Politiche del contemporaneo

Foibe: memoria, ricerca delle fonti e costruzione delle identità

Incontro con Eric Gobetti

Ecco la registrazione dell’incontro che il collettivo Porco Rosso ha organizzato a Siena ieri pomeriggio con lo storico e documentarista Eric Gobetti. Abbiamo chiesto al collettivo e a Eric di poter registrare e di poter mettere a disposizione l’audio per i nostri lettori.

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Abbiamo scelto di affiancare all’audio una piccola guida. Un riassunto per mappe e concetti emersi dalla serata che si è svolta nella sede universitaria di giurisprudenza dell’Università di Siena. Una traccia e un indice disordinato della relazione.

 

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Il dieci febbraio 1947 è il giorno del trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate, fra l’Italia e i Paesi vincitori. Come si trasforma nel Giorno del Ricordo? Perché è stata scelta quella data per ricordare oggi la serie di uccisioni che hanno al centro le cavità carsiche, le foibe?

Partiamo da uno spazio geografico del passato, ancora prima della Seconda guerra mondiale ancora prima del fascismo: l’Istria durante l’Impero Austro-ungarico.

Territorio di confine, luogo di incontro fra mondo latino, germanico e slavo. Primo luogo comune da sfatare: l’italianità costruita esplicitamente nei ventidue anni di fascismo. Nella storia che precede la parentesi fascista è stato un luogo di meticciato identitario: Italo Svevo….Nomen omen. La città di Trieste: luogo di incontro, porto dell’Impero Austro-ungarico. Un contadino istriano di origine slava quando si trasferisce in città parla veneto, la lingua del commercio da secoli. La Repubblica di Venezia e il suo dominio sul mar Adriatico e sui Balcani. Le origini remote del nazionalismo: la sua invenzione e la sua arbitraria “connessione col sangue”.

L’ignoranza dell’informazione mainstream. Non solo “mancanza di”, ma informazioni sbagliate, storicamente scorrette e riproposte ciclicamente da molta parte di media e forze politiche. E’ necessario invece partire dalle fonti su cui gli storici hanno lavorato per arrivare a una serie di acquisizioni documentate. Elementi minimi, anche numerici, di cui bisogna tenere conto, soprattutto gli elementi del contesto storico-politico.
Uno sguardo alla mappa del censimento austro-ungarico, le zone più scure sono quelle con maggiore presenza di chi si dichiara italiano: non una fonte neutrale, ma uno strumento di attribuzione e identificazione nazionale. Bisogna scegliere ciò che si è a prescindere dalla propria complessa storia identitaria. Il plurale non è previsto.

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L’Italia ingloba tutta l’Istria e costruisce una politica di acculturazione dall’alto: lingua, scuola, toponomastica, italianizzazione forzata di tutto il territorio. Alcuni storici come Stefano Bartolini parlano di leggi razziali ante litteram che hanno lo scopo di colpire le minoranze slave. In piena Seconda guerra mondiale aggressione e conquista. Dieci giorni di esercito nazifascista. Ampliamento dei territori e annessioni di parte della Slovenia.

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In questi territori si sviluppa la resistenza partigiana guidata esclusivamente dal partito comunista. Pochissimi iscritti, ma leadership militare in mano al partito comunista jugoslavo. L’unico movimento resistenziale che riesce a liberare (tranne Belgrado con l’Armata Rossa) tutto il Paese con le sole forze partigiane. Il contesto politico del 1943-1947 è quello di una guerra civile inter-jugoslava con massacri e stermini reciproci. I Balcani sono l’area d’Europa con il maggior numero di vittime in rapporto alla popolazione (con l’esclusione della Polonia, sito principale dei campi di sterminio nazisti).

Repressione fascista della resistenza Jugoslava. Atti di terrorismo militare contro le popolazioni civili che sostengono il movimento partigiano. Deportazione di 100. 000 jugoslavi. Campi di concentramento: muoiono circa 5000 persone di fame e di stenti. Circa 1500 muoiono nell’isola di Arbe. La repressione fascista e la distruzione del paese di Podhum. Resistenza forte anche nelle zone italiane.

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Inizia un’altra fase a partire dall’8 settembre del 1943. 600.000 soldati italiani deportati in Germania di cui 150.000 provengono dai territori della ex-Jugoslavia.

Si crea un vuoto di potere nella zona centrale dell’Istria. Non c’è più lo Stato italiano, le aree a maggioranza slava vengono amministrate da organizzazioni partigiane jugoslave.

Emanazione dell’ordine di cattura di italiani, processati in modo spesso sommario.

Foiba di Pisino. Le vittime in questa fase sono tra le 500 e le 700 e vanno contestualizzate all’interno delle ribellioni popolari che seguono la caduta del fascismo.

Vengono uccise persone responsabili solo di rappresentare lo Stato italiano e fascista. Questa fase termina dopo un mese dalla caduta del regime, con l’occupazione dell’esercito tedesco che avvia una grande ondata repressiva contro i partigiani e i fiancheggiatori e che causa l’uccisione di circa 5000 persone.

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Nel periodo successivo gli italiani che combattono in Istria sono al comando dei nazisti che hanno annesso la zona. Sono per la maggior parte fascisti della Repubblica Sociale Italiana. Questa fase termina nel maggio del ‘45 con la fine della Seconda guerra mondiale. Per quaranta giorni l’esercito partigiano jugoslavo controlla Trieste e Gorizia, alla fine di giugno insieme agli alleati. In questi primi quaranta giorni avviene la seconda fase delle foibe. Le persone non vengono gettate vive nelle foibe, ma fucilate, in genere dopo un processo sommario, e successivamente i cadaveri gettati nelle cavità carsiche o in altri luoghi. La gran parte delle vittime muoiono in prigionia, di fame o di stenti, come capitava nei campi di detenzione di guerra. Vengono stilati elenchi di nomi di persone ritenute collaborazioniste del regime fascista. Si tratta di una pratica di epurazione preventiva, una serie di omicidi politici perpetrati nella prospettiva di garantire stabilità al futuro e nuovo Stato jugoslavo. La costruzione della sicurezza interna – questo è il triste ragionamento – impone l’eliminazione degli elementi potenzialmente pericolosi.

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Deve esser chiaro che molte delle vittime di questa violenza non hanno a che fare con il fascismo e c’è una costruzione preventiva di un criterio di pericolosità spesso arbitraria. In questo periodo si calcolano rispetto alle foibe fino a 5000 vittime. Scarse o non del tutto autonome appaiono le motivazioni etniche o nazionali. In altre aree della Jugoslavia ci sono state repressioni, uccisioni, regolamenti di conti e violenze, ad esempio contro gli ustascia croati e cetnici serbi che erano collaborazionisti degli occupanti italiani e tedeschi. Questi regolamenti di conti sono stati sicuramente ben più gravi di quelli verificatisi in Istria.

Un dramma fra tanti. L’esodo, la partenza forzata degli italiani giuliano-dalmati, dal dopo guerra fino al 1954. La mappa di tutti gli spostamenti di popolazioni nel dopoguerra. Le persone che si spostano dall’Istria si contano in 280.000 mila, erano italiani 250.000, 30.000 di altre nazionalità. Contestualizzato nel quadro degli spostamenti di popolazione successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, il caso istriano diventa più comprensibile e si ridimensiona, rispetto alle cifre della vulgata mediatica.

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Giap ha affrontato a lungo la questione della memoria del confine orientale e potete trovare spunti a questi link:

Oggi «Internazionale» ha pubblicato una  guida approfondita e plurale. Sette storici intervistati dal collettivo Nicoletta Bourbaki. La storia intorno alle foibe e la più complessa vicenda del confine orientale.

 

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