Il corpo politico che seduce

Quante sono le immagini di Berlusconi?

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Nanni Moretti, Il caimano (2006)

Una recensione a “A very seductive body politic. Silvio Berlusconi in cinema” di Nicoletta Marini Maio (Mimesis International, 2015).

Ha senso un (altro) libro su Silvio Berlusconi, oggi? E ha senso scriverne una recensione nel 2016, quando questo nome sembra aver perso definitivamente la sua efficacia simbolica e la sua potenza mitopoietica? Di primo acchito, saremmo forse propensi a rispondere negativamente. Se non fosse che della parabola berlusconiana esiste ancora un aspetto pressoché inesplorato, talmente in evidenza da essere passato inosservato. Si tratta della produzione cinematografica dedicata all’ex primo ministro, ingente e variegata, che a buon diritto va a comporre un piccolo filone trasversale di difficile classificazione all’interno del panorama filmico nazionale. Sorprendentemente, pare che nessuno avesse mai sentito il bisogno di affrontarla in maniera organica: una lacuna bizzarra, considerandone i molteplici motivi di interesse.

Si deve a Nicoletta Marini Maio il merito di aver affrontato in forma esauriente e dettagliata questa filmografia nel suo A Very Seductive Body Politic. Silvio Berlusconi in Cinema, primo volume della nuova collana “Italian Frame”, pubblicato in inglese da Mimesis International alla fine del 2015. Molto seducente è il corpo politico di Berlusconi, ma al contempo lo è anche la politica del corpo adoperata in questi anni come strategia elettorale. E ancora, più in conformità con l’espressione inglese, a essere seducente è proprio il corpo sociale italiano, l’insieme degli individui che formano l’organismo-nazione, secondo la nota metafora biologica che ispira la tradizione del pensiero politico moderno. Una doppia morsa seduttiva che trasforma in gioco l’esercizio del potere e i suoi riti: gioco certamente strategico, dominato però da una componente passionale che spesso sfocia nell’irrazionale. Il cinema ha intercettato questo fascino e lo ha tradotto in forme diverse, andando a comporre una costellazione estesa e multiforme.

Adottando un criterio classificatorio tematico-concettuale, e non cronologico o di genere, questo libro propone un ricco itinerario attraverso i molteplici oggetti audiovisivi (ben 34) che scandiscono le tappe di differenti strategie di rappresentazione della figura di Berlusconi. Un percorso che assomiglia alle fasi di codificazione e interpretazione iconica – prefigurazione, figurazione, configurazione – che da un certo punto di vista possiamo ritrovare già nella successione di corpi e maschere de Il caimano di Nanni Moretti (Elio De Capitani – Michele Placido – Nanni Moretti stesso), ovviamente uno dei momenti centrali analizzati da Marini Maio. Sviluppandosi su un arco temporale di oltre 40 anni, da La più bella serata della mia vita di Ettore Scola del 1972 sino ai recenti Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco e Arance e Martello di Diego Bianchi alias Zoro, entrambi del 2014, il corpus in esame prova a ricalcare la parabola dell’immaginario berlusconiano, la sua formazione, il suo consolidamento, il suo apogeo e il suo sfaldamento, ben evidenziando la contiguità tra esercizio del potere e costruzione di un’immagine efficace.

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Ettore Scola, La più bella serata della mia vita (1972)

È proprio qui che possiamo trovare la posta in gioco dell’intero lavoro. Parlare del rapporto tra Berlusconi e il cinema – in senso ampio – significa anzitutto affrontare le strategie di decostruzione di un’immagine cristallizzata del potere. Una linea di ricerca che risulta chiaramente debitrice nei confronti delle ricerche svolte da Ernst Kantorowicz nel suo celebre I due corpi del re e, sebbene implicitamente, da Louis Marin in Le portrait du roi, quest’ultimo purtroppo mai tradotto in italiano: due testi già ripresi (più il primo che il secondo in verità) da studiosi che si sono occupati della figura pubblica berlusconiana, ad esempio Federico Boni o Giuliana Parotto.

Eppure, il taglio sociologico o filosofico di questi ultimi interventi aveva lasciato scoperto, quasi paradossalmente, un ambito fondamentale: l’ampio spettro delle teorie dell’immagine, che pure nella trattazione di Kantorowicz avevano un peso decisamente rilevante. A Very Seductive Body Politic riporta dunque il piano del discorso saldamente sul terreno del visivo, innestando nell’ampia ricognizione una preoccupazione estetico-politica che costituisce la cornice di senso del libro. Se dunque immagine e potere sono così strettamente intrecciati, si tratta della famosa “estetizzazione della politica” da cui metteva in guardia Walter Benjamin a metà anni Trenta, affrontare la messa in immagine del potere significa analizzarne le strategie di figurazione come specifico problema teorico e al contempo politico, individuare i modi attraverso i quali l’arte mette in atto una propria “politicizzazione”, per riprendere il secondo aspetto della proposta benjaminiana.

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Franco Maresco, Belluscone. Una storia siciliana (2014)

Ovviamente, non basta convocare al proprio interno un tema ascrivibile alla sfera del politico per fare di un film un’opera politica; ma quello che emerge in queste numerose variazioni visive attorno alla figura di Berlusconi è la sedimentazione profonda di un immaginario in grado di plasmare il sociale sin nei risvolti più minuti. Una questione, dunque, che si profila costitutivamente nella sua politicità, indipendentemente dagli intenti e dagli esiti dei singoli film.

Finora il “corpo mediale del leader” è stato analizzato quasi esclusivamente nei termini di instrumentum regni, mezzo attraverso il quale esercitare l’azione di governo. Ma in quanto campione della “società dello spettacolo integrato”, come Guy Debord definì la forma governamentale di cui l’Italia degli anni Ottanta è stata pioniera, Berlusconi non è stato però solo l’utilizzatore finale delle potenzialità della riproducibilità tecnica delle immagini. Saldando infatti indissolubilmente la sua persona fisica con la sua immagine pubblica, è divenuto l’oggetto privilegiato di una diagnosi allargata delle forme del potere, come testimonia il numero ingente (e probabilmente irraggiungibile per chiunque altro) di sue rappresentazioni – satiriche, critiche, agiografiche, ecc…

Il peculiare profilo di interesse di questo libro di Marini Maio non è dunque tanto la ricognizione del sentimento del cinema italiano verso colui che ne è stato il maggiore azionista, dal punto di vista economico e simbolico. Non solo perché la risposta è scontata, ma soprattutto perché, una volta esaurita la propria centralità nell’immaginario nazionale, parlare di Berlusconi in questi termini equivarrebbe a fare storiografia attraverso i media. Al contrario, è la molteplice varietà dell’invenzione iconica che le figure del potere sono capaci di generare, e contestualmente la differenza di efficacia tra le soluzioni adottate, a costituire lo snodo cruciale del testo. Un punto che assume un rilievo di ordine generale, come la proliferazione e il riconoscimento dei film biografici attesta in modo esauriente, e che tuttavia non sembra aver ancora dato vita a uno specifico filone di indagine e riflessione che vada oltre la semplice catalogazione delle strategie tematico-narrative proprie di quello che è divenuto un genere autonomo a tutti gli effetti. Piuttosto, A Very Seductive Body Politic evidenzia una volta di più la necessità di un’azione estesa di “alta formazione visiva” per il tempo presente. Una condizione che diviene imprescindibile per la comprensione efficace delle tensioni che attraversano il mondo contemporaneo, assumendo come compito specifico e primario l’indagine delle dinamiche di visibilità delle figure che ne occupano il centro della scena (appunto).

Dopo aver assorbito gli stimoli più diversi da altri settori disciplinari lungo tutto il secolo scorso, la teoria del cinema (e più in generale dell’immagine) ha iniziato timidamente a proiettare al di fuori del proprio territorio d’esercizio alcuni spunti elaborati al proprio interno, aprendo prospettive pressoché inesplorate. L’esercizio del potere è uno degli ambiti dove tale capacità analitica mostra pienamente la sua forza e la sua profondità, andando a rischiarare angoli sinora poco illuminati: possiamo solo augurarci che il dialogo interdisciplinare che sempre più irrora la ricerca accademica percorra finalmente in entrambi i sensi tutti i raccordi che collegano le diverse parti in causa.

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Roberto Andò, Viva la libertà (2013)
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