Incrociare le braccia per incontrare le lotte

#scioperosociale #incrocialebraccia #14N: i punti cardinali di una mobilitazione che ci riguarda, oggi in tutta Italia.

E alla fine ci siamo: il quattordici novembre è la realtà dell’oggi, è il tempo vivo e presente e non più solo una data stampata sui manifesti o abbreviata e corredata da un cancelletto in forma hashtag. Il tempo dello sciopero sociale è arrivato, oggi si incrociano le braccia e le lotte. Ma in sostanza, slogan ed hashtag a parte, di che diamine si tratta? In cosa è diverso e in cosa è uguale rispetto alle giornate di lotta degli anni e dei mesi precedenti? Chi e cosa sono gli strikers? Proviamo a raccontarvelo.

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Non rappresentabilità

Scrivere le lotte nel momento in cui avvengono è sempre un processo controverso, tuttavia ci sono alcune lotte più semplici da rappresentare rispetto ad altre. Ci sono lotte che tutto sommato possono essere schematizzate perché almeno a grandi linee si sa da dove si parte e dove si vuole arrivare, si sa cosa si vuole, in che tempi e in che modi: qualche anno fa c’era un referendum sul nucleare e sull’acqua pubblica, sapevamo quello che volevamo e quello che non volevamo, sapevamo cosa stavamo difendendo e avevamo qualche idea sul come. Anche una delle lotte più mitizzate degli ultimi anni da gran parte del movimento italiano – quella della Val Susa – trova rappresentazione in modo diretto e immediato nella stessa sigla No Tav.

Lo sciopero sociale, al contrario, è una lotta quasi completamente irrappresentabile, almeno nell’immediato, in questo tempo storico che coincide con quello in cui avviene. In primo luogo, intorno al processo costitutivo della giornata del quattordici (che dura ormai già da qualche mese con diverse assemblee, laboratori, workshop e azioni su tutto il territorio) si sono intrecciate soggettività, istanze e pratiche numerose e diverse, tanto che anche provare a mapparle risulta difficilissimo. In secondo luogo, a differenza dei precedenti citati, è arduo definire “da dove si parte” e “dove si vuole arrivare”: si parte dalla precarietà, è vero, ma lo stesso termine “precarietà” è ampio, stratificato, multiforme e caotico. Quanto al “dove si vuole arrivare”, la differenza tra il 14 novembre e i precedenti è che stavolta giochiamo al rialzo. Stavolta vogliamo tutto. Vogliamo reddito, garanzie, non vogliamo la Buona Scuola di Renzi e della Giannini, vogliamo diritti, vogliamo spazi, vogliamo un tetto sulla testa, vogliamo la cultura libera e non a pagamento, non vogliamo il Jobs Act e lo Sblocca Italia. Vogliamo un sacco di cose. Vogliamo tutto. Finalmente.

Non rappresentanza

La questione della difficoltà di rappresentazione di questa lotta è strettamente collegata – e non solo dal punto di vista semantico – a quella della non rappresentanza. Lo sciopero sociale nasce come sciopero precario e i precari, in qualunque forma si declini la categoria eterogenea della precarietà, non sono sindacalizzati e per certi versi non sono nemmeno sindacalizzabili. A differenza di date come il 14 dicembre 2010 o il 15 ottobre 2011, lanciate già in partenza anche dai sindacati tradizionali, stavolta sono stati gli studenti e i precari a costruire lo sciopero, ad autorganizzarsi dal basso e a definire le forme dello sciopero. Fatte queste premesse e a prescindere dalla valutazione generale sul senso e sul ruolo dei sindacati tradizionali oggi, il fatto che la FIOM di fatto si sia accodata a studenti e precari è estremamente positivo: è un primo segnale di ricomposizione e – forse – di autocritica e volontà di rinnovamento da parte dei sindacati tradizionali.

Ricomposizione

Sulla ricomposizione è il caso di soffermarsi un attimo: chiunque attraversi, anche solo in maniera sporadica, spazi di movimento, è probabilmente consapevole di come il movimento stesso sia stato in questi ultimi anni estremamente frammentario, ai limiti del parossistico, quanto a forme di lotte, pratiche e istanze. I centri sociali tradizionali, oltre a divisioni interne nazionali già abbastanza pesanti, hanno scontato negli ultimi anni anche il gap tra operaismo e cognitariato: avrebbero potuto e dovuto fare da collante tra le due istanze e in gran parte non ci sono riusciti. D’altro canto, l’operaismo è rimasto ancorato all’incapacità di reinventarsi e spesso e volentieri anche ai personalismi e alla troppa fiducia nel riformismo dei sindacati e il cognitariato, che poteva dare a tutto il movimento una grossa spinta di rinnovamento di un immaginario di lotta rimasto fermo a vent’anni fa, si è perlopiù chiuso in maniera autistica nelle proprie battaglie per sindacalizzarsi.

Sembra invece che nella costruzione dello sciopero sociale del quattordici e intorno al leitmotiv della lotta alla precarietà finalmente queste lotte, pur mantenendo ognuna la propria soggettività e singolarità, inizino a intrecciarsi. Sembra che il paradigma “Tutte le lotte sono la stessa lotta” inizi a essere calato nella materialità del presente anche se, probabilmente, non è affatto un nostro merito: come ha dimostrato anche a gran parte dell’opinione pubblica quanto è successo il 29 ottobre scorso – le cariche agli operai dell’AST di Terni che manifestavano davanti all’ambasciata tedesca a Roma – sono precarietà e repressione a diventare sempre più universali e a ricomporre forzatamente tutti.

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Certo, avremmo potuto restare divisi e continuare coi personalismi e non lo abbiamo fatto, ma è poca cosa e bisognerebbe già da adesso avere chiaro che la ricomposizione intorno alla lotta alla precarietà, per quanto possa essere una buona partenza, è una ricomposizione ancora in bozza, una protoricomposizione, e non equivale – per dirla in termini vintage – a coscienza di classe. A questo proposito è illuminante Furio Jesi che in Spartakus – Simbologia della rivolta, analizzando Trommeln in der Nacht di Brecht, dice:

«(…) dimostrare come la rivolta del proletariato possa essere accettata come un fatto romantico dal borghese, fin tanto che questi identifica i torti da lui subiti, nella propria vicenda privata, con i torti subiti dalla comunità. Dimostrare, inoltre, che l’autentica rivolta è quella del proletariato, e che il proletariato accetta di combattere anche per la piccola borghesia, mentre la piccola borghesia si allontana dalla battaglia non appena quella battaglia non è più la sua personale»

Chiaramente, come già detto, è un inizio, ma non bisogna perdere il focus. Non bisogna ridurre la lotta all’evento.

Pratiche

Ma materialmente, come sciopera un precario? Questo, in effetti, è stato uno dei temi su cui si è più dibattuto nei laboratori di costruzione dello sciopero sociale. Si sarebbe potuta scegliere, in maniera facile, scontata, e autisticamente ripetitiva, la forma classica del corteo nazionale a Roma con i suoi classici strascichi narrativi su scontri, violenti, non violenti e via discorrendo come è stato per il 14 dicembre 2010 e per il 15 ottobre 2011. Per fortuna non è stato così e dopo anni di discorsi sulla necessità di uscire dalla forma corteo, finalmente si vedono, sebbene in forma ancora embrionale, idee per nuove pratiche di lotta, o meglio, per un rinnovamento di vecchie pratiche. La forma dei blocchi, dello sciopero, riadattata all’era del precariato: si bloccano i flussi di informazione e di merci, si porta lo sciopero a chi non può scioperare, si bloccano gli spettacoli, ci si mette in gioco direttamente e per certi versi anche in maniera creativa. E non lo si fa in un unico blocco a Roma, nei centri del potere ma ognuno sul proprio territorio: in un’ottica comunicativa, si ribadisce che siamo noi a dettare le regole dal basso, da ogni piazza e da ogni strada, non loro dai palazzi del potere che non ci rappresentano più o non ci hanno mai rappresentato.

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Mediaticità

In misura ancora maggiore rispetto al passato la costruzione dello sciopero sociale si è servita dei nuovi mezzi di comunicazione, dei social network, per costruire l’immaginario della lotta. Queste forme di mediaticità 2.0 da un punto di vista strettamente comunicativo sono utilissime, potenti, ma fare discorsi acritici sulle lotte via social network e sull’occupare e direzionare i flussi di informazione è pericoloso. Creare un hashtag e lanciarlo nei trend non significa occupare e direzionare i flussi di informazione e per quanto abbia un grosso potenziale mediatico/comunicativo non ha nessun potenziale di lotta: significa inserirsi nei flussi di informazione autoincasellandosi nelle norme della multinazionale digitale (Twitter, Facebook o simili) che controlla quegli stessi flussi. Si occupano e si direzionano i flussi di informazione, invece, quando si mettono in atto pratiche di detournement come quelle che hanno trasformato la campagna #guerrieri dell’Enel in un flop. Per dirla con la psicogeografia, nel primo caso è l’ambiente mediatico a modellare i termini della lotta, nel secondo è la lotta a rimodellare l’ambiente mediatico.

Nostalgicismo

Uno degli slogan del social strike è “Batti il tempo dello sciopero sociale”, che in teoria è una semicitazione di “Batti il tuo tempo” dell’Onda Rossa Posse, un disco risalente al 1990.

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Per quanto sia un grande disco, per quanto sia storia, il fatto che l’immaginario di movimento sia fermo e ancorato agli anni Novanta è piuttosto desolante, e non per un discorso di innovazione, rottamazione e svecchiamento à la Renzi, quanto piuttosto perchè ci dà la consapevolezza del fatto che i centri sociali tradizionali, a differenza di quanto accadeva negli anni Novanta, dal punto di vista culturale producono molto poco e il movimento dei teatri occupati non è riuscito a essere incisivo in questo senso, ha prodotto assai poco in termini di immaginario. Oltretutto, tralasciando il mero aspetto “creativo”, c’è da chiedersi, ad esempio, perché non si riesce a fare un discorso serio di movimento sul diritto d’autore, sull’editoria indipendente o su Spotify, che pure sono tematiche collegate a doppio filo al cognitariato e le si lascia a un’autoreferenzialità obbligata tra gli addetti ai lavori. Allo stato attuale, a tutte queste domande non ci sono risposte ma quantomeno bisognerebbe iniziare a interrogarsi e a fare critica e autocritica in merito e probabilmente, adesso, la suddetta ricomposizione intorno al tema della precarietà può offrire lo spunto giusto per farla.

Tempo

Lo slogan “Batti il tempo dello sciopero sociale”, oltre alla suddetta citazione, però, ha anche un valore più profondo e significativo: battere il tempo dello sciopero sociale, per dirla ancora con Jesi, significa sospendere deliberatamente il tempo normale, significa occupare e ridefinire i flussi temporali normali coincidenti con i flussi delle merci (in termini pratici basta pensare agli effetti del blocco, anche breve, di un treno o di una strada sui ritmi temporali consueti e normali collettivi). La dinamica del blocco delle attività, quindi, assume ancora più valore se la si intende in un’ottica più profonda: finalmente i movimenti, consapevolmente o inconsapevolmente, arrivano a considerare la variabile temporale nei processi di lotta, a considerare il tempo come un terreno di scontro, come qualcosa di cui riappropriarsi, come un qualcosa da ridefinire e reinventare tramite pratiche collettive dal basso.

Sebbene al netto di tutte queste riflessioni rimandiamo le valutazioni vere e proprie a domani e ai prossimi giorni, l’ultima cosa che ci sembra importante ricordare è che al di là della riuscita o meno della giornata di oggi, lo sciopero sociale, il #14N non inizia e non finisce nella giornata del 14/11/2014 e anche in quest’ottica è necessario ridefinire e ridisegnare i flussi temporali prima della narrazione ex post: il 14 novembre è iniziato mesi fa col processo di costruzione, con le assemblee, con i laboratori, e con le iniziative di avvicinamento che forse per certi versi sono più importanti della giornata stessa e proseguirà, verosimilmente, con assemblee di valutazione e riflessioni varie ed eventuali.

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