massima: Quando vedi il fumo del camino del vicino da vicino, è il momento di traslocare (When you see the smoke rising from your nearest neighbor’s chimney, it’s time to move on). Al contrario, le persone vivono molto il vicinato, ma allo stesso tempo difendono i confini della loro proprietà, anche dalla polizia, con cani da guardia, recinzioni, spaventapasseri e cartelli con la scritta No TrespassinG (alcuni di loro iperbolicamente minacciosi). La difesa del proprio territorio spesso coincide con l’imperativo implicito culturale del farsi i fatti propri.

Geografia e topografia erano importanti fino al 2008 circa, quando cominciò a diffondersi la ricetta Shake-and-Bake. Questo metodo non richiede ammoniaca anidra, un fertilizzante aziendale pericolosamente instabile, la cui vendita è regolata dal governo federale, ma che nelle regioni agricole viene generalmente rubato e reso disponibile sul mercato. La ricetta a base di ammoniaca anidra «two-pot» ha un forte odore e, se le cose vanno male, può causare una potente esplosione. Cucinare con lo Shake-and-Bake produce molto meno odore e, anche se più lieve, può essere altrettanto pericoloso, forse ancora più pericoloso, in quanto gli ingredienti sono combinati in un singolo recipiente di soda o in una bottiglia di Gatorade. Il cuoco tiene la bottiglia in mano. Agitando il flacone accelera la reazione, ma si accumula pressione, rendendo necessario il tappo a intermittenza per far sfiatare la bottiglia. Quando la pressione diventa troppo alta o quando l’umidità infiamma la striscia di litio (estratto dalla batteria) e trasforma la bottiglia in una fiamma ossidrica, la ferita è a distanza ravvicinata e può essere catastrofica.

Ho trovato utile mettere da parte le qualità singolari, e talvolta spettacolari, del cucinare metanfetamina al fine di considerarla come una pratica all’interno di un repertorio di pratiche culturali e materiali locali. In questo modo si può mettere in rilievo le qualità del fai-da-te delle pratiche artigianali con le pratiche più comuni, come la riparazione dell’auto, la manutenzione della casa, ma anche la caccia e la pesca, scuoiare la preda dopo la caccia. La familiarità del materiale e la destrezza manuale contengono un repertorio in grado di contribuire alla percezione per cui appare ragionevole armeggiare con sostanze chimiche potenzialmente dannose, estratti da prodotti per la casa, per produrre una sostanza di grande valore.

In realtà, questa percezione spiega, in parte, la metafora della «cottura» invocata dal meth-maker. La metanfetamina, in altre parole, è un prodotto fatto in casa. Alcune «ricette» sono custodite come preziosi segreti e condivise solo con pochi privilegiati, a volte tramandate in famiglia, di generazione in generazione. La riservatezza è una forma di intimità. La metafora è così potente che, sebbene i laboratori di meth si trovano ovunque in una casa (proprio come gli ingredienti di meth si trovano in ogni casa ordinaria e nei paesaggi di consumo che li popolano), la produzione di metanfetamine viene sempre chiamata «cottura». È come se i laboratori di metanfetamine avessero acquistato forza vitale da una pratica fondamentale della persona umana, in cui la domesticità, l’intimità, la convivialità e la coltivazione fossero affondati in quella che è a tutti gli effetti un’industria chimica casalinga.

Questo tipo di cottura produce trasmutazioni sorprendenti in casa. I confini tra il garage (o il cortile), il bagno, la cucina, la camera da letto diventano labili; la loro materia, le loro componenti, finiscono per mescolarsi. L’acido brucia attraverso i controsoffitti e i tubi, la ruggine ricopre pentole, padelle, maniglie delle porte e cerniere; i mucchi di spazzatura sui pavimenti di ogni stanza (quel che c’è nella spazzatura può essere compromettente, così diversi meth-cooks evitano di riporli all’esterno). Vi sono cuochi che allestiscono laboratori in case abbandonate e distrutte, che restano sempre alla ricerca di nuove postazioni, consapevoli dell’evidenza rischiosa nei segni esterni ai laboratori di meth.

I laboratori domestici possono anche essere immacolati. L’assunzione di metanfetamine induce a una maggiore attenzione e cura per i dettagli che talvolta diviene pulizia ossessiva ed eccesso di organizzazione […].

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Queste trasmutazioni nell’economia domestica e nelle abitudini quotidiane non hanno gli stessi effetti per i cuochi e i per consumatori. Sono omologhe alle pratiche di auto-impresa e di auto-progettazione tipica della classe media e degli americani più ricchi, che rispondono agli imperativi del rimanere in allerta per i turni in magazzino, per il valore degli immobili, per i consumi, per i mercati del lavoro che potrebbero lasciarli disoccupati, irrimediabilmente in debito, diseredati. Molte persone si rivolgono a farmaci come Adderall (un’anfetamina ampiamente prescritta per il disturbo da deficit di attenzione), Modafinil (un eccitante alternativo sempre più popolare, utilizzato dalle Forze Armate, da paramedici, accademici, broker di borsa e altri professionisti) e ad altre biotecnologie per il miglioramento delle prestazioni, come il Viagra per il sesso, gli integratori non soggetti a prescrizione per una migliore cognizione, il sonno e l’umore, steroidi e testosterone per l’attività fisica, altri interventi corporei diretti, come gli ingrandimenti, le riduzioni, la chirurgia plastica. Questi accessori hanno un valore economico in diverse vocazioni e mondi sociali, e le due cose sono in genere correlate. Svolgono funzioni materiali potenti, ma hanno anche un enorme portato simbolico, incidendo sullo stile di vita concreto negli Stati Uniti e altrove, dove le aspirazioni per una migliore posizione sono un imperativo morale.

Nei miei scritti e nelle lezioni che ho tratto da questa ricerca mi sono impegnato a ricercare queste connessioni tra classi, pratiche sociali e consumi. I prodotti a disposizione dell’americano medio sono onnipresenti, attraversano le classi sociali; persino l’anfetamina è onnipresente, sia tra chi cucina meth,  sia tra chi usa Adderall. È un’operazione che faccio a livello concettuale, ma che investe anche il piano del linguaggio […]. I laboratori di metanfetamina sono luoghi davvero affascinanti (e preoccupanti), ma tentando di avvicinarsi a loro si rischia di emarginare ulteriormente le persone e i luoghi a essi associati. I laboratori di metanfetamine sono come forme allegoriche. Sono inestricabilmente impigliati nella vita materiale di un luogo, ma possono anche essere interpretati in modo critico (una pratica che Walter Benjamin ha paragonato all’alchimia), come le materie esplosive in cui è implicata la stessa classe media cosmopolita.

Foto di Jason Pine

[Jason Pine, assistant professor alla State University of New York in Purchase, è autore di The art of making do in Naples, recentemente recensito per Criminalità immaginate. Questo articolo è già stato pubblicato dal Berlin Journal, n. 29 – autunno 2015, edito dall’American Academy in Berlin, pp. 34-37. La traduzione italiana è a cura di Vittorio Martone].

 

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