Una forma di disciplina – Intervista a Giovanni Lindo Ferretti

Abbiamo incontrato Giovanni Lindo Ferretti, già cantante di CCCP, CSI, PGR, al termine della conferenza stampa di presentazione del suo spettacolo di teatro equestre Saga IV – Il canto dei canti. Per parlare con lui di teatro, cavalli, internet e tecnologia.

Foto di Alessandra Calò
Foto di Alessandra Calò

«Io sto bene» dice di sé Ferretti. «Sto proprio bene, nel corpo e nella mente. Ho le mie preoccupazioni, come tutti. E vorrei dormire di più. Ma quello mi succedeva anche quando ero giovane».

Saga è il canto epico del popolo dell’Alpe – roccaforte dell’Appennino a cui Ferretti sente oggi più che mai di appartenere – dei suoi abitanti e dell’antico patto stabilito tra uomo e cavallo, di cui la civiltà odierna è debitrice. Per il quarto anno consecutivo lo spettacolo sarà rappresentato l’11, 12 e 13 settembre dalla Corte transumante di Nasseta, “libera compagnia di uomini, cavalli e montagne”, a Reggio Emilia, all’interno del chiostro cinquecentesco di San Pietro – «la più bella cavallerizza d’Europa». Sulla scena ci saranno venti cavalli e i loro cavalieri, oltre naturalmente allo stesso Ferretti, “signore delle parole”, al “signore delle musiche” Paolo Simonazzi; al “signore dei cavalli” Marcello Ugoletti; alla “signora della corte” Cinzia Pellegri; e al “signore del ferro e del fuoco”, Stefano Falaschi. Quest’anno gli spettatori potranno visitare anche una mostra in parallelo allo spettacolo, all’interno della quale troveranno spazio le opere di quattro artisti (a corredare questa intervista quelle di Alessandra Calò e Jacopo Benassi) che hanno lavorato con la Corte.

Saga è ormai da tempo il progetto più importante e vitale per Ferretti. Un progetto che di recente si è costituito in una fondazione “per la rigenerazione di una civiltà del vivere sui monti” che ha a cuore non soltanto il teatro equestre ma la salvaguardia dell’ecosistema umano e naturale dell’Appennino Reggiano che, stretto “tra frane e viadotti”, risente sempre di più dei rischi cui lo espone la modernità e il crescente spopolamento delle montagne.


Foto di Alessandra Calò
Foto di Alessandra Calò

MARIA TERESA GRILLO: Saga è mutata nel corso di questi quattro anni, nella struttura e nei componenti. Ma cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa, in te?

GIOVANNI LINDO FERRETTI: Io non credo che le persone “cambino”. Le persone si evolvono. Quello che è successo a me è che all’inizio, quando abbiamo cominciato questo progetto decidendo di portare i cavalli a teatro, pensavo che il mio ruolo sarebbe stato molto più marginale. Volevo tenermi un po’ più all’esterno, con la mia voce, non volevo “entrare” così tanto. Il primo anno di Saga avevamo delle musiche registrate, molto forti, orchestrali. Una musica troppo complessa per uno spazio, come quello dei chiostri, che è difficile da gestire. Poi abbiamo apportato dei cambiamenti e abbiamo visto che funzionavano meglio, e la mia voce è risultata sempre più necessaria, importante. E adesso la musica è molto diversa. Lo strumento principale è il mandoloncello, e anche solo questo, se ci pensi… se da giovane mi avessero detto che avrei lavorato con un mandoloncello non ci avrei mai creduto!  Poi abbiamo la ghironda, l’organetto, tutti strumenti antichi. E una cornamusa che il maestro Simonazzi ha costruito apposta tarandola sulla mia voce. Tutto questo fa parte della definizione stessa di “teatro barbarico” che ci siamo dati: più che una messa in scena, Saga è la costruzione di una cerimonia, un rito, che fa riferimento a una povertà tecnica alla quale guarda come un valore; un tentativo di far percepire la vitalità senza mirabilia tecnologici, da cui sono poco affascinato. Lo strumento è la voce, la ritmica è data dal martello e dall’incudine, la luce è quella naturale insieme a un fuoco che prepariamo prima dello spettacolo, i cavalli sono i maremmani, quelli del nostro Appennino. Si tratta di una disciplina. Ma la scelta di lavorare sul teatro barbarico è anche un giudizio, un impegno: quello di salvaguardare un sapere per continuare con altri mezzi un rapporto che è stato così produttivo per la nostra civiltà.

M.T.G.: Saga è la celebrazione del patto tra uomo e cavallo alla base della civiltà. Se non fosse stato per il cavallo molte conquiste dell’uomo non sarebbero state possibili. Eppure per esserci un vero e proprio patto deve esserci una reciprocità. Sappiamo cosa ci ha guadagnato l’uomo, ma che vantaggio ne ha tratto il cavallo? Dietro questo affetto, dietro il legame tra padrone e cavallo, non sussiste comunque un rapporto di dominazione?

G.L.F.: Non è così. Perché il punto è che il cavallo per come lo conosciamo è già l’animale che ha stabilito un patto con l’uomo. Il cavallo in natura sarebbe perennemente destinato alla fuga, attaccabile da qualsiasi predatore, e neppure così strutturato fisicamente. Il maremmano, per esempio, avrebbe il culo piatto e il petto stretto. Lo stesso concetto di bellezza che noi abbiamo è molto legato alla fisicità umana e alla fisicità equestre in rapporto tra loro.

In natura quattro stalloni, così come li abbiamo noi, non potrebbero neppure sopravvivere all’interno dello stesso gruppo – ne potrebbe sopravvivere uno ogni trenta. E alcuni dei nostri cavalli sarebbero morti per denutrizione prima di arrivare all’età adulta e diventare gli splendidi esemplari che sono oggi. Si tende spesso ad avere un’idea ingenua di quello che è lo stato di natura, il concetto idilliaco che la vita selvaggia sia sempre la migliore. Il cavallo è un animale fortemente gerarchico, che vive in branco. Non c’è nulla di male in questa gerarchia, che permette loro di sopravvivere e di dividersi le risorse – per esempio quando c’è da bere, beve prima la capobranco, che è la femmina più anziana, poi via via gli altri, ma bevono tutti: bevono anche i cuccioli e i malati. Quello che dà all’uomo il cavallo è la possibilità innanzitutto di montargli sul dorso ed essere molto più alto: così l’uomo riesce a vedere il mondo da una prospettiva che prima non gli era concessa. E poi di essere dieci volte più veloce. In cambio, il cavallo riceve le cure dell’uomo e la possibilità di assicurarsi il cibo e un riparo, cosa che non è affatto semplice per lui procurarsi. E poi, tramite l’allenamento, il cavallo sviluppa una muscolatura che normalmente non avrebbe, ma anche  il concetto stesso di libertà: perché in branco il cavallo non esisterebbe come singolo, mentre con l’uomo sviluppa un suo carattere, una sua personalità. Il cavallo riesce a fare cose incredibili con l’uomo, cose che prima non riusciva a fare, e ci riesce grazie alla pratica dell’”equitare”, che è un arte. E così come io onoro il mio patto con il cavallo, anche lui è molto fedele. Un cavallo segue il suo padrone fino alla morte. È chiaro poi che il destino del cavallo è diverso a seconda che lui abbia un buon padrone o un cattivo padrone.

M.T.G.: E la rappresentazione di questo rapporto, aggiunge qualcosa al rapporto stesso? Come vivono i vostri cavalli il momento dell’esibizione?

G.L.F.: I cavalli sono meravigliosi. Sono come i cantanti, per i quali si dice che “nelle prove non rendono”. E invece quando entrano in scena sono consapevoli dell’ammirazione che ricevono, di essere al centro degli sguardi, si aprono e si mostrano, danno spettacolo di sé.

M.T.G.: Con il nuovo progetto della Fondazione avete aperto un blog, una pagina facebook e lanciato una campagna di crowfunding per sostenere le enormi spese comportate dalla gestione dei cavalli. Dunque l’anima antica della montagna è capace di ospitare la modernità?

G.L.F. Siamo stati costretti a farlo. Anche se abbiamo cominciato una esperienza che era senza pregiudizi, ci siamo detti: “Guardiamo tutto, facciamo tutto quello che riusciamo a fare e poi decideremo quello che vale la pena di portare avanti…”. Potremmo anche decidere che è un’esperienza che non ci interessa, che non ci sta a cuore, e chiuderla.

In realtà la dimensione del sito web, quella di un luogo in cui puoi presentare, raccontare, la trovo bellissima. Noi non avremmo né la voglia, né la forza, né la capacità di creare un giornale. Invece avere un sito in cui si riesce a mantenere il livello vitale, positivo della comunicazione, è incantevole. Ora sul blog mi sono fermato durante l’estate, due mesi, giusto per riprendermi. Perché il pericolo vero è il servilismo nei confronti delle macchine, quando entri in un gioco che ti prende la mano e decide quali sono i tempi e le modalità. Io voglio capire quali sono i suoi tempi, quali sono le sue modalità, sapendo perfettamente che non sono i miei, e quindi devo capire se è plausibile trovare un equilibrio che soddisfi me, non che soddisfi lui… o lei, non so se dare il maschile o il femminile: per me è “la macchinetta”.

Comunque sono disposto a lavorare con le macchinette, se comando io. Se devo entrare in una dimensione in cui sono costretto, per rimanere in quel luogo, a mantenere i suoi ritmi, è già deciso che è no. Ma io sono convinto che riuscirò, che riusciremo a trovare la nostra modalità. Poi ci sono anche, grazie a Dio, diverse personalità, anche al nostro interno, per cui non è detto che quello che non faccio io non possa farlo qualcun altro, che magari lo fa più volentieri.

M.T.G.: I tuoi ritmi però sono molto serrati.

G.L.F.: Sì. Avere dei cavalli, vivere con loro, vuol dire dedicare a loro molto tempo della tua giornata. Hanno delle esigenze che superano di gran lunga le esigenze delle macchine. Tu ti alzi al mattino e non guardi lo schermo: guardi la stalla. Dai da mangiare i cavalli, poi ci sono le pulizie, poi l’addestramento. E poi bisogna anche respirare un attimo, fermarsi a guardare le puledre che crescono, le madri che sono gravide… e ci sono sempre dei problemi da risolvere, perché con venti cavalli c’è sempre qualche problema, quindi alla fine non ti rimane tanto tempo libero – mentre il gioco delle macchinette fa parte del tempo libero.

Ma non si può affermare che esista una schiavitù, perché si tratta un rapporto vitale, c’è un contatto. Con le macchinette si crea una schiavitù perché non c’è più un rapporto: una volta che tu cominci a lavorarci, lei si prende sempre più del tuo tempo, e diventa una tua necessità. Per questo guardo con perplessità il servilismo che le macchinette impongono agli esseri umani.

Foto di Alessandra Calò
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