Un giorno e 29 anni a Bhopal (Seconda Parte)

Seconda parte del reportage sulla marcia di Bhopal dove, nel dicembre del 1984, migliaia di persone persero la vita a causa dell’esplosione di un serbatoio contenente una sostanza utilizzata per la produzione di pesticidi nell’impianto di produzione della Union Carbide Corporation.

Qui la prima parte

Foto di Daniela Neri
La veglia del 2 dicembre con i bambini, le famiglie e il personale del Chingari Trust (Foto di Daniela Neri)

3 Dicembre 2013. Ore 12,00. Parte la marcia. In testa Dow Bhai (il fantoccio della Dow Chemical), seguito da un camioncino con l’impianto di amplificazione e da una lunga catena di persone che sollevano cartelli e tengono striscioni. Varie persone si alternano a lanciare slogan, ripetuti da tutti i partecipanti. Si marcia per le strade della città vecchia. La polizia smista il traffico, ma le macchine, i risciò, le moto e i mille differenti mezzi di trasporto che affollano le strade indiane continuano a transitare, inondando di smog l’aria attorno al corteo. Un bambino di strada, che sniffa continuamente solvente da un fazzoletto che stringe nella mano destra, si offre di aiutare a trasportare Dow Bhai, trainato su un carrello. Spera di ottenere un ringraziamento di qualche rupia alla fine della manifestazione.

Questa marcia è organizzata da cinque delle associazioni che lavorano con le vittime del gas. Un’altra importante associazione, quella delle donne vittime del gas, svolgerà separatamente la propria dimostrazione nel pomeriggio. Altri gruppi invece si sono dati appuntamento direttamente alla statua che ricorda le vittime della tragedia, posta di fronte all’ingresso della UCC (Union Carbide Corporation).

Ciò che colpisce immediatamente quando si osserva la marcia è la preponderanza assoluta di donne. Sono loro a formare il grosso del corteo e a cantare con più forza e convinzione. Per chi ha passato un po’ di tempo negli ospedali, nelle sedi delle associazioni per i sopravvissuti, nelle cliniche specialistiche e negli uffici governativi di Bhopal, questa situazione appare normale. Sono infatti soprattutto le donne a gestire le questioni collegate al disastro della UCC, siano di carattere medico, legale o politico.

Satinath Sarangi: Per noi il fatto che siano quasi solo donne a partecipare alla lotta politica è un mistero ancora oggi. Probabilmente questo avviene perché sono state loro a subire principalmente l’impatto del disastro. Sono loro che si prendono cura della salute dei membri della famiglia e sempre loro che gestiscono, a fronte della caduta dei guadagni familiari, l’economia della casa. Si può dire che sono state le donne ad assumere su di sé il peso della tragedia: vanno all’ospedale per il trattamento dei loro familiari, si recano agli uffici statali per le varie pratiche, e sono ancora loro che marciano nelle dimostrazioni di protesta. Un altro aspetto interessante della partecipazione delle donne è che sono rimaste forti nonostante tutte le difficoltà causate dal disastro, e nonostante soprattutto i loro stessi problemi fisici e di salute. Non hanno mai abbandonato la lotta. All’inizio, quando il movimento di Bhopal é nato, c’erano molti uomini, anzi, c’erano più uomini che donne. Ma hanno rinunciato. Nel giro di due o tre anni la frustrazione per la mancanza di risultati li ha portati ad allontanarsi. Ma le donne no, non hanno mai rinunciato alla lotta, e questa è la parte più sorprendente della nostra battaglia, di cui non so ancora spiegarmi a pieno il motivo.

Dai miei appunti del febbraio 2013. Amida Bi, un’operazione al cuore e il fiato grosso, batte palmo a palmo la città vecchia, va a trovare vecchie compagne di lotta che non possono più alzarsi dal letto (nocività vuol dire anche questo: coloro che colpisci non avranno le energie e tempo a sufficienza per risponderti), e dice ad ognuna che combatterà fino a che morte non la separi dal corpo, devastato dal gas.

Fa parte del gruppo di donne che lottano fin dal principio per avere giustizia. Dice che in questi quasi trent’anni è stata in tutta l’India per rivendicare i propri diritti, ha dormito sotto il parlamento di Delhi, viaggiato in treno, bus, persino a piedi per chiedere giustizia. Il marito è morto, a causa del gas, e lei ha subito varie operazioni oltre a quella al cuore, tra cui l’esportazione di due vene dalle gambe.

La si incontra ad ogni dimostrazione della sua associazione, e mentre gira di casa in casa nei quartieri più colpiti dal gas per rendersi utile: far ottenere un certificato, denunciare un medico che non fornisce cure e attenzione adeguate ad alcuni pazienti, compilare un modulo, trovare un avvocato.

3 Dicembre 2013. Ore 13.30. Arriviamo di fronte alla UCC. Due tendoni sono stati montati per far sedere all’ombra i partecipanti, sfiniti, su alcune sedie e su stuoie stese al suolo. Alcuni, i più deboli, hanno aspettato qui l’arrivo del corteo. Molti sono esausti.

Una delle cose che ci si sente dire con più frequenza dalle vittime del gas è che non riescono a lavorare, che dopo pochi metri di cammino hanno il fiatone, gli dolgono gambe e braccia, e si devono fermare. Alcuni guidano gli “auto”, i risciò a motore che fanno servizio taxi in tutte le città indiane. È l’unico lavoro che riescono a fare, ma li costringe a vivere tutto il giorno nel traffico, intossicati ulteriormente da un inquinamento che raggiunge qui livelli preoccupanti.

Altri, semplicemente, non fanno nulla. Se sono fortunati, il resto della famiglia riesce a guadagnare abbastanza per mantenere anche loro. Oltre alle immagini conosciute in tutto il mondo di uomini, donne e bambini i cui corpi sono stati devastati dal MIC, ci sono decine di migliaia di casi di persone i cui sintomi sono meno visibili, ma non per questo meno terribili.

Il movimento di Bhopal, oltre che nelle strade e nei tribunali, è attivo soprattutto negli ospedali: sia nelle cliniche nate dall’impegno di tanti attivisti, sia nelle strutture pubbliche, spesso corrotte e malfunzionanti, in cui si cerca di ottenere con fatica quello che sarebbe un diritto.

Satinath Sarangi (Foto di Daniela Neri)
Satinath Sarangi (Foto di Daniela Neri)

Satinath Sarangi: Noi pensiamo che ricostruire se stessi possa essere un’attività sovversiva. Essenzialmente, lo consideriamo come un atto di rivendicazione del proprio spazio. Ovunque nel mondo vediamo reiterarsi lo stesso meccanismo: le multinazionali causano disastri ma allo stesso tempo producono i farmaci che sono utilizzati per curare le vittime di questi stessi disastri. Dopo la tragedia di Bhopal è arrivata una pioggia di medicine dalle industrie farmaceutiche, che non sono altro che un ramo delle multinazionali chimiche. Noi crediamo che ciò avvenga su scala globale. Ovunque la situazione ambientale sta degenerando, le persone si ammalano per l’inquinamento, e le stesse compagnie che causano queste malattie vendono i farmaci che servono per curarle. L’esempio più lampante di tutto ciò è l’AstraZeneca, che fino a poco tempo fa produceva una sostanza, il cloruro di vinile, che causa, tra le altre cose, il cancro al seno. L’AstraZeneca è però anche la produttrice del tamoxifene, che si usa come trattamento per il cancro al seno. Infine, l’AstraZeneca “possiede” anche il mese di Ottobre come mese della sensibilizzazione per il cancro al seno. Nei comunicati dell’azienda non viene mai fatta menzione di collegamenti tra inquinamento dell’ambiente e cancro al seno, e questi raggiungono chiunque grazie alle campagne via radio, televisione e giornali. Noi pensiamo che ci debba essere un modo per uscire da questa situazione, ciò che abbiamo definito “il circolo del veleno”, ovvero che le stesse compagnie che ti avvelenano e ti fanno ammalare, alla fine ti vendono pure le medicine per curarti. Tutto ciò deve finire. Per questo consideriamo il nostro lavoro al Sambhavna [un ospedale gratuito per le vittime di Bhopal] come un atto politico, la rivendicazione di un nostro spazio all’interno dello spazio della cura. Crediamo anche che nella lotta per ottenere giustizia si debba sia creare qualcosa, sia combattere qualcos’altro. Di solito si dice che è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità. Noi a Bhopal crediamo invece che si debba accendere una candela e, allo stesso tempo, maledire l’oscurità.

3 Dicembre 2013. Ore 14,00. Da qui in poi, sono soprattutto gli uomini a prendere in mano la situazione. Molti, che non hanno marciato, vivono qui a JP Nagar, il quartiere più colpito dal disastro. Hanno preparato altri due o tre fantocci, e aspettavano l’arrivo del corteo per bruciarli. Prima di appiccare il fuoco li schiaffeggiano con le proprie scarpe. Quindi, una volta incendiati, quando non rimane che la struttura, prendono lunghi bastoni e li colpiscono con violenza, sfogando la rabbia e la frustrazione che covano profonde dopo ventinove anni di ingiustizie e mancati risarcimenti. Alla fine, tutti si raccolgono attorno al grande Dow Bhai. Alcuni salgono sul muro della UCC per godersi meglio lo spettacolo. Sono due donne, di cui una è Rashida Bi, direttrice del Chingari, ad appiccare il fuoco, che in pochi minuti riduce il fantoccio a un ammasso di cenere e detriti.

Durante l’atto finale sono presenti giornalisti e simpatizzanti da tutta l’India e da tutto il mondo. Ci sono una giornalista canadese del Toronto Star e un pensionato svedese che ogni anno viene a Bhopal a fare volontariato al Sambhavna. Quindi un fisioterapista inglese che offre gratuitamente le sue competenze per la stessa associazione, e un giovane giornalista Uruguaiano che lavorava per El Observator prima di licenziarsi e diventare free-lance in giro per il mondo. Incontriamo anche una giornalista/attivista italiana che sta girando un piccolo documentario che servirà a legare assieme il Vajont e Bhopal.

Molti arrivano dall’Inghilterra: fanno parte del Bhopal Medical Appeal e sono anni che lavorano per sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sul disastro di Bhopal e le sue interminabili conseguenze. Ci siamo io e Daniela, e un altro fotografo italiano che risiede a Londra e che da ormai quattro anni viene a Bhopal per documentare la tragedia. Infine, un fotografo francese, affiliato al Chingari e anche lui qui per la seconda volta, e un film maker Indiano cresciuto a Los Angeles. Quest’ultimo, Nadeem Uddin, sta preparando un documentario sul disastro dopo aver recuperato materiale inedito che potrebbe confermare le stime fornite da associazioni non governative sul numero di morti nei primi giorni della tragedia. Sono infatti le uniche immagini video esistenti girate nei primi quattro giorni dopo l’esplosione della UCC.

Satinath Sarangi: Quello di cui ci siamo resi conto in questi anni è che per combattere con giganti come la UCC o la DOW ci deve essere una solidarietà transnazionale tra le vittime in tutto il mondo, siano essi una comunità vittima di un qualche crimine delle multinazionali, o operai che lavorano nelle fabbriche e sono esposti ad ogni tipo di rischio. Questo è l’unico modo in cui possiamo portare questi crimini all’attenzione generale e ottenere qualcosa. Purtroppo, fin dall’inizio le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite (ONU), la World Health Organisation (WHO), l’International Labour Organisation (ILO), il programma ambientale delle Nazioni Unite e l’UNESCO si sono fiondate qui e hanno fornito aiuti come se si trattasse di una catastrofe naturale, di un atto di dio. Ma dal momento che ciò che è avvenuto qui è l’atto di una multinazionale, un chiaro caso di crimine di una grossa compagnia, l’ONU, il WHO, l’ILO o l’UNESCO, non hanno fatto niente di realmente significativo per la gente di Bhopal. Crediamo che proprio per questo possiamo dire che nel tempo è divenuto lampante che anche queste organizzazioni internazionali sono dalla parte delle grandi compagnie. Di conseguenza, per riuscire ad avere un effetto reale e concreto contro queste multinazionali non c’è altro modo che ottenere la solidarietà di persone e comunità da tutto il mondo, e deve essere una solidarietà non mediata da queste istituzioni internazionali.

Foto di Daniela Neri
Foto di Daniela Neri

2 Dicembre 2013. Ore 19.00. Stasera ci sono tre diverse fiaccolate a Bhopal, organizzate da varie associazioni delle vittime. Sono in ricordo di coloro che non ci sono più. Le candele, nella notte nera, illuminano i volti di bambini, donne, uomini e anziani.

I giornalisti si accalcano per riprendere, intervistare, fotografare. Domani sui giornali locali usciranno brevi articoli e foto suggestive. Le vittime della UCC e della DOW, i dimenticati dal governo dell’India e del Madhya Pradesh, coloro che vengono insultati dal governo degli Stati Uniti col rifiuto dell’estradizione di Warren Anderson, tutti loro che sono tutte queste cose, sanno che oggi è uno dei pochi giorni in cui le loro parole, se non ascoltate, saranno almeno scritte.

Amida Bi regge una fiaccola fatta di un bastone e una lattina piena di gasolio. È in piedi, in circolo con tanti altri, nel parco di fronte alla biblioteca centrale. Ci sono un centinaio di persone. Uomini, donne e bambini. Ciascuno stringe una torcia o una candela. Al via, dato da Abdul Jabbar Khan, direttore dell’associazione, tutti iniziano a girare attorno alla fontana, illuminata dalla fiamma di molte candele.

Qui, negli ultimi ventinove anni, si sono incontrate ogni sabato le donne, e gli uomini, della Bhopal Gas Peedit Mahila Udyog Sangathan (Organizzazione delle donne di Bhopal vittime del gas), senza saltarne nessuno. Dopo alcuni minuti di canti e slogan tutti si fermano. Alcune telecamere si avvicinano ad Amida Bi. Lei inizia a parlare. Spiega perché sono lì, chiede giustizia, si accalora, urla all’indirizzo del governo e della DOW, si commuove. Le telecamere si allontanano. Mi avvicino a lei e le tocco i piedi in segno di rispetto, e di affetto. Lei mi prende la testa tra le mani e mi bacia sui capelli, come qui si bacia un figlio o un nipote.

Le candele continuano a bruciare, a ricordare i morti e i vivi che non smettono di morire e soffrire qui a Bhopal.
Domani il fuoco brucerà Dow Bhai.
Perché a Bhopal si accende una candela ma, allo stesso tempo, si maledice l’oscurità.

[Video girato da Tommaso Sbriccoli e Daniela Neri che documenta la marcia delle vittime del gas (3 dicembre 2013)]

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