Sottofondo italiano – Intervista a Giorgio Falco

“Sottofondo italiano” è il racconto del rumoroso declino – morale, sociale ed economico – di una nazione. Ma è al tempo stesso un saggio, strutturato da idee e ideali, e un resoconto, puntellato da fatti, date e avvenimenti.

Il libro, scritto da Giorgio Falco, è uno dei primi quattro volumi della nuova collana Solaris (Laterza), progetto ibrido fra saggistica e narrativa, il cui scopo è raccontare e analizzare dall’interno il disordine contemporaneo.

Sottofondo italianoStefano Felici: Nel tuo racconto è descritta l’ascesa di quello che oggi viene nominato Finanzcapitalismo – in contrapposizione a una sorta di “capitalismo dal volto umano”, ormai poco più che un ricordo appartenente allo scorso secolo. Prendendo atto dell’espansione di questo nuovo scenario, la voce narrante di Sottofondo italiano si fa man mano rassegnata: i fatti si susseguono in una maniera desolante; persino la memoria di un passato recente, fatto di lotte e rivendicazioni, si assottiglia, fino a diventare impalpabile. Il prodotto finale è un clima di rassegnazione. Quanto pensi sia diffusa, in Italia, una simile sensazione di disfatta senza rimedio al cospetto dell’attuale conformazione economico-sociale? – oppure un rimedio, per quanto ancora altamente teorico e remoto, può essere scovato?

Giorgio Falco: Per esattezza, ho scritto: «Difficile dire se fosse davvero un capitalismo dal volto umano, ma di sicuro era un capitalismo con un volto». Era un riferimento a quando le aziende avevano una proprietà ben definita, un padrone. La voce narrante, come hai detto tu, è sicuramente rassegnata, laconica nell’osservare gli eventi. Scriveva Simone Weil: «Un’oppressione evidentemente inesorabile e invincibile non genera come reazione immediata la rivolta, bensì la sottomissione».

Prima di arrivare alla rivolta, basterebbe una molto più accessibile protesta, ma anche quella è una conquista, è la riconquista di se stessi, e avviene giorno dopo giorno. La disfatta c’è stata, c’è. La finanza ha vinto. L’industria ha vinto (pur fingendo quotidiane sconfitte, che travestono invece semplici spostamenti produttivi, di capitali). La politica – la pessima politica – ha vinto: ha talmente vinto da voler credere che il 40,8 per cento di voti (su più o meno la metà degli aventi diritto) sia davvero una vittoria. Un rimedio c’è, ma occorre fare un grandissimo sforzo. Assieme ad altri, ho cercato di farlo negli anni Zero, con la politica e il sindacato: abbiamo perso, e siamo usciti da tutto. Il problema non è tanto la mancata protesta, quanto la scarsa percezione delle reali condizioni in cui siamo. Del resto, se esistesse la percezione delle reali condizioni in cui siamo, ci sarebbe anche la protesta.

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S.F.:
Parallelamente alla vicenda italiana, la questione emerge su una scala ben più ampia: esiste un sottofondo globale? – quali altri Stati ne hanno di simili (o altrettanto preoccupanti seppur diversi) al nostro?

G.F.: Il sottofondo globale c’è, e noi ne siamo una parte, anzi, siamo un avamposto da quasi un secolo (fascismo, vile gestione del Dopoguerra, benessere posticcio, finta spensieratezza vacanziera, ideologia del ritornello, repressione dei diritti, stragi, neofascismo, mafia, reame del futile per almeno tre decenni, feticismo del corpo famoso, normalizzazione e coesistenza con economia criminale). Poi il sottofondo globale per alcuni decenni è stato quello delle risate registrate, degli applausi registrati, che non a caso avevano un’origine militare, visto che la macchinetta era stata inventata da un ingegnere americano reduce dalla Seconda Guerra Mondiale.

S.F.: Dando per scontato l’irriducibile gioco delle parti – in questo caso su un piano retorico –, la dialettica odierna sembra essere basata sul conflitto tra ironia e pathos: l’ironia, di marca neo-liberista, è abile nel porsi alla giusta distanza dagli eventi, dalle contingenze, e nello svalutare qualsiasi pensiero “rivoluzionario”; il pathos, difficilmente, oggi, riconducibile a una qualsiasi ideologia politica ben definita, è retto invece da una forte tensione emotiva e una spinta alla costruzione narrativa, a metà fra lirica e epica del presente (come, secondo me, avviene in Sottofondo italiano), lasciando da parte i meccanismi e le arguzie ironiche, al fine di contrastare un sistema imperante e percepito come nocivo incanalando la propria rabbia – anche se non mancano esisti controproducenti, come avviene nei fenomeni di populismo. Esiste realmente, secondo te, un conflitto retorico di questo tipo? – e in caso, quali sono i rapporti tra ironia e potere oggi?

G.F.: Mi sono sempre trovato a disagio con l’ironia. All’inizio degli anni Zero, avevo scritto un testo, finito in Pausa caffè. Un personaggio parlava di “aggressività canzonatoria”, era la dinamica ironica, molto diffusa nei luoghi di lavoro: il confine minimo tra la risata e il ringhio, come se il labbro contenesse entrambi gli stadi. Il pathos mi interessa, lo uso, ma solo raffreddando la materia. Così per me diventa più urticante. Uno posa la mano, si aspetta l’ustione, e invece sente solo un prurito quasi sopportabile. Chi legge Sottofondo italiano non capisce bene se in un passaggio si alluda alla strage del treno Italicus, potrebbe essere qualsiasi cosa, potrebbe essere oggi pomeriggio mentre uno accompagna la figlia dal dentista, domattina mentre la stessa persona va al lavoro: il precipizio è sempre.

Già con La gemella H avevo strappato la memoria al passato, per trapiantarla in un presente ansiogeno condannato a non diventare mai futuro. Il problema è che il potere utilizza il pathos, ma in una forma retorica ricattatoria. Quindi credo che non esista, nella narrazione dominante del mondo, un conflitto tra ironia e pathos: coesistono e hanno la stessa matrice (per usare un’espressione molto usata quando ero bambino, un’espressione da sottofondo).

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S.F.: Che potere ha, attualmente, un libro come il tuo e qual è il tuo giudizio sullo stato della coscienza politica e culturale degli italiani?

G.F.: Un libro come Sottofondo italiano non è accattivante. Marco Belpoliti ha detto che è scritto in uno «stile coinvolgente, elegante ed emotivo insieme», ma è anche «uno dei testi più depressivi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni», e per me è un complimento: infatti la realtà è molto più deprimente della letteratura. Sottofondo italiano ha poco potere oppure può averne molto, dipende: sta al lettore il desiderio di rompere l’inerzia («attivare l’inerzia della carne», scriveva Pagliarani), che spesso indirizza le scelte con cui apriamo un libro. Racconta una piccola vita italiana, una voce narrante che, negli anni Settanta, spera di essere rapita dai turisti stranieri per fuggire dalla cupezza del neofascismo eversivo e mafioso; una voce narrante colpita dalla “depressione d’infanzia”, che non si è mai ripresa dalla violenza di essere nata in Italia.

S.F.: Il claim della collana Solaris è «Solo chi è nato nel disordine può raccontarlo»; quali sono, per te, i punti, gli elementi imprescindibili per raccontare il presente? E quali i segni distintivi del lettore ideale di questa nuova collana?

G.F.: Il lettore ideale, in generale, per me è colui che non si accontenta, che si irrita appena vede i trucchetti, l’autocompiacimento dello scrittore; un lettore che si arrabbia quando lo scrittore vuole vincere facile, usando astuzie retoriche simili a quelle utilizzate dal potere: cose del tipo, ti ricordi, ti ricordi, ti ricordi… per solleticare processi di identificazione che non smuovono nulla. Come quando lo scrittore culla il lettore, e il lettore si abbandona al reciproco riconoscimento: è la cosa peggiore che possa accadere alla letteratura, quando non c’è mai uno scarto verso qualcosa di diverso, lo scarto verso l’arte, lo straniamento.

Lo scriveva Sklovskij nel 1929: «L’oggetto passa vicino a noi come imballato, sappiamo cosa è, per il posto che occupa, ma ne vediamo solo la superficie». Ecco, mi piace il lettore che vuole vedere, che non si accontenta – come diceva un personaggio de La gemella H – del «potere della superficie»; il lettore deve forzarsi, far forza su di sé, calarsi nel sottofondo, l’insieme di voci, suoni, rumori spesso smorzati, che compongono le nostre esistenze, tanto da farci sentire le nostre vite stesse in modo indiretto.

S.F.: L’impressione è che tu abbia scelto, per gran parte del tuo racconto, uno stile, almeno in superficie, antiretorico, scegliendo sì immagini e fatti simbolici, ma estratti dal tessuto storico-culturale italiano, quindi già esistenti, rinunciando a costruire metafore e allegorie artefatte. Paradossalmente, può essere l’Italia stessa una metafora tragicomica di un atteggiamento indolente e autodistruttivo dell’uomo-cittadino moderno?

G.F.: Già, proprio così: hai spiegato cosa ho fatto, ed è rincuorante. Sì, l’Italia è perfetta per l’indolenza autodistruttiva, da cui però possono nascere piccole forme di resistenza. Restiamo qui anche per quello.

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S.F.: Come inquadri, nel contesto attuale, il tuo ruolo di scrittore? E quali sono, sempre come scrittore, le tue prospettive future nel mondo dell’editoria italiana?

G.F.: Ignoro quali siano le mie prospettive future di scrittore nell’editoria italiana. Ho pubblicato libri con piccoli, medi e grandi editori. Spero di riuscire a scrivere il prossimo libro, che uscirà per Einaudi: è una risposta un po’ naif, ma mi preoccupa soprattutto questo. Certo, però non sono un ingenuo, so benissimo che il proprio posto nell’editoria italiana segue parametri del tutto distaccati dalla qualità dei libri. Una casa editrice è un’azienda, e investe o meno su un autore seguendo altre dinamiche: molto spesso non sono letterarie, ma fanno parte di una sorta di pacchetto-autore.

[Le foto che corredano il post, a eccezione della copertina del libro e del ritratto dell’autore, sono di Cristian Guizzo]

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