Storie dal S. Niccolò: ritratti da un futuro remoto #6

Il sesto racconto di Simone Ghelli, dedicato ai frammenti di biografia di uomini e donne che furono ricoverate al S. Niccolò, l’ex manicomio di Siena. La serie #storiedaunexmanicomio è ospitata da MILLEUNA e REPARTO AGITATI.

O.

O. sapeva fare anche la bocca a O, la bocca un po’ incredula, stupita di tutto. Aveva quella faccia un po’ gommosa, una certa somiglianza con Popeye quando aspirava la cicca fino a inzupparne il filtro di saliva. Aveva un modo buffo di parlare, perlopiù biascicava. Quando spariva qualcosa pensavamo subito a lui. Nelle tasche dei suoi pantaloni era possibile trovare di tutto: monetine, mozziconi di sigarette, elastici, bottoni, mollette, persino i resti dei panini della mensa richiusi dentro la pellicola di plastica. All’apparenza non era che un innocuo vecchietto, la cui sola colpa era quell’abitudine di prendersi le cose. Per alcuni il verbo più corretto sarebbe rubare, ma O. le cose le prendeva e basta. «È mio,» ripeteva, urlava a chi cercasse di strappargli di mano qualsiasi cosa avesse preso.

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Spesso mi mandavano a cercarlo, soprattutto quando prendeva la via dei Servi*. Adiacente alla chiesa c’era una struttura che ospitava le aule del Dipartimento di Storia e Archeologia, dove io avevo frequentato le lezioni sulla storia dell’arte contemporanea – la mia passione per la materia era il frutto della mia completa incapacità di disegnare e dipingere. Da quei luoghi O. ne usciva sempre con qualcosa sotto la maglia, in special modo cancelleria. Una volta, tra lo stupore generale, comparve in reparto con una stampante tra le braccia. La teneva come un bambino. Nessuno riuscì mai a capire come ci fosse riuscito.

Il grosso problema, quando si trattava di riprenderlo, erano i calci. O. protestava in quel modo il proprio disappunto, mirando alle mie caviglie. Per difendermi ero costretto a strattonarlo da dietro, a tenerlo distante con le braccia distese. Un giorno, che era scomparso da alcune ore, lo trovai dentro alla chiesa che stava cercando di strappare un ex voto dalla parete. Non ci fu verso di convincerlo a mollare, se non strattonandolo e facendolo rotolare sul pavimento avvinghiato a me. Sotto lo sguardo sbigottito del prete, O. bestemmiava in risposta ai calci che gli restituivo da terra. Quella volta fui pervaso da un gran senso di liberazione. Pensai soltanto a difendermi, a mirare su quelle ossa vecchie e dure che mi costarono un bel po’ di lividi. Dalla bassezza in cui eravamo caduti potevo sentirmi alla pari con lui, per una volta senza obblighi etici e morali. «Se ti danno una pedata tu rendine due,» mi avevano insegnato uno dei primi giorni. Fu proprio quello che feci davanti allo sguardo corrucciato degli angeli e dei santi.

 

*Qui il riferimento è alla chiesa di Santa Maria dei Servi, che sorge dove un tempo si trovava l’antica chiesa di San Clemente.

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