Il finto dibattito intorno ai libri di testo

ovvero “Chissenefrega se sono digitali o cartacei se non me li posso permettere”.

Mentre si alimenta il dibattito sugli effetti che le tecnologie digitali producono sull’educazione scolastica e sull’apprendimento, aumenta il numero delle famiglie che non può permettersi di acquistare i libri scolastici.

Libri di testo cartacei o digitali per le scuole superiori? Fiocca il dibattito su giornali e siti internet. Ci si riesce per quest’anno scolastico o no? Sarà un bene o un male? Meglio diventare accecati a forza di guardare monitor o farsi venire la scoliosi a trasportare zaini da globetrotter? E ancora: riusciranno gli insegnanti ad utilizzare in modo appropriato queste “nuove tecnologie”, riusciranno a controllare che gli studenti non si facciano gli affari loro al pc o al tablet mentre il prof. Spiega?[1] E via così.

Per fortuna ci ha pensato il Ministero, a bloccare tali speculazioni fisiologico-pedagogico-didattiche: pare che, per il prossimo anno scolastico, l’adozione dei testi digitali non sia ancora prevista. E su questo stop ministeriale ancora giù a scatenarsi elucubrazioni sul perché il Miur abbia bloccato l’adozione, su quanto la scuola pubblica italiana sia “indietro” rispetto agli standard europei ecc…Esperti, insegnanti, pedagogisti, genitori, tutti a credere di stare dibattendo su qualcosa di sensato.

Il buon Chomsky, invece, direbbe che, anche in questo caso,

quello che i media fanno, in realtà, è prendere la serie di schemi precostituiti che rispecchiano le idee del sistema della propaganda […] e presentare al pubblico un dibattito variegato, ma all’interno di quegli schemi. Per cui il dibattito non fa altro che confermare i propri presupposti, inculcandoli nella testa della gente fino a farle credere che in essi sia compresa tutta la gamma delle opinioni e dei giudizi possibili[2].

Si tratta, continua, di quel «dibattito critico che si fonda sui presupposti fondamentali delle dottrine ufficiali, e che quindi emargina o elimina un’autentica discussione critica e razionale»[3]: quello che potremmo definire il «dibattito-ritenuto-accettabile-dal-potere-perciò-a-conti-fatti-inutile».

Perché quello su cui bisognerebbe dibattere, invece, sarebbe l’impossibilità di un crescente numero di genitori ad acquistare i libri di testo, siano essi stampati, su cd o scolpiti nella pietra, e l’inadeguatezza (tanto per cambiare) degli organi dello Stato (a partire dal Ministero fino ad arrivare ai Comuni) a far fronte a queste difficoltà economiche (che peraltro hanno essi stessi contribuito a creare con Spending Review, Fiscal Compact, sacrifici e tutto il resto, ma questo è un altro discorso).

In base ai dati Istat pubblicati a luglio di quest’anno e relativi al 2012[4], il 12,7% delle famiglie in Italia è relativamente povero; parliamo di 3 milioni e 232mila famiglie, ovvero 9 milioni e 563mila persone (il 15,8% dell’intera popolazione), in aumento rispetto al 2011. La situazione è in peggioramento soprattutto per le famiglie con figli, in particolare se minori (incidenza di povertà al 15,7% se con un figlio minore, al 20,1% se con due figli minori). Se le percentuali di povertà crescono quando il capofamiglia è disoccupato, paradossalmente aumentano anche quando tutti i componenti (esclusi i figli minori, chiaramente) lavorano, in particolare se operai. Per le coppie con figli in cui entrambi i genitori sono esclusi dal mondo del lavoro o per i genitori soli in cerca di occupazione l’incidenza di povertà arriva al 49,1%.

Già nel 2010, del resto, l’Italia era ai primi posti in Europa per minori a rischio di povertà (ben 1 minore su 4). Forse più significativo, nel 2011 “una buona percentuale di minori italiani è [stata] tagliata fuori da alcune importanti attività ricreative e culturali: il 19,8% non è mai andato al cinema nel corso dell’anno, il 26,2% non ha praticato sport, il 33,3% non ha usato internet, il 35,6% il pc. Il 39,5%, infine, non ha letto un libro”[5].

O sono eremiti precoci, o bambini e adolescenti che queste attività non hanno le economie per farle. Va da sé che, in questa situazione, aumentano le famiglie che i libri scolastici proprio non possono permetterseli (altro che digitali!), o che riescono ad acquistarli solo sacrificando altre spese essenziali. Se non che, a considerare il numero in crescita degli sfratti per morosità, e dando per scontato che per qualsiasi famiglia, soprattutto se con figli, la casa è la prima delle preoccupazioni, e che quindi il non poter pagare l’affitto indica una sofferenza economica notevole, per molti genitori non c’è forse più niente da poter sacrificare.

In tutto questo, ci si aspetterebbe che gli organi di governo (colpevoli, lo ricordiamo, di questa “crisi”) adottassero qualche misura. Che facessero qualcosa, insomma. Il Miur, a parte mettere un tetto alla spesa per i testi scolastici obbligatori (ma lasciandone altri “consigliati”, che in pratica poi li devi avere, così come i famosi contributi “volontari obbligatori” per le iscrizioni), a parte porre limitazioni alle nuove adozioni e attivare “misure per la gratuità parziale” altro non fa. In pratica, affida le famiglie all’usato, piatto ricco su cui si sono lanciati non solo i vecchi mercatini di quartiere, ma anche grasse multinazionali (Amazon, per citarne una). Il comodato d’uso gratuito, che poteva essere una soluzione razionale, tampone ma pur sempre razionale, viene di fatto lasciato nell’ambito delle possibilità, sulla scorta di quell’autonomia scolastica che, ormai è chiaro a tutti, mirava a tutto tranne che al garantire il diritto allo studio:

Nell’ambito della propria autonomia le istituzioni scolastiche possono concedere, in relazione ai fondi resi disponibili, in comodato d’uso gratuito i libri di testo agli studenti. È una formula adottata da tempo in alcune scuole, spesso in collaborazione con gli enti locali, che si è rivelata utile a fronte di particolari esigenze economiche delle famiglie. Una ulteriore modalità riguarda il noleggio di libri di testo agli studenti da parte di istituzioni scolastiche, reti di scuole e associazioni dei genitori. A tal fine, si richiamano le istruzioni già fornite con nota circolare prot. n. 7919 del 24 luglio 2007, sulla salvaguardia del diritto d’autore, mediante apposita autorizzazione da parte dell’avente diritto per i libri di testo noleggiati. Il noleggio consente, come è ovvio, di limitare la spesa delle famiglie per la dotazione libraria necessaria[6].

In pratica, il Ministero passa la palla alle scuole e, in seconda istanza, alle amministrazioni locali (oltre alle immancabili associazioni di genitori, accettate finché funzionano come enti di beneficenza, ma osteggiate quando reclamano diritti o, tanto per dire, il rispetto dei risultati dei referendum[6]). Peccato che talvolta il gioco del rimpallo si trasformi in peregrinazioni delle famiglie da un ufficio all’altro, come denuncia in modo chiaro Stefano Malpassi, genitore di Forlì, nonché membro del sindacato Usi-Ait, a proposito di una serie di limitazioni al diritto allo studio:

Come genitore di due studenti di scuola superiore, ho fatto visita a diversi Istituti scolastici di Forlì e Cesena (principalmente licei e istituti tecnici), agli uffici per il diritto allo studio della Provincia e del Comune di Forlì e al Provveditorato, ponendo tre semplici domande sul costo dei libri e dei trasporti, e su quanto il non poterli affrontare determini il venir meno, appunto, di un diritto:

  1. Perché non avere denari per l’acquisto di libri determina di fatto la negazione del “diritto” allo studio in età dell’obbligo? Chi deve rendere effettivo il diritto a poter disporre dei libri ad esempio attraverso il comodato d’uso gratuito? Perché alcuni istituti lo prevedono ed altri no? Visto che le indicazioni del Ministero della Pubblica Istruzione sono vaghe, non dovrebbe essere l’amministrazione comunale a farsene carico? Perché negli uffici preposti del Comune di Forlì non se ne sa niente? (Inciso: quale potere esercitano in tutto questo le Case Editrici?)
  2. Riguardo ai trasporti, se gli azionisti dell’azienda trasporti pubblici sono i Comuni, cioè istituzioni dello Stato che dovrebbero garantirne la fruibilità a tutti e che determinano linee e costi, perché non avere denari per acquistare l’abbonamento deve minare il “diritto” allo studio in età dell’obbligo?
  3. Infine: Perché sembra che a nessuna istituzione pubblica (scuole, e peggio ancora Comune e Provveditorato) importi di questi ostacoli al già citato “diritto” allo studio in età dell’obbligo, mentre continuano a rimpallarsi le responsabilità – dai singoli Istituti al Comune, dal Comune al Provveditorato alla Provincia- determinando un concreto “vuoto” istituzionale in materia di educazione scolastica.

Lascio fantasticare circa le risposte ricevute: un sostanziale “non sapere” come far fronte alla situazione, come se su “VUOTO e CAOS” si reggesse l’istituzione Scuola Pubblica in Italia, stretta da continui tagli economici, attacco occupazionale, sperpero di denaro pubblico (Istituto Invalsi ad esempio); un sostanziale “lavarsi le mani” da parte dell’amministrazione locale e provinciale, come se l’educazione pubblica non fosse affar loro [lettera pubblicata su Facebook].


Parliamo di questo, prima. Parliamo di diritto allo studio. Magari ricordando che i diritti sono di tutti; se non sono di tutti, è carità, elemosina. Poi, risolti questi “problemini”, sì che potremmo dibattere su “digitale o non digitale”, magari anche chiedendoci cui prodest, in soldoni, tutto questo afflato digitalizzante. Fino a quel momento, per citare Arundhati Roy, «è come se, precipitando da un dirupo a bordo di un autobus senza freni, discutessimo di quale canzone cantare».

Note

[1] Magari sarebbe il caso di interrogarsi piuttosto sulla motivazione, sulla metodologia didattica, sui contenuti e in generale sul fatto che “l’intero sistema dell’istruzione e dell’avviamento professionale [sia] un filtro molto elaborato che estirpa quanti si dimostrano troppo indipendenti, quanti pensano con la propria testa e non riescono a sottomettersi, perché non servono alle istituzioni” (Chomsky, vedi nota successiva).

[2] Noam Chomsky, Capire il potere, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 34-35.

[3] Ibidem.

[4] Istat, 2013, La povertà in Italia anno 2012.

[5] Save che Children Italia, Atlante dell’infanzia (a rischio),2012.

[6] Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, circolare n. 16 del 10 febbraio 2009, oggetto: Adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2009/2010

[7] Mi riferisco al referendum bolognese che si è espresso contro il finanziamento pubblico alle scuole private, risultato che alla giunta Pd evidentemente non è piaciuto.

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