Tra spazio umanitario e spazio esternalizzato

Le ONG e le migrazioni in Libia

ONG e migrazioni in Libia
Distribuzione di aiuti nell’ambito di un progetto della cooperazione italiana. Fonte: STACO (https://staco.org.ly/wp-content/uploads/2018/05/1.jpg)

Il numero di ONG internazionali attive in Libia nel campo delle migrazioni è cresciuto, negli ultimi anni, in coincidenza con l’espansione dei programmi di cooperazione internazionale volti a sostenere la ripresa e la stabilizzazione del paese, e, in particolare, la capacità di gestione delle migrazioni. Mentre aumentano le attività delle ONG internazionali, si moltiplicano anche i programmi, promossi da organizzazioni internazionali (OI), UE e governi nazionali, che mirano alla professionalizzazione delle ONG libiche – anche in questo caso con particolare riferimento al tema delle migrazioni. Questi sviluppi pongono il tema della relazione tra spazio esternalizzato – quello che consente agli stati di controllare le migrazioni a distanza – e spazio umanitario.

Per spazio umanitario si intende quello spazio fisico e relazionale in cui l’intervento umanitario possa essere svolto non solo in sicurezza per gli operatori e per i beneficiari, ma anche nel rispetto dei principi umanitari: dal principio del do no harm al rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone coinvolte, fino al principio dell’indipendenza dalle agende politiche di attori esterni. In realtà l’azione delle ONG dipende molto sia dai donatori, sia dalla volontà di collaborazione delle autorità del paese in cui si opera. Lo spazio umanitario, insomma, è costituito, come ogni spazio, dagli attori che lo vivono o che ne definiscono le possibilità di vita e di azione. Se l’azione umanitaria è finanziata da fonti governative (stati, UE etc.), come nel caso delle ONG che operano in Libia (l’unica eccezione in tal senso è MSF), sono le politiche di questi attori a determinarne i contenuti. E l’obiettivo primario di tali politiche è evitare che le persone partano dalla Libia e arrivino in Europa.

Attori statali e sovrastatali, infatti, intervengono da vent’anni in Libia, direttamente o indirettamente, creando uno spazio esternalizzato del controllo delle migrazioni. Lo spazio esternalizzato è – appunto – quello spazio fisico e relazionale prodotto dalle attività svolte direttamente, oppure supportate o promosse, da determinati soggetti statali (o sovrastatali come l’UE), e che si svolgono o comunque producono i propri effetti all’esterno dei territori di questi stessi soggetti: in acque internazionali o nei territori di altri stati. Quando l’Italia tramite l’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), o l’UE  tramite il fondo fiduciario per l’Africa, finanzia interventi umanitari nel campo delle migrazioni in Libia, spazio umanitario e spazio esternalizzato rischiano di coincidere o, almeno, di convergere. Si rischia, cioè, che le attività umanitarie seguano gli stessi principi che guidano il processo di esternalizzazione. Si pensi ai progetti umanitari in centri di detenzione libici che hanno reso possibili attività che di umanitario non avevano nulla, come il ripristino di recinzioni e cancelli.

Più in generale, le attività delle ONG internazionali direttamente rivolte ai migranti, in Libia, vanno poco al di là del mero mantenimento in vita degli individui. Troppi diritti fondamentali restano ignorati. Non sono offerte attività di consulenza, orientamento e supporto legale. Le informazioni che ricevono i migranti si limitano alla possibilità di chiedere asilo tramite l’ACNUR (ma solo se rientrano in una delle nove nazionalità che l’agenzia dell’ONU può riconoscere in Libia) o di chiedere aiuto all’OIM per essere rimpatriati (cioè ulteriormente allontanati dall’Europa). Per il resto le ONG forniscono assistenza medica e sostegno igienico-sanitario di base, e anche ciò con gravi limitazioni. Basti dire che esistono tre tipologie di centri di detenzione, e solo in una di esse (i centri ufficiali) sono ammesse a operare ONG e OI. Nei centri investigativi e nei centri non ufficiali non entra nessuno. Anche nei centri ufficiali, poi, ci sono limitazioni all’accesso, e capita che epidemie di tubercolosi causino decine di morti perché alle ONG che teoricamente garantiscono le cure mediche è impedito di prestarle compiutamente.

ONG e migrazioni in Libia
Il centro di detenzione di Tajoura dopo l’attacco aereo del luglio 2019. Fonte: MSF (https://www.msf.org/mediterranean-escape-route-migrants-and-refugees-trapped-libya)

Questo dice molto sul restringimento dello spazio umanitario da parte dei gestori dei centri di detenzione, che spesso sono milizie. Queste e altre autorità informali (tribù locali, trafficanti), tra l’altro, sono importanti anche nell’espansione dello spazio esternalizzato: con esse, infatti, l’Europa stringe patti più o meno ufficiali per limitare i movimenti indesiderati. Questi stessi soggetti, poi, possono lucrare anche in modo indiretto, e a danno dei migranti, sugli interventi umanitari finanziati dall’Europa, come evidenziato da inchieste giornalistiche.

Le fonti di finanziamento dei progetti sono varie: singoli governi occidentali, UE, OI (che a loro volta ricevono fondi dai paesi più ricchi). Ne beneficiano ONG di vario tipo, dalle più grandi alle più piccole. Tra queste ultime, fino al 2020, anche alcune italiane coinvolte in progetti finanziati dal governo Gentiloni tramite l’AICS e ormai conclusi. A detta delle altre ONG internazionali, e al di là del coinvolgimento nelle inchieste di cui sopra, queste ONG italiane si sono distinte per lo scarso rispetto dei principi umanitari e la scarsa attitudine al coordinamento con gli altri attori sul campo.

Negli ultimi anni l’attenzione dei donatori, anche su spinta delle ONG, si sta pian piano allargando anche fuori dai centri di detenzione. Del resto è fuori che sta la maggior parte dei migranti bisognosi di sostegno: lo sfruttamento, le violenze e gli abusi nei contesti urbani non sono inferiori per gravità a quelli che si registrano nei centri. Peraltro anche gli interventi fuori dai centri sollevano problemi, nella misura in cui fanno parte di progetti che mirano alla ripresa e alla stabilizzazione delle istituzioni libiche nel loro complesso. Le organizzazioni umanitarie rischiano così di sostenere le istituzioni libiche più che la popolazione (libica e non).

In questo contesto va sottolineato il crescente coinvolgimento delle ONG libiche. Diverse operano già come partner locali di ONG internazionali. Queste ultime traggono vantaggio dal subappalto soprattutto in termini pratici: per esempio se il partner libico può garantire l’accesso ai centri di detenzione grazie ai suoi rapporti privilegiati con i gestori. Questo approccio ‘pragmatico’ rischia peraltro di aprire la strada a episodi di collusione con pratiche discutibili. Non è facile, infatti, trovare partner locali sufficientemente esperti e che non intendano solo lucrare sulla pelle dei migranti. D’altra parte la società civile libica è giovane: fino al 2011 le pochissime organizzazioni esistenti nel paese erano in realtà emanazione del regime, e solo la rivoluzione consentì la proliferazione di nuove ONG. Molte sono piccole e lavorano su base esclusivamente volontaria; altre sono assimilabili a grandi imprese, professionalizzate e ben inserite nel mercato neo-liberale dell’intervento umanitario transnazionale. Qualcuna, poi, benché considerata ONG, è in realtà un’emanazione del governo, e quindi partner contrattuale obbligato per l’OI di turno.

Specie per le ONG minori, negli anni scorsi sono stati avviati, da OI e ONG internazionali, diversi progetti che mirano al supporto e alla professionalizzazione della società civile libica, sia in generale, sia con riferimento esplicito o implicito alle migrazioni (è il caso dei progetti di ICMPD e OIM). Per ‘professionalizzazione’ si intende l’acquisizione delle competenze necessarie per competere sul mercato umanitario internazionale: come accedere ai bandi, presentare proposte di progetto, gestire fondi e attività, rendicontare ai donatori etc. Ciò risponde all’esigenza delle ONG internazionali di trovare partner locali e, più in generale, a quella di una crescita e di un miglioramento delle attività umanitarie in Libia.

Questi progetti – peraltro diversi per obiettivi, metodi, partner coinvolti etc. – destano alcune perplessità. Innanzitutto essi tendono a rafforzare l’idea che la società civile nel Sud del mondo debba svilupparsi secondo criteri dettati altrove (alcune ONG auspicherebbero maggiore attenzione per la specificità locale). In secondo luogo, qualcuno appare particolarmente condizionante nei confronti dell’autonomia delle ONG. Quello dell’ICMPD, per esempio, è condotto in partenariato con il Libyan National Team for Border Security and Management, organo il cui mandato è predisporre una strategia nazionale per il controllo delle frontiere e delle migrazioni irregolari; alle attività del progetto partecipano anche diversi ministeri e la commissione governativa che controlla la società civile. Infine, con il processo di professionalizzazione anche le ONG indipendenti potrebbero finire cooptate in un mercato umanitario internazionale le cui regole sono dettate dai donatori. Lo spazio umanitario rischia, insomma, di essere sempre più fagocitato dallo spazio esternalizzato.

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