Spiagge senza mare

Cosa accomuna “Sun and Sea”, l’opera-performance vincitrice della Biennale Arte 2019, a “La spiaggia” di Guttuso?

Sun&Sea (Marina), opera-performance di Rugile Barzdziukaite, Vaiva Grainytee  Lina Lapelyte at Biennale Arte 2019, Venice © Laima Stasiulionytė

Quest’anno il Leone d’oro alla Biennale di Venezia è stato assegnato a Sun and Sea, degli artisti lituani Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė e Lina Lapelytė (rispettivamente regista, scrittrice e musicista, dell’opera), un’opera-performance ambientata su una spiaggia.  

L’ambientazione dell’opera e alcune caratteristiche compositive, fanno venire in mente uno dei capolavori di Guttuso, La Spiaggia del 1956, «uno dei quadri più coraggiosamente meditati della pittura moderna dopo La grande Jatte di Seurat» come scrisse Roberto Longhi, anch’essa presentata con successo alla Biennale (del 1956). Non sappiamo se i giovani autori lituani conoscano direttamente l’opera di Guttuso, o se ne abbiano visto almeno delle riproduzioni. È probabile.

Vedendo, però, Sun and Sea una sensazione di straniante familiarità accompagna lo spettatore che conosce l’opera di Guttuso. Le opere sono tra loro diversissime, non v’è dubbio, in un caso abbiamo una performance artistica, che per ricchezza e varietà di materiali utilizzati è più simile a un’opera lirica che a una classica performance. Per esempio l’opera è dotata di un libretto, peraltro profondamente carico di impegno ecologico ed esistenziale, ma allo stesso tempo è un’opera che forza diverse regole dell’opera lirica, due su tutte: l’opera viene vista dall’alto, da una balaustra posta alcuni metri sopra la scena, e nella scena vediamo figuranti più che i cantanti di cui ascoltiamo le voci. Da questo punto di vista, nulla potrebbe ricondurre alla Spiaggia di Guttuso, più di quanto potrebbe ricondurre alle spiagge degli impressionisti da Monet a Seurat. Ma se le spiagge degli impressionisti hanno come tema principale la luce del mare di Normandia, o la meditata rappresentazione di uno status esistenziale e sociale come in Seurat, in Guttuso e negli artisti lituani la focalizzazione dell’opera è sulle persone che questa spiaggia vivono.

Le somiglianze compositive saltano agli occhi evidenti, per esempio, nella strutturazione dei gruppi di figure sulla spiaggia, e nella mancanza del mare. Non si tratta di un’assenza banale. Sono pochissime le opere dedicate alla spiaggia in cui non compaia il mare se non marginalmente, tra queste una conturbante foto di Weegee, Coney Island del 1940, ma lì il tema è la folla umana non le persone. Tanto in Guttuso come in Sun and Sea la spiaggia è uno spazio sociale e non un paesaggio.

Ancora c’è un breve testo che accompagna l’opera, non il libretto dell’opera ma una sorta di descrizione, un’ampia didascalia che viene fornita allo spettatore che, almeno nella sua parte iniziale, può fare da efficace descrizione dell’opera di Guttuso:

Immagina una spiaggia – tu sei là, o meglio: la osservi dall’alto, – il sole che brucia, creme solari e costumi dai colori sgargianti, mani e gambe sudate. Membra stanche pigramente sdraiate su un mosaico di teli da mare. Immagina il rumoroso vociare di bambini, le risate, il rumore del furgoncino dei gelati in lontananza. Il ritmo musicale delle onde che si frangono sulla spiaggia, un suono rilassante (in questa spiaggia particolare, non in qualunque altra). […]. Un coro di canti, canti di tutti i giorni, canti di preoccupazioni e di noia, e canti di quasi nulla. E sotto il lento scricchiolio di una terra esausta, ansimante.

Somiglianze, ma anche differenze interessanti. Ambedue le opere mettono in mostra l’inoperosità delle persone in spiaggia, accomunate dal godere del loro oziare.  Nel quadro del pittore, questo momento lo vediamo come una situazione di riposo, di riappropriazione anche sensuale dei corpi, nella performance contemporanea invece come il mostrarsi di un’umanità dolente.

Per Guttuso la rappresentazione artistica avviene attraverso la pittura, il pittore è animato dalla certezza che la pittura è un mezzo sufficiente ad esprimere qualunque emozione: il curioso omaggio a Picasso in mezzo ai bagnanti, potremmo leggerlo come un omaggio della capacità della pittura di appropriarsi e fare propria ogni possibile situazione. I colori accesi dei corpi, «le cacofonie tonali che scandalizzarono i visitatori della Biennale», come scrisse James T. Soby, rimandano alle esperienze fauves e forse anche ai colori manieristi, ma paradossalmente questi colori violenti danno realismo all’opera contribuendo a quell’aura di sensualità che è tipica delle spiagge. Un effetto di realismo ottenuto, come spesso fa Guttuso, mischiando in uno stesso quadro prospettive leggermente sfalsate che impongono all’osservatore una partecipazione attiva alla visione del quadro, dovendo di volta in volta mettere in atto un aggiustamento dinamico della percezione muovendosi da un gruppo di figure all’altro. Sarebbe impossibile, in un quadro come questo, dire qual è il punto di vista a partire da cui è costruita la scena. Quest’effetto che è proprio della pittura di Guttuso consente una visione partecipata, simile a quella che abbiamo quando siamo nella situazione e, sottoposti a stimoli diversi, mettiamo a fuoco questa o quella figura, questo o quel gruppo. Le stesse figure o gruppi che compongono la scena sono fissati in un momento che è parte di un storia più ampia in cui i gruppi stessi si mescoleranno e le persone stringeranno relazioni differenti, la spiaggia si presenterebbe differente. La Spiaggia è metonimicamente intesa come le persone che la vivono, ed è così un omaggio, vitalistico, malinconico, alla vita.

Gli autori lituani invece costruiscono un’opera bellissima che mostra la propria irrealtà e a partire da questo dischiude i propri significati. Le persone che popolano la spiaggia divengono figuranti e, benché non ci sia alcuna artificiosità nei loro movimenti, è la stessa scena a essere irreale. Nel tempo in cui si svolge la performance, oltre un’ora, fin dall’inizio siamo sicuri che niente modificherà la composizione dei gruppi. Per essere espliciti, nessuno stringerà amicizie e non sorgeranno nuovi amori. Gli attori sembrano, invece, mettere in scena le loro preoccupazioni, da quelle banali dall’eritema solare alla catastrofe ambientale, in un coro che diviene universale trasformando la spiaggia in una straniante occasione per cantare dolenti: “Ho pianto così tanto quando ho imparato che le api stanno cadendo in massa dal cielo. E con loro tutte le piante del mondo moriranno. Ho pianto così tanto quando ho capito di essere mortale. Che il mio corpo un giorno sarà vecchio e appassito”.

Ci troviamo così davanti ad un effetto paradossale per cui l’opera dipinta con i suoi colori violenti e le sue “cacofonie tonali” è più realistica dell’opera in cui vediamo le effettive figure umane recitare se stesse.

Miracolo della pittura.

R. Guttuso, La Spiaggia (1955-56). Olio su tela cm 301×452. ©Guttuso by Siae 2019

 

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