Sacro Gra: raccogliendo i frammenti di un raccordo infinito

Appunti su Sacro Gra di Gianfranco Rosi in concorso alla 70. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e vincitore del Leone d’oro.

 

“Apri questo cerchio e fanne una cosa infinita”.

Renato Nicolini

 

 

 

 

 

 

 

Pensate a un uomo capace di sentire le voci di un mondo di cui non immaginavate nemmeno l’esistenza. Ogni giorno, silenziosamente, esce di casa con gli strumenti del suo lavoro di uditore dell’impercettibile e si inoltra nella vegetazione di un verde che fino a quel momento vi era sempre sfuggito tra gli eccessi di grigio. Si muove con dimestichezza tra le fronde di una foresta dove la terra ospita radici, tronchi, rami, foglie, e tende l’orecchio.

Rapiti dall’attenzione con cui quest’uomo si mette in ascolto, vi ritrovate inspiegabilmente con il corpo inclinato verso il centro dello spazio in cui siete, fiduciosi di cominciare anche voi a sentire qualche cosa. Vi piegate in avanti, vi sporgete nel silenzio e, improvvisamente, forse anche voi percepite le tracce di un movimento. Ma a dire il vero, in quel momento, è più la curiosità e il desiderio di sentire che vi dà l’illusione di avvertire qualche cosa. La verità è che nelle vostre orecchie continua a regnare il silenzio.
La magia si avvera quando questo sciamano estrae dalla sua borsa un insieme di oggetti che ai vostri occhi, a quel punto, sembrano gli strumenti per dirigere un’orchestra: infila un piccolo microfono nel tronco di una delle grosse palme che lo circondano e vi fa sentire in cuffia i rumori della vita che lo abita. Improvvisamente è musica.

Quest’uomo è uno dei personaggi che Gianfranco Rosi ha ritratto in Sacro Gra, il film documentario in concorso alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che ieri ha vinto il leone d’oro.
E’ un palmologo che vive attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma e che passa la vita a prendersi cura delle palme attaccate dal “punteruolo rosso”, un insetto dannosissimo.
Quest’uomo è anche il regista di questo straordinario film che ha portato il documentario nell’olimpo del cinema restituendo diritto di cittadinanza ad un linguaggio narrativo che, fino ad ora, in questo paese non aveva mai ricevuto il giusto riconoscimento.
Rosi, come il palmologo “cardiologo”, è uno sciamano dell’ascoltare, del percepire e dello scovare. Rosi, come il palmologo, è un uditore capace di curare.
Con la delicatezza che gli è propria, l’autore svela un ecosistema di vite tra le righe di un circuito che si è sempre pensato traduzione urbana dell’inumano e del disumanizzante.
Prima di Sacro Gra, il Grande Raccordo Anulare, soprattutto per chi abita la capitale, è sempre stato quell’insostenibile spazio di mezzo tra il punto di partenza e quello d’arrivo. Quel circuito, irrimediabilmente ingolfato, che incastra pendolari e viaggiatori a un girotondo sfiancante, percorso a passo d’uomo nelle ore di punta dell’andare e del venire.

Tre anni fa l’architetto urbanista Niccolò Bassetti aveva percorso i trecento chilomentri del raccordo a piedi. Impresa portata a termine in venti giorni di camminate accompagnate delle parole di Renato Nicolini raccolte nel libro La macchina celibe. Percorrere questo “anello di Saturno”, di felliniana definizione, ha seminato un’intuizione che, grazie all’incontro con Gianfranco Rosi, ha potuto avere sviluppo e cinematografica traduzione.
La lentezza – che paradossalmente è l’elemento che rende insostenibile il viaggio per i passeggeri che lo attraversano quotidianamente – è diventata così luogo di incontro e raccolta di frangenti di vita che compaiono e scompaiono, restituendo corpo a un paese devitalizzato da una rappresentazione spesso piatta, la cui morfologia è il più delle volte completamente annientata.
Un corpo privato della sua grammatica diventa un’immagine senza linguaggio, perde così la dimensione, la temperatura, la prospettiva, le proprie specificità: tutti elementi che nel Sacro Gra tornano a dominare la scena.
La capacità di Rosi di situarsi in uno spazio di liminalità dal quale l’osservazione sembra non invadere la scena ma al tempo stesso sembra consentire di raggiungere le cose al punto da sfiorarle, ha consentito ai corpi di riacquistare la propria vita svincolandosi dall’imperativo categorico della didascalia e del racconto.
Il regista scompagina la necessità naturalizzata di un linguaggio narrativo che fa della storia l’unica forma di prosa possibile, e restituisce, senza timore, all’esplosione dei frammenti il proprio spazio vitale generando una prosa poetica capace di rappresentare il Gra senza bisogno di descriverlo.
In questo senso è stato fondamentale il contributo del montatore Jacopo Quadri – al montaggio di tutti i lavori di Rosi –, capace di rendere la metrica del lungometraggio impeccabile.
Il palmologo, l’attore di fotoromanzi, le prostitute quasi anziane, il nobile decaduto, il pescatore di anguille, il barelliere dell’ambulanza, sono apparizioni dall’intensità e dalla delicatezza straordinarie, che concorrono alla definizione di un universo. Rosi con Sacro Gra ci rende spettatori di un teatro umano dove fino a pochi minuti prima ci aspettavamo di trovare un deserto.

Il lavoro dedicato a questo progetto cinematografico è durato tre anni durante i quali il regista ha fatto del Gra la propria vita.
Scevro dalla bulimia per l’immagine che in questi tempi regna sovrana, il padre di Sacro Gra sa darsi il tempo necessario per conoscere il contesto al punto tale da acquisire la veggenza necessaria a sapere quale sarà il momento giusto da raccogliere.
Rosi, nel tempo della fretta, sa aspettare: vive le persone e i luoghi che sente di voler raccontare e solo una volta che li ha conosciuti, accende la camera. Il più delle volte sceglie un’inquadratura fissa in quella terra di mezzo da cui può raccogliere quello che, ormai sa, sta per succedere. Anziché rincorrere un desiderio di conferma – che spesso limita anche i documentari che dichiarano di voler descrivere la realtà in presa diretta – il regista dedica una parte consistente della sua presenza sul “campo” all’osservazione e all’ascolto anziché alla sua ripresa.
Si tratta del presupposto che caratterizza la regia di Rosi in ogni sua opera.
È stato così con Boatman nel 1993, con Below sea level nel 2008 e con El Sicario – Room 164 nel 2010, tutte vere e proprie “esperienze cinematografiche” in cui l’autore prima impara a toccare le persone e i luoghi e poi ce li racconta dandoci accesso ai luoghi più intimi delle loro esistenze senza però lederle in alcun modo. Senza mai scadere nel patetismo o nella pornografia dell’immagine spesso effetto dell’esasperazione a cui siamo sottoposti oggi quando rivolgiamo il nostro sguardo a uno schermo.

Ad assistere gli anni dedicati a questo enorme anello stradale, due compagni di viaggio: Renato Nicolini, a cui il film è dedicato, protagonista di Tanti futuri possibili, un preziosissimo mediometraggio di trenta minuti raccolti a bordo di un camioncino con cui Rosi ha percorso il Gra nei mesi di ricerca; e Italo Calvino con le sue Città invisibili.

Dalle note di regia leggiamo “Mentre cercavo le location del film portavo con me Le città invisibili di Calvino. Il tema del libro è il viaggio, inteso per me come relazione che unisce un luogo ai suoi abitanti, nei desideri e nella confusione che ci provoca una vita in città e che noi finiamo per fare nostra, subendola. Il libro percorre strade opposte, si lascia trascinare da una serie di stati mentali che si succedono, si accavallano. Ha una struttura complessa e il lettore la può rimontare a seconda dei suoi stati d’animo, delle circostanze della sua vita, come è successo a me. Questa guida mi è stata di stimolo nei tanti mesi di lavorazione del film, quando il vero GRA sembrava sfuggirmi, più invisibile che mai.

Da oggi quando ci ritroveremo imbottigliati sul Grande Raccordo, anziché sbuffare e imprecare, potremo perderci nel pensare alla foresta di vite che gli si dipanano attorno sentendoci un po’ come Alice nel paese delle meraviglie. Allora forse arrivare a casa un po’ più tardi non ci peserà poi così tanto.

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