Una scolaresca ad Auschwitz

Cinque scatti prima di Italia-Spagna.

Mercoledì 6 giugno, quattro giorni prima del debutto in questo Europeo di Polonia e Ucraina, i ventidue convocati della Nazionale Italiana di calcio hanno visitato i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Di quell’esperienza restano alcuni scatti fotografici, pubblicati da Repubblica.it, che continuano ad attirare la mia attenzione. Come accadeva al Roland Barthes della Camera chiara, avverto che c’è qualcosa di interessante in queste fotografie, ma non riesco da subito a capire cos’è. Mi muovo tra lo studium e il punctum, dall’una all’altra, le apro e le chiudo, le allargo, provo a metterle in sequenza.

Quello che mi colpisce in questa foto è l’immagine della scolaresca. Questo scatto coincide con il punto di vista classico sul campo di Auschwitz, una costante iconografica. Sui binari sono seduti i ragazzi, come a cercare un attimo di riposo. Noto, come qualcosa di straniante, la tuta blu.

L’orologio d’oro di Balotelli e il suo crestino. Non li avrei notati altrove – sebbene vistosi, rientrano nel canone della moda – ma è in relazione e contrasto con la struttura architettonica sullo sfondo che il primo piano traslucido, deformato dal grandangolo, attira l’attenzione. Il centravanti della Nazionale si trova sul binario che conduceva i deportati allo sterminio. Quello stesso binario che Alain Resnais autore di Nuit et bruillard (1955) decise di non solcare con il proprio carrello cinematografico, preferendo un avvicinamento “laterale”, e che Claude Lanzmann decise invece di ri-percorrere nel suo Shoah (1985).

Anche se non è presente nell’immagine, vedo il fotografo e il suo compiacimento per questo scatto inequivocabile: la Nazionale Italiana è stata qui: in primo piano Chiellini, una bandiera, e sullo sfondo la scritta che sovrasta il cancello d’ingresso ad Auschwitz. Forse l’unica frase in lingua tedesca universalmente conosciuta. I ragazzi avvertono l’occhio del fotografo. Se di solito intrattengono uno sguardo complice, qui cercano e trovano l’indifferenza come forma della compostezza.

Il titolo di questa immagine potrebbe essere: “l’impegno nello scatto fotografico”. Il punto non è che probabilmente Cassano ha messo le cuffie con l’audioguida al contrario. Ciò che si nota è l’altezza dei suoi gomiti. Chi è il signore con i baffi dietro di lui? La ripetizione della stessa postura e la simultaneità dello scatto produce una sensazione di artificiosità. Il dovere di fotografia nel luogo della memoria.

Il controcampo del primo scatto. C’è la scolaresca e ci sono gli insegnanti che moderano l’incontro con un responsabile della comunità ebraica e con i superstititi del campo di sterminio. Il giovane Demetrio Albertini, al centro dell’immagine, è passato da poco a giacca e cravatta.

La compostezza della squadra, così come l’idea stessa di una visita ad Auschwitz, costituisce sicuramente un gesto degno di nota, capace di toccare e sensibilizzare l’opinione pubblica e di lanciare un messaggio ad un ambiente come quello del tifo calcistico pesantemente inquinato dal razzismo. E tuttavia, al di là di questo, qualcosa non convince fino in fondo. È forse quel qualcosa che si cercava nelle immagini e puntualmente non si riscontrava.

Fosse stato venti anni fa o dieci anni fa che Azeglio Vicini o Arrigo Sacchi accompagnavano la Nazionale in un luogo della memoria come i campi di sterminio nazisti, allora l’evento avrebbe realmente avuto una portata di informazione e sensibilizzazione mediatica notevole. La visita della squadra avrebbe fatto conoscere a molte persone, altrimenti ignare, la realtà sconvolgente di un trauma storico.

Ad oggi, pare piuttosto il contrario. Fortunatamente la memoria della Shoah ha conquistato una visibilità propria, in quanto tragedia storica sulla quale si sono basati i progetti educativi delle scuole e quelli delle comunicazioni di massa, in Italia e in Europa. Ad essere in crisi di legittimazione, a correre il rischio di una perdita di popolarità presso alcune fasce di pubblico, ad avvertire come esaurito il proprio potenziale narrativo, oggi, è piuttosto il sistema del calcio italiano: dai continui gesti di irresponsabilità e inconsapevolezza di miliardari adolescenti, alla malattia per le scommesse del tabaccaio di Buffon…

Ci voleva proprio qualcosa come un’incontro con la Storia, un momento di forte impatto morale, per far vedere che quando arriva il momento, anche i discoli e i monelli sanno come comportarsi.

Nel frattempo, la memoria dello sterminio nazista sembra affermarsi, in questi scatti, come la prova del fuoco della sensibilità e dell’umanità, il luogo in cui qualsiasi improbabile scolaresca può recarsi e chiedere un generico “scusa”, a rendere omaggio. Un metro. Un pellegrinaggio obbligato, un principio di autenticazione della bontà e della qualità umana di un individuo o di un gruppo. E quando questo succede, forse, occorre prestare attenzione. Le strumentalizzazioni sono dietro la porta.

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