Sui confini d’Europa #8

Il confine italo-francese, dove la frontiera uccide

 

Briancon, mattina di inizio giugno.

Ci raduniamo per una preghiera.

D. è arrivata con il pastore della comunità nigeriana e un paio di amici.

Con me un paio di avvocati che seguono la vicenda e qualche attivista francese. A D. è stato impedito di passare il confine, un mese fa è dovuta tornare in Puglia, dove vive da qualche anno con regolare permesso di soggiorno.

La gendarmeria francese non le ha permesso di vedere il corpo di sua sorella, ripescata da un torrente. L’autopsia ha stabilito che è morta annegata. Caduta nel fiume, rincorsa dalla polizia.

Cercava di passare il confine.

Erano un gruppetto e lei era rimasta indietro, zoppicando per una storta.

In due la accompagnavano, nel buio. Come gli altri, diecimila e forse di più passati dal Monginevro negli ultimi due anni e mezzo, anche lei voleva solo costruirsi un futuro. Forse aveva provato a restare in Italia, ma a lei, come a quasi tutti, era stato negato il diritto di asilo.

Come molti altri era solo una scheda con nome e impronte digitali prese in Italia. Impossibilitata quindi a fare domanda di asilo altrove. Era andata via dal suo paese per poter studiare, trovare un lavoro. Sognava una vita migliore come tutti quelli che migrano, da sempre.

È morta a maggio. Aveva 21 anni: fosse stata italiana la stampa le avrebbe dedicato pagine cariche di retorica.

Nella camera mortuaria entriamo solo io e D. L’operatore ha cercato di prepararci, prima di aprire il sacco nero, quello che di solito si vede solo nei film. L’odore riempie la stanza, è quello della morte, della putrefazione che sta iniziando.

Ne ho visti un po’ di morti nella vita. In un letto di ospedale, anziani, circondati da amici e parenti. O nella bara, ben vestiti, curati, rasati. A molti ho fatto io il funerale. Su queste stesse montagne qualche anno fa ho perso un amico. Grandi titoli, era un personaggio pubblico – grandi elogi.

Questa volta è diverso, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai visti.

Io sono qui con una sconosciuta che ho incontrato poche ore fa. Sono qui perché non è possibile lasciare che ci sia chi muore in montagna solo perché qualcuno gli ha negato il visto per venire in Europa in aereo.

Sono qui perché non potevo lasciarla da sola con il corpo di sua sorella che sta andando in putrefazione.

Sono qui perché ne ho bisogno anch’io.

Non si può assistere da soli al funerale di una sorella.

Si deve almeno piangere con qualcuno. Si deve almeno provare a fare qualcosa.

Noi ci abbiamo provato: la misura del nostro tentativo sono le migliaia di chilometri e di euro di benzina spesi sulle strade tra Susa, Oulx, Bardonecchia e Claviere; le ore di riunioni, per organizzare la raccolta di scarpe, cappelli e guanti. Le notti al gelo, i thermos di thè bollente alla stazione di Bardonecchia, le parole e i gesti inventati in tutte le lingue del mondo, per spiegare come evitare di finire sotto una slavina.

Circa dodicimila persone, per qualche ora hanno condiviso con noi la propria storia. Centinaia di persone in Francia, come in Italia, hanno deciso che non si può lasciare che qualcuno muoia al freddo in montagna solo perché l’Europa non riconosce un visto su un passaporto.

Ci sono quelli che per qualche notte hanno ospitato sconosciuti recuperati in mezzo alla neve, che hanno dato soldi per comprare scarpe o che hanno cucinato per organizzare cene e raccogliere fondi. Ci sono avvocati che hanno lavorato gratis per ottenere un ricongiungimento familiare, medici che hanno curato mani e piedi congelati, volontari che hanno distribuito quintali di cibo. Ci siamo noi, a cui queste le leggi, le leggi dei nostri paesi. fanno ribrezzo. Abbiamo bisogno di difendere l’appartenenza a una comune umanità, che ci unisce ben oltre i confini disegnati sulle mappe.

Uno dei vantaggi di questi inverni in montagna è che freddo, neve e difficoltà logistiche costringono ad occuparsi di questioni pratiche e paradossalmente evitano di ascoltare per troppe volte i racconti delle carceri libiche, delle torture o degli stupri.

A volte capita, tra una domanda e un silenzio, che gli sguardi si incrocino: il dolore del ricordo si accompagna alla fatica di chi ascolta. Insieme ci si concentra allora sul presente e su quello che si può fare.

Il puzzo di morte mi riempie la testa, dentro la camera mortuaria.

D. guarda sua sorella, questa volta non ce l’abbiamo fatta.

La gendarmerie ha tentato di fermarla lungo la strada, insieme ad altri. Sono scappati correndo, si sono divisi. Scarpe da tennis con gli straps, leggins, felpa e giacca a vento. La borsa l’hanno ritrovata nel bosco, lungo l’argine. Qualcuno l’ha sentita urlare, dall’altro lato del torrente. Poi è caduta in acqua. Dieci chilometri di torrente nell’acqua gelata.

L’hanno ritrovata due giorni dopo, in un invaso a valle di Briancon, vestita solo dei suoi slip. Nessuno ha chiamato i sommozzatori, nessuno si è domandato come, in dieci chilometri di torrente, si possano perdere tutti i vestiti, scarpe comprese, e leggins, ma non le mutande.

Nessuno tra quelli che sostengono che è caduta in acqua da sola ha fatto l’impossibile per salvarla.

Negli ultimi tre anni centinaia di minori non accompagnati sono stati rimandati in Italia dalla polizia di frontiera, al Monginevro. Rincorsi, fermati, a volte picchiati, e infine respinti nel cuore della notte con un pezzo di carta in mano, senza veder riconosciuto il diritto internazionale alla protezione di cui godono i minori. Ragazzini, a cui molto spesso la gendarmeria sul foglio di respingimento ha falsificato la data di nascita per farli risultare maggiorenni.

Ad alcuni hanno sottratto i soldi, altri li hanno minacciati di rispedirli in Mali il giorno stesso. A nessuno è stato mai permesso di fare domanda di asilo, come prevede la legge.

Ci sono stati inseguimenti in motoslitta, persone condannate per aver portato loro aiuto.

Ci sono stati dei morti, pochi per fortuna, ma sempre troppi, sulle montagne e probabilmente dei dispersi di cui non sapremo mai nulla.

Decine di mani e piedi congelati, curati dai volontari di Briancon.

A volte troppo tardi, il segno dell’amputazione resterà per tutta la vita.

Usciamo a respirare l’aria frizzante di montagna. L’odore della morte resterà a lungo nelle nostre teste. Fuori ritroviamo un po’ di quella comunità umana alla quale siamo orgogliosi di appartenere: cittadini di montagna italiani e francesi, attivisti del movimento No TAV, qualche piccola ONG. Ci sono anche alcuni che ce l’hanno fatta, sono arrivati a Briancon. La maggior parte di loro però ha paura di farsi vedere in giro ed è rimasta al rifugio vicino alla stazione. I volontari di Briancon hanno organizzato il funerale. Lei era pentecostale, ma è stato coinvolto il vescovo cattolico che guida un liturgia ecumenica. C’è parecchia gente ed è un segnale importante che sia stata utilizzata una delle chiese di Briancon.

Fuori dalla chiesa ci sono i giornalisti. I media in questi due anni e mezzo ci hanno accompagnato segnando i momenti di visibilità con la loro narrazione. Quelli che chiedono, che vogliono i dettagli, quelli che scrivono articoli per raccontare una tragedia ma poi sbattono solo la lacrima in prima pagina, senza mai fare un ragionamento politico. Alcuni ascoltano e che fanno un reportage come si deve, nella speranza che serva a cambiare qualcosa. Ci sono quelli che si svegliano solo quando qualcosa fa notizia e quelli che partecipano e seguono davvero. Pochi in verità.

In questi anni ho imparato a parlare con loro, a capire a chi interessa e chi invece non se sa nulla. Raccontare questo confine spesso ha voluto dire parlare della tragedia in montagna, del freddo, a volte anche del nostro aiuto. Più spesso titoli come “La nuova rotta alpina” hanno lasciato intendere che si trattasse quasi di un nuovo flusso di merci. Raramente ho letto articoli nei quali si parlava di motivazioni e di cause. Di solito ci sono numeri, cifre, progetti di accoglienza. Altre volte ci sono le leggi, giuste o disumane a seconda dei casi. Ma la faccia e la festa di chi arriva dall’altra parte non hanno prezzo, non possono essere raccontate. Molti non sanno che in Francia li aspetta una situazione spesso altrettanto dura, lo sguardo di chi è riuscito a passare racconta l’insopprimibile volontà di portare avanti il proprio progetto. Speranze e desiderio di un futuro migliore.

Il motore che muove chi migra è la ricerca della felicità, il sogno. Molti saranno respinti, sfruttati, rispediti alla casella di partenza.

Ma il sogno resta, riappropriarsi anche solo della possibilità di un destino migliore.

È un grande privilegio essere parte di questo progetto, anche se solo per un piccolo tratto di strada.

Ma alla maggior parte dei giornalisti spesso interessa solo il morto, raccontare la piccola storia tragica. Qualcuno di noi verrà definito “eroe”, o “colui che porta la solidarietà in montagna” per poi diventare sulle stesse pagine un pericoloso violento quando marcia sulla strade della valle contro gli accordi di Dublino, contro le organizzazioni fasciste che pattugliano il confine e contro le violenze della polizia.

Seguiti dai giornalisti ci dirigiamo verso il cimitero di un piccolo paese poco a valle di Briancon. A Blessing hanno assegnato un posto nell’angolo del cimitero di Prelles, da sola, lontana dagli altri, affinché nessuno nel ricordare i propri cari venga disturbato dalla vista di una ragazza uccisa dalla nostra democrazia, dalle nostre leggi e dai nostri confini. Per poter piangere in pace le nostri morti naturali, senza che ci vengano sbattute in faccia povertà e solitudine, causate dall’ingiustizia.

Anche noi abbiamo pianto, raccolti nella chiesa di Briancon, e in un veglia di protesta nella piccola borgata dove è finita in acqua.

Abbiamo pianto per la rabbia e per l’ingiustizia.

Abbiamo pianto per la vergogna di appartenere a un mondo che divide

Abbiamo pianto per la stanchezza

Abbiamo pianto pensando ai nostri figli, che vanno a costruirsi un futuro migliore all’estero, anche loro, ma con un normale viaggio in aereo.

Abbiamo pianto e urlato perché questo mondo chiude in gabbia chi è più povero dopo averlo depredato di tutto e punisce chi cerca di aprire quella gabbia.

Siamo usciti lentamente dal cimitero, ognuno ha ripreso la propria macchina, abbiamo ripassato il confine, senza che nessuno ci chiedesse neppure i documenti.

Noi siamo bianchi, ricchi e abbiamo i documenti in regola. Domani sera altri proveranno ad attraversare i boschi innevati.

 

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