Un solo paradiso: il jazz del romanzo

Un solo paradiso, di Giorgio Fontana, è una storia di distruzione dovuta alla fine di un amore. Ma è anche una storia di jazz. «In un certo senso, è una ballata», dice l’autore. E le migliori ballate del jazz, aggiungiamo noi, sono proprio quelle che sanno unire in maniera indistinguibile senso di bellezza e senso di distruzione. Naima di John Coltrane, per esempio. Qui di seguito una guida (YouTube e Spotify) ai riferimenti jazzistici che costellano il romanzo, che dà forma a una consapevolezza con cui i più grandi fra i jazzisti dovevano a loro modo avere una certa familiarità: «Si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso».

Un solo paradiso

«Conosci Freddie Hubbard? Conosci Freddie Hubbard», ripeté lui sconcertato.

 

 

«Qual è il tuo trombettista di riferimento?»

«Clifford Brown».

«Ecco, vedi? Questo non lo conosco».

 

 

Quando entrò in ritardo su Honeysuckle Rose il contrabbassista, Giulio, tirò un calcio al leggio.

 

 

…e si spogliarono sotto il poster di Dizzy Gillespie, che teneva accanto alla scrivania.

 

Aveva voglia di ascoltare Coltrane. Gli sembrava la sola musica capace di intercettare quel momento, di fissarlo. Chiese a Martina quale album preferisse: lei rispose Giant Steps. Appena arrivati a casa, Alessio appoggiò i sacchetti con il cibo e le birre sul banco della cucina, prese il vecchio cd con la custodia spezzata e lo inserì nello stereo. Si settima, Re settima, Sol settima e così via («Sembra uno che ruzzola dalle scale», gli aveva detto una volta il vecchio Gorla: «Dimmi tu se non sembra proprio uno che ruzzola giù dalle scale»). Era quasi impossibile orientarsi in quella selva di accordi, ma Coltrane soffiò selvaggiamente per i tre minuti del suo primo assolo. Ogni volta lasciava Alessio senza parole.

 

 

Martina affondò il mento nella spalla di Alessio e disse: «Senti, ti ricordi di quella cosa di Hubbard…? In Austria, mi pare».

 

In un angolo c’era la catasta dei dischi: oscuri gruppi indie canadesi o inglesi, qualche classico – The Queen is dead, Jeff Buckley – e naturalmente gli album di jazz. (Nulla di molto originale, aveva constatato Alessio: Monk, Davis, Mingus. Un apprezzabile Cedar Walton. Quattro dischi di Coltrane).

 

Solo qualche sera si lasciò convincere. Suonava l’inizio di uno standard, per lo più Autumn Leaves – la loro canzone preferita nella loro versione preferita, quella di Adderley con Miles Davis del 1958.

 

 

Allora si raccontavano le vite sfortunate di geni come Sonny Clark, Bud Poell, Paul Chambers, Rahsaan Roland Kirk. Eroina, alcool, razzismo, botte, infarti, cecità, paralisi. Li affascinava l’amaro destino di Herbie Nichols, crepato di leucemia dopo una vita passata a suonare nelle bettole – un artista delizioso, del tutto ignorato in vita.

 

 

Cantava a voce piena, ora, un ritornello emerso dai detriti: qualcosa che aveva poco a che vedere con il jazz, eppure ad Alessio ricordava una versione più fragile e moderna di Billy Eckstine.

 

 

«Stan Getz. Uno di quei best of che uscivano in allegato con il giornale».

«Non è incredibile? Una musica per pochi, eppure entrambi abbiamo…»

«In effetti», sorrise lui.

 

 

Mentre faceva la doccia, Alessio sentì le note di Autumn Leaves venire dalla stanza: quando uscì dal bagno vide che Martina era riuscita a collegare il suo iPod alle casse del piccolo stereo sul comodino. Fuori pioveva a dirotto. L’acqua batteva contro la finestrella.

 

 

Durante il viaggio Alessio ascoltò tre volte Clifford Brown & Max Roach, senza trarne beneficio. Milano era sepolta nell’oscurità.

 

 

Il giorno successivo, prima di andare all’aeroporto, sentì della musica provenire da una finestra. Una frase di chitarra si muoveva come un pesce sopra il fondale scuro di basso e batteria: una frase lenta, poche note infilate senza voce. Si fermò ad ascoltare. Con suo stupore, dopo qualche incertezza e ricamo divenne il tema principale di Embraceable you. Uno degli standard che più gli piacevano, e che spesso aveva ascoltato in compagnia di Martina.

 

 

Il vecchio si era seduto sullo sgabello. Rise solo per un secondo, poi cominciò a suonare. Alessio la riconobbe subito: era My Favorite Things. La più banale delle scelte, in fondo – forse un rimprovero, o un tentativo di consolarlo? Eppure quanto era bello riascoltarla. Nella sua versione, Coltrane aveva trasformato un valzerino di Rodgers e Hammerstein in un’opera d’arte, ma senza smarrirne il tono giocoso. Era il sogno del ritorno all’innocenza.

 

 

A volte il telefono squillava nel silenzio della stanza. Lui lo guardava e lo lasciava suonare. Provò a riascoltare un album di Coleman Hawkins e uno di Miles Davis, ma fu come se avesse perso la capacità di comprendere quella musica.

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Close