I tube, You tube, We all tube for YouTube

Da molti preannunciato come la nuova televisione e il suo futuro sostituto, YouTube attualmente registra numeri impressionanti. A dieci anni dalla sua nascita si attesta come il terzo sito più visualizzato al mondo con ottocento milioni di visitatori al mese e circa settanta ore di nuovi video al minuto.

Immagine tratta dal video “When users ask us to remove content” di Google public policy
Immagine tratta dal video “When users ask us to remove content” di Google public policy

Volendo tentare una piccola analisi di questo fenomeno e in particolare per cercare di analizzare la nascita di un professionismo del settore (youtuber), sarà necessario racchiudere l’ambito di indagine al contesto italiano. Di fatto nel panorama nazionale si stanno affermando ormai da anni alcuni volti riconoscibili, che iniziano a far breccia anche all’interno dei media convenzionali.

Alcune note preliminari

Nel confronto fra la televisione e YouTube emergono molte differenze sostanziali, in prima battuta il ruolo dello spettatore. Pubblico nel caso televisivo, molto difficile da quantificare numericamente, lo spettatore su YouTube ha invece la possibilità di aderire ed iscriversi ai canali di suo interesse e quindi costituire una community dai confini e dalle dimensioni certe. Tralasciando le implicazioni legate alla terminologia, la community degli spettatori interagisce in maniera “diretta” con i produttori di contenuti, commentando, dando suggerimenti e manifestando la propria approvazione o disapprovazione. Ciò che pare sostenere questa complessa relazione fatta di un impegno costante da parte degli youtubers (produttori di contenuti) nell’ascolto della propria community di riferimento, nell’esaurimento di richieste e nel continuo adattamento dei contenuti ai gusti dello spettatore, è il sistema economico di retribuzione messo in atto dalla società che gestisce il sito web in questione.

Da questo elemento emerge la seconda differenza principale rispetto al mezzo televisivo, ovvero le forme e le modalità di finanziamento del sistema mediatico. Semplificando, se da un lato esistono professionisti dello spettacolo in senso lato e dall’altro spazi pubblicitari più o meno seguiti e più o meno in linea con le politiche delle aziende, nel caso della piattaforma web lo youtuber diviene immediatamente parte dell’intero sistema mediatico in una situazione lavorativa che però assomiglia molto a quella descritta da Roberto Ciccarelli a proposito dei guidatori dell’applicazione Uber.

Per poter diventare partner di YouTube è necessario possedere un canale con un alto numero di iscritti, nell’ordine di decine o centinaia di migliaia di utenti, oltre a godere di una “buona reputazione”, ovvero aderire alle policy imposte dalla piattaforma online. A questo punto è possibile accedere a molteplici forme di monetizzazione: tramite l’inserimento di annunci pubblicitari, iscrizioni a pagamento, vendita di merchandising o la cessione dei contenuti per altri utilizzi da parte del sito. Queste forme di guadagno sono contabilizzate a partire dal numero di iscritti al canale e dal numero di visualizzazioni delle inserzioni pubblicitarie all’interno dei video.

YouTube si dichiara estremamente attento e sensibile a numerosi aspetti quali il cyberbullismo, l’utilizzo improprio della violenza o l’esternazione di forme di odio, con la finalità di incentivare video adatti all’immagine che gli inserzionisti intendono dare di sé, ma è sufficiente fare un giro fra i video più visualizzati per capire come questa policy sia del tutto disattesa. Ciò è possibile in quanto il controllo, al fine di realizzare video adatti agli inserzionisti pubblicitari, è quasi totalmente delegato alla community degli spettatori, che si realizza proprio per manifestata adesione alle tipologie di contenuti che vengono proposti. Questo cortocircuito nel sistema di gestione dei contenuti crea un’ulteriore differenza con il mezzo televisivo: nel complesso intreccio fra chi gestisce il sistema mediatico, chi lo finanzia e chi produce contenuti si assiste a un sistema deresponsabilizzante che schiaccia e condensa nei confronti del produttore di contenuti il complesso della responsabilità, rendendo invece rarefatta la connessione con gli inserzionisti pubblicitari e il gestore della piattaforma.

Immagine tratta dal video “When users ask us to remove content” di Google public policy
Immagine tratta dal video “When users ask us to remove content” di Google public policy

Numeri più sicuri delle stime del PIL

Fra gli youtubers italiani si contano ormai numerosi canali che raggiungono e superano un milione di iscritti per poi continuare in un fittissimo sottobosco che presenta per ciascuno diverse migliaia di iscritti. Questi canali producono mensilmente centinaia di video che ricevono numerosissime visualizzazioni. Tale influenza mediatica porta lo stesso YouTube ad affermare in un suo report statistico come «I più importanti creativi di YouTube si sono rivelati più popolari dei vip dello spettacolo tra i teenager statunitensi». Di questa sempre maggiore popolarità si è accorto anche il comparto degli operatori economici che ruotano attorno alle star televisive italiane: curatori di immagine, manager eccetera… sempre più spesso puntano alla scoperta e al lancio di “talenti” emersi su YouTube o da far emergere direttamente nella “nuova televisione”.

Di questo interesse non c’è da stupirsi se consideriamo la mole dei ricavi economici possibili attraverso la piattaforma. Per avere un’idea è sufficiente visitare il sito socialblade, certificato da YouTube, dove ai vari canali viene attribuito un rating simile a quello finanziario e ne vengono stimati i guadagni mensili.

Se l’intrattenimento in senso lato sembra il macro genere attorno al quale si realizzano la maggior parte dei video proposti, negli anni, anche banalmente per la crescita in termini di età degli spettatori abituali, si sta creando un interesse sempre più evidente verso contenuti dal carattere politico. Elemento, questo, che necessiterebbe di un’accurata e più ampia indagine, ma su cui si possono comunque osservare alcune tendenze. Generalmente gli youtubers italiani costruiscono una relazione con la loro community basata sul concetto di fiducia, di reciproco rispetto e di trasparenza dei messaggi veicolati, questi elementi fanno emergere una tendenza a una caratterizzazione “apolitica” dei contenuti. Nella maggior parte dei casi il messaggio è veicolato come riflessione di buon senso, dai caratteri prettamente personali, scevro da qualsiasi connessione diretta con l’appartenenza partitica o la volontà di manifestare un credo politico. Di fatto lo youtuber si pone in un’ottica deresponsabilizzante, dai tratti artificiosamente orizzontali, rispetto ai contenuti che mobilita, facendoli rientrare nella sfera dell’individualità, elemento che fa rima con l’aspetto visivo che molti dei video offrono, ovvero l’intimità delle camere da letto o di parte delle abitazioni degli stessi produttori di contenuti.

In maniera non secondaria deve essere considerata l’architettura economica che sorregge e di fatto permette la produzione dei contenuti. Anche questa crea in maniera artificiosa un’apparente orizzontalità: più iscritti interessati e visualizzazioni, maggiore è il guadagno.

«Il valore delle cose aumenta soltanto se vengono viste. Il valore di esposizione […] non è un valore d’uso perché è sottratto alla sfera dell’utilizzo, e non è valore di scambio perché non rispecchia alcuna forza lavoro. Il valore di esposizione si fonda unicamente sul fatto di produrre interesse».[1]

Assieme a questo aspetto, la piattaforma incentiva la realizzazione di messaggi in grado di essere assorbiti facilmente dagli utenti, in modo che possano essere manifestate direttamente delle adesioni o delle contrarietà nei confronti dei contenuti (like, dislike). La dinamica che si genera è metaforicamente molto simile a quella proposta della serie televisiva Black Mirror, nel secondo episodio della prima serie, il protagonista intrappolato in un’utopia della comunicazione dove l’ascesa sociale passa attraverso un talentshow, si troverà a minacciare il sucidio sul palcoscenico del talent nell’estremo tentativo di rompere la dinamica banalizzante imposta dal sistema sociale nel quale è costretto a vivere. Questo tentativo di rottura sarà invece ricacciato all’interno della performance individuale del protagonista, trasformandolo in un nuovo format, un nuovo canale, per coloro che si identificano e che consumano la sua manifestazione di ribellione. La performance perde così qualsiasi connessione con il suo contenuto in favore dell’interesse generato, in grado di essere veicolato dal sistema mediatico immaginato dalla serie tv.

Allo stesso modo il cospicuo potere mediatico che gli youtubers si ritrovano a gestire viene piegato attraverso il sistema economico di retribuzione a una dinamica banalizzante, dove il messaggio lascia spazio alla confessione:

non si confessa senza la presenza almeno virtuale di un partner che non è semplicemente l’interlocutore, ma l’istanza che richiede la confessione, l’impone, l’apprezza e interviene per giudicare, punire, perdonare, consolare, riconciliare.[2]

Di questo grande potere mediatico non farà tardi ad accorgersi anche il sottobosco della politica, a riconoscere in questi nuovi fenomeni popolari dei possibili volti elettorali: gestiscono di fatto un numero di iscritti che farebbero invidia a qualsiasi partito italiano e un contatto “diretto” con la propria community che si riconosce e si identifica.

Black Mirror

Note


[1] Han B.C. La società della trasparenza, nottetempo, 2014, Roma, p. 22.
[2] Foucault M. La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli Editore, 2004, Milano, p. 57.

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