Sulle rive del Tevere, nel paesaggio di Kentridge

Il fregio di Kentridge lungo il Tevere non rappresenta solo un caso particolare di espressione artistica, ma è l’esempio di un complesso tentativo di rigenerazione urbana e di coinvolgimento diretto dei cittadini nella trasformazione di un luogo familiare quanto trascurato in un reale spazio pubblico, dove l’artista è un po’ sciamano.


Abstract

The Kentridge frieze along the Tiber is not only a special case of artistic expression, but it is an example of a complex attempt to urban regeneration and direct involvement of citizens in the transformation of a place familiar and overlooked into a real public space where the artist is a kind of shaman.


 

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I contorni del magnifico fregio donato da William Kentridge alla città di Roma si stanno già lentamente rifondendo con i muraglioni dell’argine del Tevere, da cui sono stati ricavati attraverso un’opera di pulizia mirata qualche mese fa. Inaugurata in occasione del Natale di Roma, il 21 e il 22 aprile scorso, con una performance di cui poi diremo, non c’è giornale o rivista di cultura che non abbia dato notizia e commentato quest’opera, compreso il bell’articolo di Lorenzo Mainini pubblicato su questo blog.

Gli studenti del laboratorio del nostro corso ne hanno ricostruito e seguito le varie complesse fasi di preparazione e realizzazione, concentrandosi soprattutto su un aspetto che per chi non abita a Roma forse non emerge con la stessa forza. Hanno letto cioè l’opera dal punto di vista del senso del luogo su cui essa interveniva – le sponde del Tevere – e in particolare hanno riflettuto sul modo in cui ha cercato di riconfigurare un luogo assurdamente marginale benché situato nel cuore della città, rivendicandone la qualità di spazio pubblico.

Ma che cos’è il senso del luogo? Questa bella espressione anche un po’ vaga, può essere intesa in modi diversi fra loro. Può, infatti, indicare la stessa percezione del luogo come spazio significante, e il processo di osservazione, interpretazione e di trasformazione che essa può innescare. Ma può anche indicare il sentimento di appartenenza, di radicamento dei soggetti nello spazio in cui vivono. In tutti i casi ci troviamo di fronte a relazioni fra soggetti e spazi che interagiscono profondamente nei processi identitari che li riguardano. E che soprattutto, se trattate con cura e consapevolezza, possono fare la differenza quando tratta di governare e gestire le loro dinamiche evolutive.

Tutti conoscono l’importanza del Tevere nella storia, nell’organizzazione urbana, nel paesaggio e nella percezione di Roma. Esistono innumerevoli testimonianze – basti pensare ai Ragazzi di vita di Pasolini – del modo in cui nel passato il fiume faceva corpo unico con la città, e veniva frequentato nei modi più diversi dai cittadini: esisteva un porto (il Porto di Ripetta), il fiume era navigabile fino al mare, c’erano spiagge e stabilimenti balneari, attività di lavoro e di commercio. Eppure oggi il sistema delle sue rive non riesce a raggiungere una dignità paragonabile a quella del passato, o a quella che ci si aspetterebbe in una città contemporanea: basti pensare alla differenza con i “quai” parigini, o al parco Madrid Rìo, di ben 10 chilometri tutti diversi fra loro, realizzato qualche anno fa lungo il fiume Manzanares… Il Tevere non riesce, cioè, a essere uno spazio pubblico qualificato e fruibile, come sarebbe logico che fosse. Nella parte superiore sui diversi Lungotevere scorre a tutte le ore un traffico molto intenso, mentre nella parte inferiore, a contatto con l’acqua, il grande marciapiede è frequentato da umani e non umani che a torto o ragione spesso spaventano le persone che semplicemente vorrebbero fare una passeggiata attraverso la città vedendola da un punto di vista diverso, senza traffico, a contatto con la “natura in città” di cui tanto si sente il bisogno.

Malgrado i tentativi (alquanto sporadici) fatti da varie amministrazioni di “civilizzare” questa risorsa importante della città, il Tevere “resiste”, anche in prossimità del centro, ed è sempre un pò al limite del degrado, poco pulito, poco curato, usato a scopi impropri, spesso anche poco sicuro. Le cronache, purtroppo, parlano chiaro. Nel bel film Lo chiamavano Jeeg Robot di Daniele Mainetti, uscito questa primavera, l’eroe – un ladruncolo di periferia – si cala nel Tevere per sfuggire alla polizia – nel fiume sono ammassati bidoni di rifiuti tossici che anziché ammazzarlo lo trasformano in un improbabile supereroe… E anche in una delle sequenze finali di Suburra di Sollima ribolle torbido sotto una pioggia torrenziale come se volesse inghiottire la città – e soprattutto certi suoi abitanti.

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È questo il sito scelto da Kentridge per la sua opera. Su di un tratto preciso del corso del fiume, fra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una Onlus privata (cioè una associazione culturale senza scopo di lucro), Tevereterno, di cui è anima Kristin Jones, ha iniziato un progetto il cui scopo è la rivalorizzazione, cioè la risemantizzazione del Tevere come “spazio pubblico”. Anzitutto ha scelto e delimitato una zona, che è stata ridenominata “Piazza Tevere”, che comprende oltre alle rive anche il letto del fiume: si tratta di una operazione di ritaglio, virtuale, poiché non ci sono confini materiali aggiunti, ma fondamentale per istituire un possibile spazio testuale, in cui ospitare eventi di arte contemporanea con la funzione di agenti trasformatori del luogo. Le affermazioni programmatiche dell’associazione insistono sul “valore propositivo, prefigurativo e proattivo” dell’arte contemporanea come foriera di nuovi valori in grado di rivitalizzare tradizioni e stratificazioni di lunga data. E sull’importanza di essere site specific, cioè prodotta per quello specifico luogo, per farlo guardare con occhi nuovi, valorizzarlo e riappropriarsene.

Ѐ interessante notare come la onlus proponga una narrazione in cui si pone come Destinante, cioè custode e proponente di valori che non provengono dall’“alto” (come sarebbe il caso dell’Amministrazione della città), ma dal “basso”, cioè dagli stessi cittadini, sebbene attraverso la sua mediazione. Essa stabilisce il programma, cioè la produzione di eventi artistici che le sembrano più adatti allo scopo, che sono fra l’altro finanziati anche attraverso crowfounding, cioè forme di finanziamento collettivo volontario. In questo senso è una specie di soggetto “terzo”, di mediazione e di stimolo fra le varie parti in gioco. Il tema è molto di attualità per le discussioni sulla partecipazione, rientra almeno in parte nei movimenti sempre più diffusi di “fai da te”, in cui organizzazioni e associazioni di cittadini si mobilitano per fare ciò che le amministrazioni pubbliche, che sarebbero deputate e dovrebbero fare, non fanno. Si tratta di una pedagogia politica innovativa, basata non sul rimprovero o la protesta diretti, ma in qualche modo basata sull’azione concreta e sul dare l’esempio: fare qualcosa al posto di chi dovrebbe farla denuncia chi non fa e ciò che non viene fatto, e mette (o metteva…) chi non fa in una potenziale posizione di vergogna. Passione ben studiata in semiotica, la cui definizione recita: «Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito» (Treccani on line). Sarà così?

Triumphs and Laments è un progetto accarezzato per 12 anni da Kentridge, e finalmente autorizzato (ma non finanziato) dall’amministrazione comunale. L’opera ha previsto varie fasi (non ancora del tutto concluse: si attendono ancora film e catalogo), che possiamo leggere come una narrAzione a diverse tappe, da ricostruire proprio a partire dalle diverse forme testuali e traduzioni che la hanno caratterizzata: dapprima una lunga fase di studio da parte dell’artista, con una grande raccolta di appunti e di annotazioni in forma scritta sulla storia e i monumenti della città. Poi lo schizzo di una quantità di bozzetti, su vecchi registri contabili, nel suo caratteristico tratto nero a carboncino, la loro selezione, e infine la trasposizione di circa 80 figure scelte in cartoni alti fino a dieci metri, cui è ancora seguita la trasposizione sui muraglioni in travertino. Qui la tecnica si rifà a quella dello stencil usata dai writers, sebbene in modo rovesciato: a partire dai bozzetti, l’artista ha realizzato delle sagome in plastica, le ha applicate al muro della riva, ma anziché spruzzarvi sopra la vernice lasciando libero il centro, ha “pulito” intorno ad esse la patina nerastra costituita dall’inquinamento e dai microorganismi che si sono stabiliti nel marmo: “Ѐ come cancellare un disegno per farlo”, ha osservato Kentridge. La narrazione continua così ottenuta, tipica ad esempio della Colonna Traiana, richiama sotto vari aspetti anche tecniche antiche, come i cartoni effimeri e le insegne che venivano prodotti a Roma in occasione di celebrazioni di vittorie significative.

Il “rotolo” così ottenuto accosto lungo mezzo chilometro episodi storici fra loro lontani nel tempo, come l’omicidio di Remo e quello di Pasolini, opere del mito come la lupa o la Minerva, opere d’arte come la Santa Teresa del Bernini, miti più moderni come il bacio fra Mastroianni e la Ekberg nella Dolce VitaTriumphs and Laments poiché agli uni corrispondono sempre gli altri: le figure scelte sull’isotopia del conflitto in modo personale formano una curiosa processione, come recita il sottotitolo del lavoro… ancora una volta ombre, ombre in movimento. Autore eclettico, che spesso si è ispirato a tecniche simili a quelle del cinema delle origini (cfr. Valeria Burgio, William Kentridge, Milano, Postmedia, 2013) Kentridge racconta che il suo interesse per le processioni è nato dalla visione del quadro di Goya Pellegrinaggio alla fonte di Sant’Isidro o il Santo Uffizio, un affollato corteo la cui meta gli pareva problematica… (William Kentridge, Sei lezioni di disegno (2014), Cremona, Johan&Levi, 2016, p. 14 e sgg).

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Quella inventata sulle rive del Tevere è dunque culminata nelle sere del 21-22 aprile in un evento collettivo: dalle due “teste” del corteo sono partiti due gruppi danzanti che sulle note del concerto scritto appositamente da Max Filler si sono diretti lentamente al centro, dove si sono incontrati e mescolati, animando le ombre immobili del fregio con la proiezione delle loro ombre vive. Il tutto nel mezzo di una folla assiepata sui lungotevere e sui barconi da una parte e dall’altra del fiume.

Il coinvolgimento e la partecipazione della popolazione all’evento si è attuato così in vari modi: dal crowdfounding alla partecipazione fisica a vari livelli nelle fasi preparatorie (dagli studenti volontari che hanno aiutato nella realizzazione, alle persone che hanno potuto transitare liberamente durante l’esecuzione). La proiezione simbolica del presente sul passato, la riattivazione di quest’ultimo in una forma quasi rituale, l’esperienza di coloro che hanno partecipato in vari modi hanno aggiunto al suo carattere collettivo memorie, immaginari e vissuti anche personali, motore della riaffermazione di identità di questo luogo e dei suoi abitanti.

Si tratta di un caso esemplare che ci fa comprendere la valenza performativa delle espressioni urbane del “paesaggio semiotico”, come oggi testimonia l’esplosione in tutto il mondo della street art e della creatività urbana. Non si tratta solo di immagini o spettacolo visivo, non solo di rappresentazioni statiche, analizzabili come scritture e immagini distaccabili dai loro supporti come potrebbero esserlo degli affreschi. Si tratta invece di considerare queste espressioni come il risultato di complesse operazioni e interazioni semiotiche che possono essere ricostruite e interpretate: assiologie profonde, strutture narrative e attanziali, organizzazioni modali e passionali, figuratività, messa in discorso, enunciazione (cfr. Marco Mondino, Street art, spazi, media: pratiche di riscrittura urbana, tesi di dottorato, Palermo 2016).

Una forma, ancora una volta di utopia? Non possiamo dimenticare che qualche settimana dopo la performance sono spuntate davanti al fregio di Kentridge le caratteristiche bancarelle bianche dei cosiddetti “porchettari”, per una manifestazione gastronomica perfettamente autorizzata, e revocata solo dopo un coro di allibite proteste arrivate da tutto il mondo. Solo a Roma, si dirà. Dove l’utopia cede il passo alla cuccagna: e il Belli avrebbe apprezzato.

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[Hanno partecipato al laboratorio su Kentridge gli studenti: Marco Bertinelli, Marcella Di Guida, Claudia Gemmellaro, Rosa Fusco, Mariangela Losacco, Eleonora Vetrano, Antonia Zambito.]

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