Sopravvivere all’inverno russo con “Viaggiatori nel freddo”

Una recensione a “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” del collettivo sparajurij, uscito per Exòrma edizioni nel 2015.

A Mosca non ci si perde,
è sufficiente seguire l’istinto per avventurarsi nell’anatomia del suo corpo,
dentro le ombre caudate dei cortili, il percorso è scritto nelle vene.

Sono le parole del protagonista e voce narrante di questo libro non voluminoso, eppure denso, dalla natura molteplice – è diario, saggio, racconto, cronaca –, come molteplici sono i percorsi attraverso gli spazi e il tempo, i continui rinvii anche al di là delle sue pagine, le curiosità e le ispirazioni che si offrono al lettore. Viaggiatori nel freddo è narrazione di un viaggio e viaggio di una narrazione che si estende per ventuno giorni e altrettante tappe, durante le quali le storie e i personaggi, veri e reali, oppure evocati, si moltiplicano dando vita a una inesauribile fantasmagoria di scenari sempre nuovi. Al protagonista e viaggiatore, alla sua deuteragonista Ksenja, si aggiungono i «personaggi involontari», (da Anna Achmatova a Nikolaj Zvjagincev) elencati in una sezione distinta del libro, ulteriore indice o itinerario virtuale di un viaggio nel viaggio.

Georgy Nissky, Moscow Suburb. February.
Georgy Nissky, Moscow Suburb. February

Già dal primo giorno – intitolato Primo cielo: nuovo e ideale rinvio a un’altra, ancestrale, esperienza di viaggio, sorta di viatico per chi, affrontando l’ignoto in qualche sua forma, si affidi alla protezione della letteratura – momento dell’arrivo, quindi dell’iniziale, epifanica rivelazione: «volare su Mosca altera ogni principio di solidarietà con il reale», appare, rassicurante, la presenza immanente dei numi della letteratura. È infatti il Maestro ad accogliere il viaggiatore, appunto «nella città che in tempi non lontani è stata visitata da Satana».

Intensi si susseguono i giorni, ognuno dei quali accresce la propria durata, in una sorta di quarta dimensione del tempo: ognuno dei ventuno giorni rappresenta in sé un viaggio compiuto, un’esperienza molto spesso inattesa e sempre sorprendente. Oltre che al Cremlino, alla Galleria Tret’jakovskaja, all’antico quartiere Zamoskvoreč’e, i viaggiatori nel freddo ci accompagnano alla casa di Čechov, a quella di Majakovskij, di Čajkovskij e a Peredel’kino, il villaggio non lontano da Mosca dove vissero o soggiornarono numerosi scrittori e poeti sovietici, come Isaak Babel’, Il’ja Erenburg, Kornej Čukovskij, Boris Pil’njak, Evgenij Evtušenko, e, soprattutto, Boris Pasternak, che lì scrisse il romanzo Dottor Živago.

Georgy Nissky, Morning on the Railroad.
Georgy Nissky, Morning on the Railroad

Ogni luogo suscita reminiscenze storiche – non di rado colorite di aneddoti curiosi – di richiami letterari e di riflessioni interessanti. Alla Galleria Tret’jakovskaja, per esempio, il lettore-visitatore è invitato a soffermarsi a guardare attentamente le opere di tre artisti, scelti a rappresentare la storia dell’arte russa dal Quattrocento al Novecento: Rublëv, Levitan e Vrubel’ e ne viene suggerita una prospettiva comune: la grandiosa e arcana dimensione del silenzio. Altri luoghi di interesse culturale, nel significato più esteso e trasversale del termine, sono poi alcuni punti della città, come piazza Puškin, il vicolo Gleb e Boris, la prospettiva Kutuzov; i monumenti a Pietro il Grande, a Marina Cvetaeva, a Iosif Brodskij. Viaggiatori nel freddo non è tuttavia il racconto di un’esperienza esclusivamente introspettiva, non soltanto un dialogo interiore fra l’io narrante e quanto egli vede nel riflesso di ciò che ha conosciuto e acquisito prima del viaggio: è anche la cronaca di un’intensa esperienza estrospettiva, un continuo confronto con personaggi reali e a vario titolo appartenenti al mondo della letteratura contemporanea.

Il viaggiatore ha occasione di incontrare Evgenij Solonovič, notissimo traduttore e «ambasciatore della poesia italiana in Russia», il poeta Danila Davydov e altri poeti, poetesse e traduttori. E il viaggio nel freddo svela un nuovo itinerario che si snoda attraverso riflessioni e confronti sulla poetica della traduzione e sulla sua percezione fonetica. Una sosta importante di questo ulteriore percorso, punto di ancoraggio per costruire ponti universali fatti di poesia, è la rivelazione del già ricordato Solonovič: «per me l’italiano è una lingua di e da poeti, e ogni persona che lo parla come sua lingua madre, indipendentemente dall’accento, è per me un poeta». Altrettanto folgoranti le parole del poeta Viktor Kullé, secondo il quale «chi non coltiva la dignità della propria persona non può scrivere buoni versi», e nella sua gravosa impresa (tradurre in russo le rime di Michelangelo) mira a dimostrare che «la poesia è una sovra-lingua o un’inter-lingua».

Lo sguardo del viaggiatore è curioso di tutto, di una curiosità contagiosa e vasta, onnicomprensiva e totalizzante, origine e mezzo di espressione dalla armoniosa connotazione postmoderna di una piccola opera preziosa.

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