Le immagini in questione / Politiche del contemporaneo

L’Algeria, l’ENI e i sentieri interrotti della decolonizzazione

Il 1 novembre 1954 con una serie di azioni del Fronte di Liberazione Nazionale in diverse zone del Paese prende il via la Guerra d’Algeria, che si protrarrà a fasi alterne fino all’indipendenza dello stato nordafricano, raggiunta nel 1962.

C’è stato un tempo in cui una compagnia petrolifera – all’epoca pubblica al cento per cento – poteva prendere in considerazione l’idea di fare un film anticolonialista, che fu forse scritto, tra gli altri, da Franco Solinas e Jean-Paul Sartre, e che prendeva di mira l’azione francese in Algeria e in particolare l’operato dell’OAS. Quel film, che doveva avere un titolo alla Glauber Rocha (Un dio nero un diavolo bianco) o uno più semplice, Il Colonialismo, non si fece più. Ma raccontarne le vicende che lo circondano è comunque interessante e consente di parlare di un periodo della storia d’Italia e delle vicende culturali e geopolitiche di un’Italia in trasformazione che lo caratterizzarono.

Algeria

Simone de Beavoir e Jean-Paul Sartre

Una proposta di film

Nel 1961 arriva sulla scrivania di alcuni dirigenti ENI (l’Ente Nazionale Idrocarburi, diretto da Enrico Mattei, che verrà ucciso l’anno dopo) la proposta di fare un film contro l’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), il gruppo paramilitare di estrema destra francese che si opponeva alla decolonizzazione in Algeria. L’ente statale, com’è noto, era attivo nelle vicende geopolitiche ed energetiche in Nord Africa (lavorava già attivamente, tra l’altro, in Marocco ed Egitto), e seguiva da vicino e con interesse l’evoluzione della questione algerina. C’era addirittura un uomo dell’ENI, distaccato in Tunisia per questo scopo: Mario Pirani, che divenne in seguito giornalista di Repubblica, e precedentemente interno al Partito Comunista. Nella sua autobiografia, Pirani ricorda come “la mia missione avesse un contenuto politico progressista, e in un certo senso anche avventuroso, mi permetteva di ritrovare una continuità etica con l’impegno dell’ultimo quindicennio”.1

L’OAS non rimase indifferente a queste attenzioni, e rispose con minacce – destinate in quegli anni a molti intellettuali e politici, incluso lo stesso Sartre – tanto che una delle tante piste ipotizzate per la morte di Mattei porta proprio all’organizzazione di estrema destra. Non deve stupire neanche che l’ENI si interessasse di cinema: moltissime ditte (specie quelle più grandi), ma anche organizzazioni governative e non, ministeri, scuole, producevano documentari destinati alla visione interna (per educazione del personale o scopi simili), per promozione, e che venivano anche mostrati nei cinema o nei molti festival di cinema specializzato attivi fino agli anni Settanta.

C’erano poi progetti di più ampio respiro. Per restare all’ENI, ad esempio, quelli noti di Joris Ivens (L’Italia non è un paese povero) e Bernardo Bertolucci (La via del petrolio).2 Questi Appunti per un film inchiesta sull’OAS,3 l’abbozzo di film, una sorta di soggetto che Manlio Magini – dirigente ENI, ma anche romanziere, editor, e quant’altro, in un’epoca in cui intellettuali come Franco Fortini o Leonardo Sinisgalli lavoravano nell’impresa pubblica o privata – inoltra a un altro grande dirigente delle partecipate italiane, Giorgio Ruffolo (poi anche Ministro) sarebbero diventati probabilmente un progetto piuttosto articolato. Ma anche un progetto atipico: si tratta infatti di un film praticamente solo di montaggio – sul tipo di All’armi siam fascisti di Lino del Fra e Cecila Mangini, che esce lo stesso anno – con materiale che sarebbe arrivato da archivi di mezza Europa.

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Bernardo Bertolucci, La via del petrolio, 1967

Proprio nello stesso periodo, la televisione italiana manda in onda le quattro puntate di Anni d’Europa. Apogeo e tramonto del colonialismo, un interessantissimo documento dell’epoca dove emerge uno spirito anticolonialista contro il colonialismo degli altri, e la solita reticenza ad ammettere i crimini italiani.4 La regia è di Sergio Spina, sceneggiatore e regista proposto per il film non fatto Un dio nero un diavolo bianco.

Un dio nero un diavolo bianco o Il Colonialismo

Nelle due pagine dell’appunto emerge un progetto fortemente anticolonialista, che traccia i legami tra fascismo, colonialismo, e imprese petrolifere private, e fa affidamento alle forze progressiste (tra queste, l’ENI) per porvi argine. Scrivono gli autori della nota:

“Assistiamo, per ora troppo spesso con un sorriso di superiorità, al tentativo della destra reazionaria, legata agli interessi chiari di alcuni gruppi monopolistici e petrolieri, di rinverdire una politica fascista che serva ad allontanare nel tempo, anche di poco, lo spauracchio delle indipendenze dei paesi africani, delle nazionalizzazioni, dell’inserimento di Aziende di tipo nuovo, come l’ENI, nel mercato economico mondiale o quanto meno mediterraneo”.

Il progetto, proprio perché rischia di mettere insieme troppe cose, non viene in un primo momento preso in considerazione dall’ENI, ma prosegue indipendentemente, con un altro titolo, Il Colonialismo, come chi scrive ha potuto verificare presso l’Archivio di Stato e la Biblioteca Chiarini del Centro Sperimentale di Cinematografia. Qui si trovano vari documenti che attestano la pre-produzione del film lungo tutto il 1962 – che, è bene ricordarlo, è anche l’anno dell’indipendenza algerina – inclusi trattamenti, soggetti, note spese, lista delle persone che avrebbero dovuto lavorarci, persino degli studi e delle location da usare per le poche scene da girare ex-novo.5 

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La copertina del primo numero de Il gatto selvatico, l’house organ dell’ENI

Facciamo un salto in avanti alla fine degli anni Ottanta, quando l’ENI realizza una serie di interviste a veterani e pionieri della compagnia, oltre che amici di Enrico Mattei, e tra gli altri viene intervistato anche quello doveva essere il produttore di questo film, Antonio (detto Tony) Colantuoni, che dice di aver avuto l’incarico di realizzare un “grosso documentario” proprio da Mattei.6 In quell’occasione dona agli archivi aziendali anche una lunga sceneggiatura, 190 pagine, del film Un dio nero un diavolo bianco. Leggendola si capisce meglio la natura del film che si doveva fare: intanto la scelta della guerra algerina non solo come tema di attualità, ma anche “come motivo conduttore del film perché è stata la più sanguinosa delle guerre coloniali”.

Il resto del testo sorprende per la lucidità con cui si compara il colonialismo alla Shoah – tema coevo negli scritti di Aimé Césaire ma che non era certo nel dibattito pubblico italiano –, per l’uso (politico, viene da dire) di diversi stili e tecniche cinematografiche, dal freeze frame all’animazione. Nella sceneggiatura si trova anche l’indicazione di una gran quantità diversa di materiali che sarebbero stati usati nel film: interviste e discorsi editi, come quelle a Francis Jeanson, Henri Alleg, Charles de Gaulle e altre da realizzare, materiale d’archivio anche straniero (della CBS, ad esempio), e da film come quelli di Julien Duvivier, La Bandera (1935) e Pépé le Moko (1937) ambientati ad Algeri e Les Maîtres fous (1954) di Jean Rouch. Un progetto ambizioso e di complicata realizzazione, e sicuramente politicamente molto – forse troppo – forte.

Cosa ne sia stato del film rimane una domanda aperta. Il regista Sergio Spina ha detto a chi scrive e ad altri che lo hanno intervistato che alcune scene sono effettivamente state girate. Altrettanto complicato è capire come, quando e forse anche se Jean-Paul Sartre, Jacques-Laurent Bost (all’epoca nel circolo degli amici e collaboratori del filosofo francese) e Franco Solinas abbiano lavorato al film. Sono tutti presenti nella lista degli autori della sceneggiatura, ma non ci sono altri documenti di supporto, come contratti, lettere dove si parli del film, e altri elementi che possano aiutare a stabilire il coinvolgimento di queste figure. Di sicuro Sartre era all’epoca di casa in Italia, e aveva fatto della causa algerina un impegno di vita. Per quanto riguarda Solinas, stava cominciando a lavorare, insieme a Pontecorvo, a un lungo progetto che porterà, un pezzo alla volta, a uno dei film anticoloniali più importanti della storia: La battaglia di Algeri.

Questo film non fatto, insomma, è uno dei vari episodi che testimonia l’interesse in Italia per la questione algerina nei primi anni Sessanta, e il coinvolgimento di intellettuali e politici italiani nelle vicende culturali e politiche della decolonizzazione.

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Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri, 1966

[Questo breve testo è una sintesi ragionata di “Before The Battle of Algiers: Sartre, Colonialism, Industrial Cinema, and an Unmade Film”, un saggio uscito in inglese per la rivista Senses of Cinema, a cui l’autore rimanda anche per i ringraziamenti, in particolare la consultazione della preziosa documentazione dell’Archivio Storico dell’ENI].

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Note

  1. Mario Pirani, Poteva andare peggio. Mezzo secolo di ragionevoli illusioni, Milano, Mondadori, 2010, p. 289.
  2.  Il volume più completo sul cinema dell’ENI è quello di Elio Frescani, Il cane a sei zampe sullo schermo. La produzione cinematografica dell’Eni di Enrico Mattei, Napoli, Liguori Editore, 2014. 
  3. Archivio Storico dell’ENI (ASE), ENI, Relazioni esterne, b. 45, f. 2CCO.
  4. Di questo programma ha recentemente scritto la studiosa Valeria Deplano, “Decolonisation will be televised: Anni d’Europa and the fall of European colonialism”, in Cecilia Novelli e Paolo Bertella Farnetti (a cura di), Colonial Stereotypes: Printing and Images of Colonialism and Decolonisation in Italy. Media in and on Italian Colonialism, Cambridge, Cambridge Scholars Publishing, 2017.
  5. Rimando all’articolo apparso su Senses of Cinema per una cronologia più dettagliata.
  6. ASE, Fonti Orali, Intervista con Vincenzo Gandolfi.
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