SabirFest

Cultura e cittadinanza mediterranea. A Messina dall’8 all’11 ottobre

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Il sabir è una lingua franca che mercanti e uomini di mare di diversi paesi hanno usato per i loro scambi nel Mediterraneo dal medioevo fino a tutto l’Ottocento. Una lingua in comune che ne accoglie molte altre, tra cui l’arabo, l’occitano, il greco, il catalano, il turco, il siciliano, il veneziano, il genovese.

Sabir, dunque, non corrisponde a una popolazione precisa, né designa un territorio, ma esprime l’esigenza primaria di sapere e di comunicare, oltre ogni confine.

Sabirfest è una manifestazione culturale che si svolge annualmente a Messina e che – improntata allo spirito di ospitalità della lingua franca da cui prende il nome – attraverso la letteratura, la politica, la musica, il teatro, intende rispondere a questa esigenza e proporsi come spazio di cittadinanza sociale e culturale, spazio aperto di ragionamento e di riflessione ma anche di partecipazione, di collaborazione e di svago.

Dall’8 all’11 ottobre: nel cuore della città di Messina, tra strade, piazze ed edifici del centro storico, andando così incontro a quanti verranno per l’occasione o passeranno solo per caso e avranno modo di seguire il programma degli eventi, addentrandosi nella libreria mediterranea o tra le merci del suk, partecipando ai seminari sulle trasformazioni politiche e sociali dell’area mediterranea. La scelta della dislocazione diffusa traduce in spazio urbano il tema guida di questa edizione di SabirFest: fuoriLuogo. fuoriLuogo è, infatti, il termine con cui s’intende richiamare l’attenzione su una delle dimensioni cruciali e problematiche del nostro tempo e del microcosmo in cui viviamo: il Mediterraneo intriso di precarietà e incertezze, di vecchi e nuovi integralismi, di forme subdole o insorgenti di totalitarismo, ma anche di forme variegate di attivismo, d’impegno, di “presenza” culturale, di solidarietà.

[L’articolo che segue, già apparso sulla rivista «Mediterraneo» (Fondazione Girolomoni) è di Gianluca Solera, co-organizzatore di SabirFest e autore del libro Riscatto mediterraneo. Voci e luoghi di dignità e resistenza (Nuova Dimensione, 2013)]. 

 


La Costruzione della cittadinanza mediterranea e un ruolo per l’Italia

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Quattro anni di rivoluzioni e mobilitazioni

Quanto è successo in questi ultimi anni è straordinario. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno conquistato le piazze per chiedere la “caduta del sistema”. I movimenti di protesta che sono emersi in diversi paesi della regione, a sud come a nord, hanno interessanti punti in comune, che fanno di questo momento storico un’opportunità unica di azione politica: l’occupazione e la riappropriazione degli spazi pubblici; la creazione di strutture di assistenza e servizio civili spontanee; la denuncia della collusione tra classe politica e corporazioni economiche o finanziarie; la richiesta di “pane, libertà e giustizia sociale” (lo slogan che dalla Tunisia ha raggiunto le altre piazze), ovvero “beni comuni, democrazia e eguaglianza solidale”; oppure ancora, un forte sentimento di rispetto e senso di dignità, e il rifiuto della divisione tra identità diverse.

Nonostante la forza mostrata dai movimenti rivoluzionari e di protesta dal 2011 in poi, tuttavia, crescente è nei paesi della regione la frustrazione per l’incapacità delle strutture classiche della democrazia formale di affrontare le crisi contemporanee, o per la loro inclinazione a ripristinare l’ordine costituito e a procrastinare l’innovazione e il cambiamento. Dopo aver abbattuto regimi arabi dittatoriali, sostenuti o tollerati dai paesi europei, e rioccupato le piazze di paesi in profonda crisi economica e politica, in virtù di uno straordinario effetto di contagio, molti movimenti rivoluzionari e di protesta non sono riusciti a produrre una leadership che concorra con l’apparato politico al potere, legato a interessi economici, finanziari, burocratici o militari equivalenti in ogni paese, con l’eccezione di Grecia, Spagna e in parte Tunisia. Sono sovente movimenti nuovi, carenti di esperienza, che cercano ispirazione da altri e possono alimentarsi di scambio e formazione mutua in una dinamica di cambiamento. Sebbene la volontà di cambiamento e di lotta tra i giovani sia tuttora diffusa, infatti, questa necessita di infrastrutture per la formazione di un attivismo cittadino critico, efficace e responsabile, che agisca in modo strategico e coordinato.

Il futuro sta nel Mediterraneo

Ho un sogno che vorrei condividere con voi: l’Italia motore di un nuovo Rinascimento mediterraneo, come Francia e Germania lo furono per il progetto di integrazione europea. L’Italia al centro della “Culla delle civiltà”, l’Italia portatrice di cambiamento e giustizia sociale, diritti, opportunità di sviluppo, progresso, l’Italia ispiratrice di una stagione storica nuova, uscita dalle rivoluzioni e dalle proteste popolari che hanno interessato le due rive in questi ultimi anni. L’Italia orgogliosa della sua identità culturale, geografica e storica, non più alla periferia dell’Europa, ma cerniera Euro-Mediterranea, che affronti le crisi sociale, politica, economica e culturale generando ricchezza materiale e valori collettivi dalla sua storia e dalla sua geografia, e che accoglie le persone alla ricerca di una vita migliore o in fuga da contesti autoritari, trasformando un’emergenza in un’opportunità. Non è solo un sogno; vorrei che fosse un progetto, perché sono convinto che un’Italia chiusa e autoreferenziale, che discute solo di se stessa, non risolverà le sue deficienze strutturali e le sue incertezze nella cultura e pratica della cittadinanza; il ribaltamento delle sue contraddizioni passa attraverso l’apertura al mondo di cui è il centro, il Mediterraneo.

D’altro lato, paesi che hanno guidato la politica estera tra Europa e Mediterraneo, e che hanno giocato un ruolo centrale in un certo periodo, sono in crisi. Pensiamo alla Spagna, che fu la promotrice del Processo di Barcellona e del Partenariato euro-mediterraneo negli anni Novanta, o alla Francia, che lanciò l’idea di un’Unione per il Mediterraneo negli anni duemila. La perdita di legittimità delle istituzioni, la fiacchezza dei meccanismi intergovernativi e la mancanza di una visione politica coraggiosa hanno fatto di questo processo un’ennesimo scatolone intergovernativo senza infamia né lode, fatto di commissioni, conferenze e investimenti di portata limitata per la carenza di risorse finanziarie. Questo, nonostante lo spazio euro-mediterraneo ospiti quattrocento milioni di abitanti, abbia risorse naturali straordinarie, un patrimonio culturale unico al mondo, e grandi talenti nella società, nell’imprenditoria e nell’accademia, che in una prospettiva di integrazione costituirebbero i presupposti di un laboratorio di sviluppo duraturo, che potrebbero mettere in discussione modelli che perpetuano insostenibilità, sfruttamento e diseguaglianza come quelli americano o cinese, e sganciare l’Italia dalla subordinazione franco-tedesca.

Sovente, i mezzi di comunicazione hanno dipinto le rivoluzioni arabe come un fenomeno esclusivamente alimentato dall’assenza di libertà civili. Questo è falso: disoccupazione giovanile, corruzione istituzionalizzata, diseguaglianze salariali enormi, degradazione dei servizi pubblici, espropriazione delle risorse naturali, politiche strutturali socialmente ingiuste hanno alimentato la rabbia popolare tanto quanto la repressione poliziesca, la tortura e la limitazione della libertà di espressione.[1]

Allo stesso modo, l’altra verità venduta dai mezzi di comunicazione, ovvero che il “pericolo islamico” avrebbe sostituito la “Primavera araba”, non coglie il fatto che sia stata la carenza di spazi indipendenti di incidenza cittadina, la deriva autoritaria di governi dichiaratamente secolari e la non-trasparenza negli obiettivi di governo dell’Islam politico a permetterne l’ascesa, piuttosto che un’adesione popolare al progetto ideologico del Califfato.

Molti di questi movimenti sono al soldo dei petrodollari, proteggono gli interessi del capitale e della finanza internazionale, e non appartengono alla tradizione dell’Islam mediterraneo, tollerante, umano e spirituale. Un’azione politica strutturata che promuova la partecipazione dei giovani alla vita del proprio paese, la democrazia locale e la giustizia sociale sarebbe destinata a ridimensionare questo fenomeno e far emergere le sue contraddizioni interne, dove il discorso morale contro la corruzione convive con l’adesione ai dogmi dell’economia neoliberale. Gran parte della gioventù dei Fratelli musulmani egiziani, ad esempio, ha lasciato quel movimento dopo la rivoluzione, per lavorare al superamento della contrapposizione islamisti-laici da una prospettiva rivoluzionaria.

Un ruolo storico per le società civili della regione

Per la sua storia fatta della sovrapposizione di più civiltà, per i valori comuni che i suoi popoli incarnano (il senso della comunità, la socialità, il gusto per le cose belle, il legame con il territorio ed il cibo, la spiritualità, il culto dell’ospitalità e della gratuità, l’inventività e l’operosità, la coesistenza con il diverso), il Mediterraneo è diventato un fulcro della resistenza civile contro capitalismo selvaggio, de-democratizzazione e banalizzazione culturale. Tutto ciò che associeremmo all’idea di Mediterraneo costituisce un naturale antidoto alla globalizzazione mercantilistica e all’individualismo.[2]

Per questo, il Mediterraneo potrebbe diventare il luogo del prossimo Rinascimento se vi fosse un soggetto portatore di un progetto cittadino transnazionale, radicato tra la sua gente. L’Italia, la sua società civile e comunità politica più attive e sensibili alla posta in gioco tra Europa e Mediterraneo dovrebbero candidarsi a mettere in rete i loro omologhi sulle due sponde del Mediterraneo per il riscatto sociale, economico e culturale di tutta la regione, costruendo la sua centralità su engagement cittadino, messa in rete di risorse e capacità, ribaltamento delle caste politiche ed economiche, e promozione di iniziativa e imprenditorialità autonome. L’idea di un’Unione del Mediterraneo[3] può solo diventare un giorno realtà, con tutte le straordinarie conseguenze positive che implicherebbe in termini di stabilità regionale, creazione di impiego, riqualificazione ecologica, scambio interculturale, se sarà un’iniziativa a scala regionale di cittadini non solo indignati, ma anche consapevoli e visionari.

Cittadini visionari che federino, che mettano insieme le varie esperienze di resistenza, protesta e iniziativa popolare, portate avanti soprattutto da dei giovani; una piattaforma trans-mediterranea, che si faccia interprete di un nuovo contratto sociale, così urgente in tempi di profonda crisi di sistema che investe l’Europa e il Mediterraneo. Un contratto sociale che riscriva le basi delle relazioni tra istituzioni e cittadini, dove le comunità possano governare lo sviluppo del proprio territorio e indirizzare le risorse economiche e sociali verso il soddisfacimento dei bisogni di sviluppo condiviso dei cittadini, riequilibrando l’accentramento di capitali e risorse nelle mani di pochi, e riformando le regole della partecipazione e della rappresentanza democratica. Questa piattaforma deve materializzarsi nella messa in atto di un percorso strategico, che potremmo descrivere in quattro elementi.

Gli Stati Generali, Tappa Uno

Nel 2012 con IndignaCtion e nel 2014 con Sabir Maydan, feci l’esperienza di organizzare incontri tra attivisti della Primavera araba e dei movimenti di indignazione europei.[4] Fu un’esperienza unica e foriera di aspettative, ma ancora un piccolo inizio. Propongo di convocare qualcosa che potremmo chiamare gli “Stati generali dei movimenti sociali del Mediterraneo”. Sono convinto che non vi siano soluzioni locali alla crisi, e che la riappropriazione cittadina degli spazi pubblici sia una leva su cui costruire proposte e iniziative politiche a scala regionale, che faccia tesoro del fervore di riscatto civile che ha investito la regione negli ultimi anni. Sarebbe un appuntamento militante, per ragionare sugli scenari di cambiamento e giustizia sociale, e ispirare una stagione storica nuova. Porrebbe le basi per alimentare una cooperazione organica tra movimenti del nord e del sud del Mediterraneo, che evolva poi verso un progetto di azione politica comune.

Manifesto per la Cittadinanza, Tappa Due

Gli Stati Generali dei movimenti del Mediterraneo, in conclusione, sarebbero la prima tappa di una strategia di lungo termine, il cui obiettivo è l’integrazione euro-mediterranea. La visione che ispira questa iniziativa è che lo spazio mediterraneo possa rappresentare la nuova frontiera della cittadinanza transnazionale e dello sviluppo autocentrato. Dobbiamo avere il coraggio di progettare un nuovo spazio di integrazione politica, sociale ed economica, nella diversità culturale che caratterizza i suoi popoli, ispirandoci a quello che fu il Manifesto di Ventotene per l’integrazione europea.[5] In un periodo di crisi di sistema e crisi di legittimità delle istituzioni governative dovunque andiamo, sta alla società civile indipendente immaginare il futuro comune della regione. Un gruppo di visionari del “Mediterraneo casa comune”, tra pensatori, scrittori ed attivisti, dovrebbe redigere un Manifesto della cittadinanza mediterranea e farne, attraverso un processo partecipativo, la carta politica dell’integrazione mediterranea.

Infrastrutture transnazionali, Tappa tre

Nel frattempo, si devono mettere in piedi cantieri operativi nell’ottica di una strategia comune, e che permettano di fondare vere e proprie infrastrutture che contribuiscano a dare corpo al progetto di una “cittadinanza mediterranea”. I partecipanti al “Sabir Maydan” hanno individuato le seguenti infrastrutture:

– un festival annuale o bi-annuale sulla Cittadinanza mediterranea, dove cultura e politica si incontrino, dove si discuta di visioni, idee e questioni legate al Mediterraneo; sarebbe un evento culturale ed un forum politico allo stesso tempo;

– specifiche campagne trans-mediterranee, che coinvolgano cittadini e gruppi delle due rive su questioni di interesse comune; quelle individuate come prioritarie sono la libertà di espressione, il diritto alla mobilità, e la lotta all’incitamento all’odio interculturale;

– una radio-tv trans-mediterranea comunitaria, utilizzando tecnologie come Internet, dove le notizie sono prodotte da gruppi editoriali cittadini e disseminate in più lingue;

– un programma di scambio e mobilità per attivisti e organismi della società civile della regione, per rafforzare i partenariati oltre le frontiere;

– un istituto per l’attivismo trans-mediterraneo, che promuova formazione, strategie e capacità progettuali, analisi e buone pratiche.

Questa roadmap darebbe vita, se è lecito l’accostamento, a un «governo-ombra» trans-mediterraneo che promuova la causa dell’unità mediterranea.

Fare economia sostenibile, Tappa Quattro

La ricaduta di una tale azione sullo sviluppo economico sarebbe anch’essa positiva, in un contesto naturalmente votato agli scambi commerciali (l’Italia è tuttora il maggior partner commerciale dell’Egitto). Un movimento cittadino che contrasta le politiche economiche e finanziarie delle caste del nord e del sud permetterebbe di aprire la via verso pratiche di sviluppo economico alternativo. Pensiamo solo al potenziale in fatto di energie rinnovabili che offre il Mediterraneo, pensiamo alle potenzialità dell’agricoltura biologica, del turismo verde, della promozione di incubatori per piccole e medie imprese, della formazione di imprese cooperative, della ricerca scientifica e della finanza etica, se nord e sud del Mediterraneo fossero collegati senza passare attraverso le grandi corporazioni, che sono le stesse che vendono treni ad alta velocità e centrali termoelettriche, e costruiscono megavillaggi turistici o fabbriche tessili senza garanzie ambientali e sociali. C’è bisogno di contrastare la moltiplicazione dello stesso modello economico di rapina aprendo incubatori dell’economia sociale e solidale.

Quando si parla di Mediterraneo, lo scetticismo pare prevalere di questi tempi. Il Mediterraneo è descritto come un’emergenza umanitaria, una fascia di sicurezza tra culture e società inconciliabili, se non addirittura un incubatore di terrorismo. Il Mediterraneo in realtà è altro, basterebbe leggere il suo più grande storico, Fernand Braudel. Braudel definisce il Mediterraneo un incrocio, nel quale per millenni tutto è confluito, arricchendolo: uomini, bestie, vetture, merci, navi, idee, religioni, arti di vivere, e perfino le piante, come l’arancio, il cipresso, il pomodoro o il fico d’India. L’immagine più evocativa di questo incrocio è quella legata al clima, che viene «costruito all’esterno da una doppia respirazione, quella dell’oceano Atlantico, il vicino dell’Ovest, e quella del Sahara, il vicino del Sud. Ognuno di questi mostri esce regolarmente dalla propria dimora per conquistare il mare, che non fa che giocare un ruolo passivo: la sua massa di acqua tiepida facilita l’intrusione prima dell’uno, poi dell’altro».[1]

Questo stato di recettore, che sopravvive adattandosi alle forze brutali della natura, è forse la raffigurazione più espressiva dell’anima del Mediterraneo, che nell’equilibrio ha trovato la sua specificità, nell’essere né troppo caldo né troppo freddo, nel temperare e rimescolare, nel fare degli opposti dei punti di giunzione, nel produrre bellezza dalla combinazione di forme diverse di abitare, socializzare e creare, nel resistere alle catastrofi circondandole. Ritroviamo innanzitutto un immaginario positivo per generare speranza e benessere. Chi ne parla male, o non lo conosce, o disconosce le nostre comuni radici.

Note

[1] Con l’eccezione della Siria, dove ora è questione di vita e di morte. Anche in Siria, quando si sgretolerà la dittatura di al-Asad, insieme alla riconciliazione nazionale, ci sarà bisogno di investire in una società civile forte.

[2] Un’indagine statistica condotta da Gallup-Europe e Fondazione Anna Lindh nel 2010 sulle tendenze interculturali registrava che la maggioranza degli intervistati su tredici paesi dello spazio euro-mediterraneo consideravano come più rilevanti i valori positivi associati all’idea di Mediterraneo (lo stile di vita, la famiglia, il patrimonio culturale) che i fattori che ci dividono o gli elementi di crisi politica, ambientale o sociale (Anna Lindh Report, 2010).

[3] E non timidamente “per il” Mediterraneo, come i governanti hanno usato dire finora.

[4] Nel settembre del 2012, sotto l’egida del Centre culturel des rencontres de Neumuenster, il più importante centro culturale del Lussemburgo, organizzai L’indignaCtion! – Réfléchir ensemble aux grands défis de nos sociétés. Nel settembre del 2014, insieme a COSPE e Mesogea, organizzai a Messina Sabir Maydan – Dialoghi intorno alla Cittadinanza mediterranea sul tema della costruzione di un movimento trasversale per una nuova cittadinanza e l’integrazione regionale attorno al Mediterraneo. Sabir Maydan ha avuto una seconda tappa in occasione del Forum sociale mondiale tenutosi a Tunisi nel marzo 2015, e si prepara a ritrovarsi a Messina alla fine dell’anno.

[5] Manifesto político-culturale redatto negli anni Quaranta, in piena Seconda guerra mondiale, da un gruppo di intellettuali antifascisti tra cui Altiero Spinelli ed Emilio Rossi, al confino sull’isola di Ventotene.

[6] F. Braudel, La Méditerranée. L’espace et l’histoire, ed. Flammarion, Parigi 1985, p. 23.

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