Shifting Borders. Prospettive europee sulla creolizzazione

di Stefano Jacoviello e Tommaso Sbriccoli

[In occasione dell’uscita del volume a cura di T. Sbriccoli & S. Jacoviello, con una prefazione di Ulf Hannerz, Shifting Borders. European Perspectives on Creolisation (Cambridge Scholars Publishing), dedicato all’analisi dei processi di “creolizzazione” che caratterizzano l’Europa contemporanea e al ripensamento stesso di quel concetto, pubblichiamo in anteprima alcuni estratti dall’introduzione.

Il volume è il frutto della ricerca scientifica condotta all’interno del Progetto Europeo Playing Identities: migration creolisation creation]

1. Destoricizzare un concetto

Negli ultimi anni il concetto di creolizzazione è divenuto una presenza ricorrente nei lavori di studiosi provenienti da varie discipline. Spesso utilizzata come una metafora per comprendere le forme delle società contemporanee in un “mondo in globalizzazione”, i modi in cui l’idea di creolizzazione viene impiegata sono talmente differenti che in molti hanno criticato l’offuscarsi del concetto a causa del suo utilizzo teorico in contesti ben lontani dai territori coloniali dei Caraibi e dell’Oceano indiano, ovvero i luoghi in cui questo particolare processo è nato e si è sviluppato.

[…]

Sebbene condividiamo alcune delle preoccupazioni espresse da certi studiosi quando si riferiscono al rischio che può comportare lo sradicamento di un concetto legato ad un contesto specifico per utilizzarlo in termini più ampi, riteniamo nondimeno che una tale operazione possa generare ottimi frutti qualora condotta con cautela e cura all’interno di un coerente processo teorico e analitico. Dunque, abbiamo tentato di gettare le basi per la costruzione di una posizione teorica originale sull’argomento, che potesse mantenere i termini del confronto con la tradizione degli studi coloniali e post coloniali, ma andasse tuttavia verso una astrazione dei concetti stessi di creolo, créolité, creolizzazione.

[…]

Attraverso i contributi raccolti nel presente volume, abbiamo cercato di sviluppare un approccio che mettesse in primo piano la natura allo stesso tempo processuale e sistematica della trasformazione culturale. Perciò, nel tentativo di proseguire sulla strada segnata dal lavoro di altri (soprattutto, in ambito anglosassone, da Lee Drummond [1] e Ulf Hannerz [2]), siamo stati guidati nella nostra ricerca dal desiderio di intendere la creolizzazione come un modello teorico per descrivere e analizzare le dinamiche dell’incontro culturale. […] Abbiamo dunque avvicinato l’oggetto “creolizzazione” come un trompe l’œil: un’immagine che, offrendo molteplici punti di vista possibili, affascina chi la guarda con ciò che mostra, ma allo stesso tempo invita lo spettatore a interrogarsi sui dispositivi nascosti che la rendono efficace.

2. Il percorso della ricerca

Alla guida di un gruppo di ricercatori provenienti da differenti discipline, abbiamo cercato di liberare il concetto di creolizzazione dalla sua determinazione storica. Ne abbiamo quindi fatto astrazione e abbiamo tentato di identificare i suoi dispositivi generali, assieme alle specifiche dinamiche attraverso cui essi arrivano a produrre soggettività. Una volta che il problema della soggettività si è dimostrato centrale per la nostra analisi, il discorso – inteso alla maniera di Michel Foucault [3] – è diventato il campo di inchiesta lungo il quale cercare le tracce dei processi che stabiliscono le condizioni affinché gli incontri culturali possano avvenire, grazie alla costituzione di un comune orizzonte di senso fra i soggetti in interazione. Tutte le manifestazioni del discorso relative al confronto fra soggetti diversi – nel campo della letteratura, della politica, dei mercati del lavoro, come anche nelle pratiche quotidiane e nelle loro narrazioni e rappresentazioni – sono divenute i domini della nostra indagine al fine di identificare i contesti stessi delle battaglie che gli attori sociali conducono in relazione alla propria, e altrui, identità. È qui che siamo andati in cerca della produzione di nuovi significati, in quei territori dove è possibile intravedere la costruzione di spazi “terzi” e nuove configurazioni sociali e culturali. Ed è sempre nell’incontro e sugli orizzonti condivisi che i processi di costituzione dell’identità e della memoria possono essere osservati, come gli effetti delle relazioni di potere multidimensionali e il modo in cui possono essere gestite.

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Nel ricercare la specificità del modello, siamo stati spinti a metterlo in relazione con altri processi di incontro culturale e a compararlo con modelli/processi, spesso caricati politicamente, quali quelli dell’assimilazione/integrazione, il multiculturalismo, il mimetismo e l’ibridazione.

3. Nuove prospettive sulla trasformazione: un conflitto, due sistemi, un confine

Abbiamo voluto sviluppare un’epistemologia staccata da un “punto zero universale” d’osservazione apparentemente neutrale, ancorandola invece alla “località” (con tutte le dimensioni che essa inevitabilmente implica, siano storiche, culturali o politiche), in modo che agisse come il punto di partenza per la costituzione di un nuovo sguardo multidimensionale sulla realtà [2]. Mentre il “punto zero dell’epistemologia” è il dispositivo universalizzante, e non universale, grazie al quale concetti quali quelli di assimilazione o multiculturalismo acquisiscono il loro potere euristico e politico, ragionare in termini di creolizzazione conduce inevitabilmente alla moltiplicazione (o, almeno, al raddoppio) dei punti di vista da dover tenere in considerazione per sviluppare una cornice teorica per l’analisi. La creolizzazione ci costringe a considerare il conflitto tra due o più sistemi culturali e a concepire i risultati di tali conflitti come riequilibri di contrasti fondati su relazioni di potere che influiscono sulla definizione delle identità in gioco.

[…]

In contrasto con quei modelli di globalizzazione che si fondano sulla distinzione tra centro e periferia, o con approcci simili che riproducono questo stesso meccanismo all’interno di un sistema policentrico in cui ogni centro viene a sua volta situato in una rete di gerarchie polarizzate, il paradigma di creolizzazione qui proposto implica una relazione di conflitto tra almeno due sistemi. Tale conflitto avviene attorno alla definizione, o al superamento, di un confine. Il confine viene qui concepito, perciò, come il luogo di scambio e trasformazione culturale: lo spazio in cui le identità vengono prodotte. I centri, normalmente intesi come quei punti in cui le categorie che definiscono la realtà vengono generate e da cui vengono poi irradiate, nel nostro modello divengono invece identificabili solo come un riflesso proiettato dal confine. Questo spostamento di prospettiva riconosce che i valori di differenza e identità sono prodotti per mezzo di processi di traduzione al confine, e tendono invece a essere neutralizzati vicino al centro. [5]

4. La centralità dei soggetti fra continuum e discontinuità

I confini, intesi dunque come il luogo, sia materiale che immateriale, in cui il significato è negoziato e prodotto, non sono più semplicemente una barriera. Piuttosto, diventano il terreno fecondo sul quale poter osservare i meccanismi che producono, riproducono, neutralizzano, creano, definiscono e ridefiniscono identità e soggettività.

Questa cornice teorica intende restituire centralità ai soggetti come agenti di trasformazione. Sono infatti le loro azioni che stabiliscono i confini e, nel farlo, delineano sistemi in opposizione così da poter operare una trasformazione imprevedibile sia di questi stessi sistemi che delle soggettività che li abitano. I processi di creolizzazione sono infatti innescati dall’agire individuale all’interno di una rete relazionale in continuo cambiamento, che si riconfigura secondo il contesto e lungo le linee di una instabile gerarchia di partenza.

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I processi di creolizzazione non sono né lineari né orientati verso valori assiologici prescrittivi, come nel caso del modello di assimilazione/integrazione (due facce della stessa medaglia). Piuttosto, sono discontinui (poiché si rimodellano secondo il contesto e lungo le direttrici di obiettivi incessantemente cangianti), strategici e relazionali. I soggetti non si adeguano alle regole del sistema che li ospita; piuttosto, è il sistema stesso che viene forzato verso una ristrutturazione come risultato delle azioni dei soggetti.

[…]

Un sistema sociale e culturale così riconfigurato permette al creolo di passare da un livello all’altro, da un microsistema relazionale ad un altro, e di conseguenza a neutralizzare alcuni aspetti della propria identità a favore di altri.

5. Tradurre mondi e soggettività

Questo gioco è reso attuabile grazie alla possibilità di tradurre contemporaneamente la propria soggettività su differenti piani del discorso. La traducibilità diviene quindi una caratteristica fondamentale del modello di creolizzazione che proponiamo.

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L’idea di un sistema-mondo che viene riconfigurato continuamente per mezzo di traduzioni permette così di descrivere i processi attraverso cui nuove soggettività trasformano la realtà implicando in ultima istanza la produzione di nuove verità. Allo stesso tempo, dare attenzione al modo in cui i dispositivi discorsivi strutturano la produzione di soggettività ci permette anche di distinguere processi di creolizzazione da quelli apparentemente simili, che sono invece strutturati attraverso la negazione di una possibile traduzione. […] Intesa in questo modo, diviene dunque possibile liberare la creolizzazione dai contesti particolari della sua emergenza senza perdere il suo potere euristico e rispettando allo stesso tempo le sue caratteristiche, per come esse sono state messe in evidenza sia a livello storico che linguistico. Per poter mettere all’opera questi strumenti teorici, gli autori dei contributi a questo volume hanno cercato dunque di osservare la complessa articolazione tra relazioni di potere, confini, pratiche sociali e discorsive, memoria e identità.

6. La creolizzazione dell’ Europa: lo spazio della cittadinanza

La maggior parte dei lavori qui presentati si concentra su processi di creolizzazione che avvengono in quella sfera sociale e culturale che chiamiamo convenzionalmente “Europa”, senza che si sia nemmeno in grado di definirne i confini.

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L’idea di una “Europa in creolizzazione”, dunque, significa ripensarla radicalmente a partire dalle sue periferie. In questo modo tutte le località, e le comunità che le abitano, sarebbero coinvolte nella ridefinizione di un’identità multidimensionale in cerca di soggettività in grado di supportarla.

[…]

La cittadinanza europea sta oggi inglobando progressivamente uno spazio sociale e politico sempre più eterogeneo. Il concetto di confine come dispositivo escludente – ovvero, qualcosa che marca un territorio in quanto spazio omogeneo in opposizione a ciò che è esterno – mostra sempre più la sua inadeguatezza, soprattutto nel momento in cui nuovi confini attraversano e intersecano vecchi spazi di appartenenza. Per questo, il sistema interno di ristrutturazione che caratterizza la creolizzazione tende a neutralizzare questi dispositivi esclusivi e si allarga a nuovi spazi geopolitici. La stratificazione interna dello spazio della cittadinanza si estende così a nuovi territori, altre comunità, differenti soggettività, e “nazionalità” diverse che non “vivono” in Europa ma mantengono con essa forti relazioni.

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Per poter abitar tale spazio, i soggetti devono essere visti o come individui che “incorporano” un repertorio di identità o, all’opposto, come individui che tentano di riconfigurare lo spazio sociale attorno a loro a partire dalle proprie azioni. È questo secondo punto di vista analitico che ci ha portato a identificare quella che abbiamo definito come una “attitudine creola” e che ha dato forma alla prospettiva generale di questo volume sui fenomeni sociali, culturali e politici indagati.

7. Spostare i confini

Spostando gli interessi della sua ricerca dai fenomeni dell’estetica all’etica delle nuove forme politiche legate ai processi di globalizzazione, alla fine del secolo scorso Omar Calabrese aveva prefigurato uno spostamento dei confini da un ambito di esistenza esteriore, geografico-territoriale, a un universo interiore, in quel luogo dove si intrecciano le diverse soggettività attraverso cui l’abitante delle nuove società contemporanee si esprime e interagisce#. Pensiamo che il modello di creolizzazione che abbiamo provato a delineare in questo libro possa essere utile a comprendere in che modo e con quale fatica le persone attraversano i mille confini che oggi articolano il senso del vivere quotidiano in molteplici universi contigui. Sono confini invisibili, mobili, ma altrettanto solidi quanto quelli che impedivano, e continuano a impedire tuttora, l’incontro fra gli uomini.

Di seguito l’indice del libro:

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Note

 


[1] Drummond, L. 1980. “The Cultural Continuum: A Theory of Intersystems”, Man (N.S.), 15(2): 352–374.

[2] Hannerz, U. 1987. “The world in Creolization”, in Africa: Journal of the International African Institute, pp: 546–559. Hannerz, U. 1992. Cultural Complexity: Studies in the Social Organization of Meaning, Columbia University: New York.

[3] Foucault, M. 1972. L’ordine del discorso, Torino: Einaudi.

[4] Mignolo, W. 2011. “I Am Where I Think: Remapping the Order of Knowing”, in Lionnet F. and Shih, S. (eds) 2011, The Creolization of Theory, Duke University press: Durham & London: 159-192.

[5] Lotman, J.M. 1985, La semiosfera, Venezia: Marsilio.

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