La messa in scena dell’odio

I repertori della violenza camorrista.

Simboli, violenza, appartenenza, odio. Appunti sull’agire camorrista a partire da una lettura di “Vite violente. Psicoanalisi del crimine organizzato” di Giovanni Starace, edito da Donzelli.

Gomorra a teatro
Gomorra a teatro. Fonte: caffanews.it

 

Eduardo Bove è il reggente del clan Mazzarella nella zona di Forcella. Col tempo sviluppa una certa insofferenza verso le richieste di denaro della famiglia e si rende sempre più autonomo, avvicinandosi ad altri gruppi. Un giorno apre la porta di casa a due amici, due membri del suo stesso clan, e ne viene ucciso.

Per vendicare l’assassinio di un giovane a cui erano stati cavati gli occhi, si decide di crocifiggere alla porta di casa un ragazzo legato ai responsabili dell’omicidio. Il piano fallisce per ragioni logistiche e il giovane viene ucciso e fatto a pezzi: braccia, gambe e testa vengono disposte sui sedili della sua Fiat Cinquecento.

Gelsomina Verde viene uccisa (e poi data alle fiamme) con la complicità di una sua cara amica, a ventidue anni, con un colpo di pistola alla testa, da due persone che conosceva sin dall’infanzia. Nel suo quartiere è in corso la faida degli scissionisti, opposti al clan Di Lauro. Gelsomina è legata da rapporti di amicizia a membri di entrambi i gruppi e per questo è ritenuta inaffidabile.

Fedeltà e appartenenza. Simboli e violenza «pervertizzata»[1]. Sospetto e paranoia. Queste, rispettivamente, alcune possibili chiavi di lettura dei tre episodi.

Giovanni Starace ripercorre molte altre vicende violente, proponendo ulteriori interpretazioni: l’odio cieco scaturito dal rifiuto del nemico e rafforzato dall’identificazione proiettiva con questo; la freddezza del killer che agisce rispondendo a una concatenazione automatica di eventi, di incontri, di circostanze ritenute ineluttabili. È questo l’universo nel quale si muovono i camorristi raccontati in Vite Violente (Donzelli, 2014), in cui l’autore si serve degli spunti offerti dalla psicoanalisi per «ricostruire i repertori della violenza, i codici, i saperi incorporati» (p. 169).

Stando alla lettura corrente, diffusa tanto in ambito accademico quanto nel dibattito pubblico, i gruppi mafiosi sarebbero mossi due principali obiettivi: il profitto e il potere. L’accumulazione e il controllo egemonico della vita di un territorio. L’autore ce lo ripete ancora una volta, mostrando gli interessi economici e le smanie di dominio territoriale dei clan a cui sono dedicate le pagine del volume.

Quello camorrista è un universo di perenne incertezza, nel quale è costantemente in gioco la vita, nel quale gli amici divengono nemici per ragioni difficili da individuare e i cui effetti (venire condannati a morte da un gruppo rivale o dal proprio stesso gruppo) si rendono evidenti prima ancora che si possa correre ai ripari. In questo contesto, mantenere la coesione interna ai diversi gruppi, organizzare la loro azione in modo da garantire ai membri un ritorno economico e di status soddisfacente, si rivela essenziale per rinsaldare il gruppo e garantirne la sopravvivenza.

Ma naturalmente non è soltanto una questione economica. I guadagni conseguiti, i consumi esibiti e le posizioni raggiunte dai membri dei clan poggiano su relazioni caratterizzate da un odio inaudito e/o da un’intensa affettività. Relazioni nelle quali è in gioco un livello individuale di gestione degli affetti, del potere, del guadagno. Della rabbia e della violenza che conducono alla morte.

La morte deve avvenire mediante una scenografia che possa enfatizzarla, che completi le uccisioni mediante un corredo di atti, frutto di una complessa elaborazione. Come nelle perversioni, c’è un’intensa attività inventiva a sostegno dell’atto perverso, un’idealizzazione estetizzante che nega l’oggetto in quanto persona. In questi atti ci si riscatta da episodi di umiliazione vissuti anche in momenti precoci, rivendicando quel ruolo attivo che nel passato era mancato (104-105).

Le faide tra i diversi gruppi sono frutto dell’odio, che trova nella violenza e nell’omicidio le sue naturali manifestazioni. Violenze la cui radice trova importanti spunti di interpretazione nella teoria psicoanalitica, ma che hanno al tempo stesso una matrice culturale. Hanno a che fare con i simboli: con l’adesione ai sistemi di codici che li veicolano e con la loro riproposizione costante. L’autore si chiede in che modo la cultura della violenza, così come questa ha preso forma in ambito camorrista, abbia creato un condizionamento dei soggetti così esteso e radicale, al punto da forgiare peculiari forme di personalità.

Simboli e rappresentazioni sono messi in campo da soggetti auto-riflessivi per i quali tali segni sono una garanzia della propria legittimità all’interno di un mondo criminale estremamente violento.

L’appartenenza a un comune sistema di stigmi costituisce un efficace strumento di coesione all’interno del mondo camorrista, specie nel momento in cui questi sono condivisi e assurti a contro-narrazione del racconto ufficiale legalitario e anti-violento. Starace non affronta direttamente questo nodo, ma i casi narrati nel libro mostrano che è anche a partire dalla contrapposizione con il mondo legale che si determina l’identità camorrista, la legittimazione di atti inauditi.

Violenze che contano su un ampio corredo simbolico e sono il frutto di una fantasia criminale particolarmente sviluppata:

L’odio ha bisogno di rappresentazioni concrete, evidenti, manifeste agli altri, innanzitutto ai nemici. La violenza è il correlato agito dell’odio, ma anche la sua manifestazione esibita, scenicamente rappresentata. Se nella cultura napoletana tanta parte della vita relazionale e sociale viene comunemente teatralizzata[2], nell’occasione specifica in cui viene espresso l’odio si attiva la medesima dinamica. Questo viene rappresentato mediante le sue azioni violente. Drammatizzazione e comunicazione, “messa in scena” e figurazione di stati interni, trasmissione di un messaggio che non può contenere ambiguità, nitido per la sua crudezza, sono gli attributi presenti nelle tante manifestazioni violente (p. 101).

Uccisioni e atti violenti in genere possono essere compresi soltanto in un ambiente in grado di cogliere segni e messaggi dell’universo criminale. L’ambiente camorrista analizzato da Starace ha una connotazione sociale precisa: nasce in un universo popolare, e con esso interagisce quotidianamente. «Le conoscenze di un tempo, quelle dell’infanzia, quelle legate a parentele anche lontane, le conoscenze di scuola o della parrocchia, gli amici degli amici sono sempre presenti e vivono in contiguità tra loro» (p. 33), pur non facendo parte dei clan.

Domenico Di Martino - Scudi umani (2008)
Domenico Di Martino – Scudi umani (2008)

Nelle «zone di contatto»[3] con le popolazioni locali, in tessuti sociali a maglie strette come quelli di un quartiere o di un paese, la camorra non è percepita fino in fondo come un sistema criminale. I clan interagiscono con un’estesa fascia di popolazione che vive ai margini dell’illegalità: «persone non integrate nel mondo criminale, ma a esso non estranee» (ibid.).

Ma il teatrino camorrista non va in scena soltanto a Napoli. La doppia faccia della camorra si manifesta anche fuori dalle terre di camorra:

organizzazione dalla concretezza ineccepibile nella logica del profitto economico che la ispira e, insieme, dalla inafferrabilità impalpabile […], perché il suo radicamento e la sua riproduzione chiedono un costante investimento nel campo dei simboli, delle immagini, del feticismo generalizzato.[4]

In contesti poco abituati a forme di violenza mafiosa, l’esibizione dell’immagine camorrista si rivela particolarmente utile ed efficace, divenendo per i gruppi criminali una moneta da spendere sul terreno dell’incontro con l’altro nonmeridionale. Non serve ricordare l’impatto pubblico di opere letterarie e cinematografiche che hanno cristallizzato l’essenza della violenza camorrista, dando luogo a narrazioni che operano in contesti anche molto lontani da quelli di storico radicamento dei clan.

La presenza camorrista in diverse aree del paese si sostanzia dando luogo a un paradosso di non poco conto. Come accaduto nelle fasi di consolidamento della camorra napoletana ottocentesca, organizzazioni criminali che hanno lo scopo di rimanere segrete – per ovvie ragioni legali – devono al tempo stesso manifestarsi in quanto tali perché i destinatari di violenze e ritorsioni abbiano chiara la portata dei fenomeni con cui hanno a che fare[5].

Ma l’esibizione del marchio camorrista in aree storicamente distanti dal fenomeno non va letta esclusivamente come una formula intimidatoria efficace, volta a sfruttare in chiave strategica l’effetto performativo dell’esibizione di un logo che rimanda alla quintessenza del potere coercitivo e violento.

La millanteria che caratterizza l’azione dei camorristi in giro per il mondo è anche, in parte, il frutto dell’appartenenza a un universo criminale del quale i camorristi conoscono i principali codici e nel quale si riconoscono. Simboli e processi comunicativi sono alla base della costruzione delle identità mafiose e del loro riconoscimento pubblico. Identità «circolari»[6], quelle mafiose, che si producono nell’interazione tra i gruppi criminali e la loro rappresentazione pubblica.

In una prospettiva psicoanalitica, l’autore rintraccia le radici individuali, soggettive, dell’aggrovigliata, quotidiana sovrapposizione di identità collettive. Ma non appaiono soggettive le determinanti ultime di ogni azione. Se in genere i modelli di interiorizzazione del sociale da parte degli individui non sono affatto omogenei e rispondono a schemi conflittuali, nell’universo camorrista tutto quanto attiene al sociale è parte integrante dello psichismo individuale: «si registra un appiattimento del funzionamento psicologico individuale su quello gruppale e sociale, come se vi fosse una sorta di indebolimento dei confini» (p. 14).

Il sistema di violenza camorrista investe l’intero corpo sociale. Come il colonizzatore raccontato da Fanon, la camorra mette in campo nelle proprie colonie una violenza generalizzata che permea le relazioni personali e sociali fino a immergere ciascun soggetto in questo clima emotivo; fino a costringerlo in «repertori di violenza» prima ancora che egli possa decidere se servirsi o meno della violenza (p. 169).

Il libro di Starace mette da parte per un istante alcuni degli assunti di fondo del discorso giuridico, accademico e pubblico sulle mafie italiane, interpretando le forme di violenza e di coercizione camorrista a partire da spunti inediti, servendosi di fonti preziose come i documenti giudiziari, ma rompendo la circolarità tra la costruzione giuridica e il sapere accademico sulle mafie, infrangendo alcuni dei più consolidati cliché sulle motivazioni alla base dell’agire mafioso.

starace

Note

[1] La categoria è proposta da J. Bergeret, La relazione violenta. I fondamenti immaginari dei conflitti, Atti del CeRP, Trento 1989.

[2] S. De Matteis, Napoli in scena. Antropologia della città del teatro, Donzelli, Roma 2012.

[3] Di «zona di contatto» parla l’antropologo statunitense Jason Pine in The Art of Making Do in Naples (trad. it. Napoli sotto traccia. Musica neomelodica e marginalità sociale, Donzelli, Roma 2015), recensito da Marcello Ravveduto per questo blog.

[4] A. Mazzarella, Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Grahib, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 35.

[5] In La camorra, le camorre (Editori Riuniti, Roma 2003), Isaia Sales si sofferma sulla doppia consistenza della camorra delle origini: setta segreta, massoneria, ma a un tempo organizzazione criminale evidente, tanto da imporre ai camorristi un abito specifico, riconoscibile.

[6] La definizione è di Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992 (pp. 192-195).

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