Regimi della politica ed elezioni negli Stati Uniti – Parte Prima

Martedì 8 novembre gli Stati Uniti eleggeranno un nuovo Presidente dopo una lunga campagna giudicata da molti osservatori la peggiore – per qualità dei candidati e contenuti del dibattito – della storia. Ma oltre a questi aspetti, vi sono altri motivi di preoccupazione, che riguardano il cambiamento radicale della forma e dei presupposti della democrazia americana e la possibilità di esportarla anche al di fuori dei propri confini. Una lettura dell’imminente evento elettorale in due puntate (la seconda uscirà domenica) tra teoria politica ed etnografia. La traduzione dell’articolo di Martín Plot, docente presso il California Institute of the Arts, è a cura di Giacomo Tagliani.

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I

Vorrei iniziare con un suggerimento per cercare di comprendere la logica evenemenziale che caratterizza, a mio parere, la deliberazione pubblica, utilizzando il concetto di “scene deliberative istituzionalizzate”. Cosa intendo anzitutto con “logica evenemenziale della deliberazione pubblica”? Molto semplicemente che il processo di delibera istituzionale ha raramente come suo tema centrale i principi generali attorno ai quali dovrebbe essere organizzata la vita collettiva. Parafrasando la lettura del giudizio estetico kantiano avanzata da Hannah Arendt, il dibattito pubblico non si muove dal generale al particolare, ma, al contrario, tende ad andare dal particolare al generale, e questi “particolari” che motivano la deliberazione pubblica sono in genere eventi, di solito imprevisti o almeno contingenti nel loro apparire.

Ad esempio, gli attacchi dell’11 settembre 2001 erano ciò che, proprio per catturare il carattere evenemenziale della deliberazione, propongo di chiamare “scena deliberativa”. Ma perché chiamare scena quella circostanza della vita pubblica? Perché la nozione suggerisce un luogo e un tempo localizzato nel quale si verifica un evento che, per il suo impatto sulla vita collettiva, per l’attenzione diffusa che suscita, per la pausa che sembra introdurre nel corso della vita sociale e politica, per lo spostamento che si verifica nel modo di concepire lo stato delle cose, costringe la società, come direbbe nuovamente Arendt, a “fermarsi e pensare”, ovvero a discutere di ciò che è accaduto e deliberare ciò che è in gioco e la sua ricaduta sul futuro. Deliberazione che metterà in gioco una pluralità di orizzonti che forniranno una descrizione sommaria dei principi stessi di organizzazione – sempre molteplici – che governano o dovrebbero governare la vita collettiva.

E perché orizzonti? Perché, come suggerito dalla tradizione fenomenologica, un orizzonte funziona come sfondo sul quale risalta ciò su cui abbiamo posto lo sguardo. Ma non solo, un orizzonte è anche una bussola che suggerisce una direzionalità e opera come un obiettivo che non può essere raggiunto, ma che organizza il viaggio, che definisce le coordinate che guidano il senso – nel suo doppio significato – di ciò che viene intrapreso. La “struttura dell’orizzonte”, come Merleau-Ponty dice, non è tanto una struttura quanto un principio di strutturazione, un organizzatore di senso e non senso, di visibilità e invisibilità, del pensabile e dell’impensabile. Diciamo, anticipando qualcosa che riprenderò nella seconda parte, che una struttura d’orizzonte è un “regime” che, in virtù del suo carattere di organizzazione del percepibile e del sensibile, potremmo chiamare “estetico”.

Ancora una considerazione sulle “scene deliberative”: se queste avvengono in risposta a un evento, e questi eventi sono, come c’è da aspettarsi, relativamente imprevedibili e contingenti, cosa intendo sottolineare con “scene deliberative istituzionalizzate”? Ciò che voglio dire con questo concetto, è che gli eventi che scatenano il dibattito pubblico, quegli eventi che semplicemente nell’accadere istituiscono una scena, un tempo e un luogo, dove – e poi, più tardi, a tale proposito – vengono discussi e valutati aspetti rilevanti della vita collettiva, non necessariamente devono irrompere dal nulla, come un fulmine nel deserto. Allo stesso modo, anche le “scene deliberative non-istituzionalizzate” possono essere, una volta verificatesi, iscritte in un contesto che le ha rese possibili e ha creato le condizioni del loro aspetto – senza in tal modo ridurre tali contesti e condizioni alla categoria deterministica di “cause”.

Tocqueville – in una sezione del suo Democrazia in America intitolata “Crisi elettorale” – ha descritto così le elezioni presidenziali degli Stati Uniti:

Gli americani sono abituati a procedere a elezioni d’ogni genere e sanno per esperienza a che grado di agitazione possono pervenire e debbono fermarsi. […] Tuttavia si può ancora considerare il momento dell’elezione del presidente degli Stati Uniti come un momento di crisi nazionale.

L’influenza esercitata dal presidente sul corso degli affari è senza dubbio debole e indiretta, ma si estende sull’intera nazione; la scelta del presidente interessa poco il singolo cittadino, ma interessa tutti i cittadini. Ora un interesse, anche piccolo, assume una grande importanza quando diviene un interesse generale.

Inoltre, i partiti negli Stati Uniti, come altrove, sentono il bisogno di raggrupparsi intorno ad un uomo per arrivare più facilmente all’intelligenza della folla. Essi dunque si servono generalmente del nome del candidato alla presidenza come di un simbolo e personificano in lui le loro teorie. Così, i partiti hanno un grande interesse a determinare l’elezione in loro favore, non tanto per far trionfare le loro dottrine con l’aiuto del presidente eletto, quanto per mostrare, con la sua elezione, che queste dottrine hanno acquistato la maggioranza.

[…] Via via che l’epoca della elezione si avvicina, gli intrighi divengono più attivi, l’agitazione più viva e diffusa. I cittadini si dividono in vari campi, ciascuno dei quali prende il nome di un candidato. La nazione intera cade in uno stato febbrile, l’elezione è allora il tema principale della stampa, il soggetto delle conversazioni private, lo scopo di tutti i maneggi, l’oggetto di tutti i pensieri, l’unico interesse del momento.

È vero che, appena la sorte si è pronunciata, l’ardore si dissolve, tutto si calma e il fiume, straripato per un momento, rientra tranquillamente nel suo letto. Ma non dovremo noi preoccuparci che l’uragano sia potuto nascere?

Non credo di essere in grado di descriverlo meglio: le scene deliberative istituzionalizzate sono allora quegli eventi della vita politica che sono regolamentati e governati in anticipo con maggiore o minore livello di istituzionalizzazione e che sono periodici e illimitati – come la biblioteca di Babele in Borges. Questi eventi sono periodici, perché è regolata la loro apparizione temporale, e sono illimitati in un duplice senso: perché non si sa quali siano le loro conseguenze né si stabilisce in quale momento decideranno di accadere.

Contratti collettivi di lavoro, commemorazioni nazionali, mostre, convegni, riunioni periodiche, riunioni annuali dei Club, convention di partito: tutti questi sono scene deliberative istituzionalizzate. Ma, come indica l’agitazione descritta da Tocqueville, il primo grande etnografo della politica e della società americana, le principali scene deliberative istituzionalizzate delle democrazie moderne restano i processi elettorali e, nel nostro caso, le elezioni presidenziali.

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II

L’opposizione tra scienza e filosofia politica – l’una, di solito interessata al funzionamento delle istituzioni, inclusi i processi elettorali; l’altra, di solito incentrata sui principi generali che danno forma alla società, compresa la questione del regime politico – è diventato un luogo comune. Un’eccezione è rappresentata da Claude Lefort, uno dei pochi filosofi politici “continentali” per cui gli Stati Uniti sono stati o sono qualcosa di più di una vasta geografia abitata da consumisti depoliticizzati, l’avanguardia militare del dominio del capitale. Effettivamente Lefort, anche attraverso l’interesse verso l’opera di Tocqueville, prese sufficientemente sul serio l’esperienza politica nordamericana e il suo ruolo nell’avvento della democrazia moderna, più di quanto non ci ha abituati la filosofia politica continentale. Partirò proprio da questo esempio per costruire un ponte tra la teoria della democrazia e l’osservazione e l’interpretazione dei processi elettorali in quanto scene deliberative istituzionalizzate, con particolare attenzione al processo elettorale del 2016.

Procediamo per gradi. Penso che solo comprendendo le modifiche occorse con la principale scena deliberativa non-istituzionalizzata di questo secolo negli Stati Uniti, vale a dire l’11 Settembre 2001, potremo iniziare a trovare la chiave per capire i tratti principali di quanto avviene nella scena deliberativa istituzionalizzata odierna. Ciò che provoca immediata perplessità, credo, nell’analizzare i cambiamenti, sia istituzionali e immaginari, prodotti durante e dopo quella scena deliberativa, è il modo in cui gli Stati Uniti sembrano allontanarsi rapidamente da quello che, seguendo Lefort, identifico come le quattro dimensioni fondamentali della democrazia moderna. Sinteticamente:

  • sempre più spesso, la società americana e i suoi principali attori politici si mostrano incapaci di tollerare l’immagine della società come naturalmente divisa, inevitabilmente e spontaneamente conflittuale, plurale e in uno stato di cambiamento permanente. Questo porta, in questa società e in questi attori, a mostrare un fascino crescente con l’idea –fantastica, ma non per questo meno operativa e statuente – di un popolo Uno e indivisibile;
  • il luogo del potere, luogo simbolico di sutura strutturale (come lo chiamava Ernesto Laclau), che secondo Lefort in una democrazia non può e non deve essere occupato da alcun attore in modo permanente, sembra stia venendo rioccupato da un particolare attore sociale (l’1%, come denunciò Occupy Wall Street) a seguito della conquista plutocratica del processo politico e dei suoi meccanismi statali – un fenomeno che spiega il ruolo inaspettato giocato da Bernie Sanders, e paradossalmente dallo stesso Donald Trump, alle primarie presidenziali del 2016;
  • come ha insistito l’ex vice presidente Dick Cheney, “l’11 settembre ha cambiato tutto”: questo significa che gli Stati Uniti erano e sono intrappolati dall’ossessione e dal desiderio di una sicurezza totale che spinge, e ora spinge più che mai, la società a un rifiuto crescente dell’incertezza democratica e in direzione di una legittimazione crescente di fusione ad hoc delle sfere del potere, della conoscenza e della legge in tutte le questioni riguardanti la Guerra al terrorismo (guerra che, a differenza delle precedenti, è di natura temporalmente e spazialmente illimitata, ovvero non conosce una fine empiricamente identificabile né accetta l’intervento della separazione dei poteri come limitazione del suo campo d’azione). Il che si traduce, tra le altre cose, in: sequestro, scomparsa o detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi; tortura come modo legittimo di procedere in difesa della sicurezza nazionale; più recentemente, uccisione di stato globale attraverso il ricorso ai droni; e, su un altro piano, affatto svincolato, detenzione di decine di migliaia di persone in campi di internamento per immigrati;
  • che la suddetta attrazione per l’idea di un popolo unico e indivisibile si manifesta anche – come si è visto nella fascinazione per la candidatura di Donald Trump nelle primarie Repubblicane e nelle elezioni generali – nell’ossessione della necessità di “epurazione” di elementi estranei al corpo politico, ovvero la necessità di immaginare una società istituita in opposizione a, e purificata da, gli immigrati (soprattutto latino-americani) o coloro che professano una religione diversa dalla maggioranza (fondamentalmente musulmani).

Tutto questo sta effettivamente accadendo – ovvero, la società nordamericana sembra essere sempre più in tensione con la dissoluzione dei riferimenti di certezza descritti da Lefort – e tuttavia non ritengo corretto usare la tipologia dei regimi politici tradizionalmente associati con il suo lavoro. Questa tipologia postulava, per dirlo schematicamente, un passato in cui il regime della monarchia teologico-politica cristiana era stato sostituito dalla democrazia moderna, come risultato delle rivoluzioni democratiche; il che a sua volta causò l’intervento del principio generativo dell’uguaglianza e, quindi, la generalizzazione della dissoluzione delle marche di certezza di classe caratteristiche del vecchio regime. Di fonte a questa generalizzazione dell’incertezza per quanto concerne tanto lo stato come entità politica quanto le relazioni tra i suoi membri, ecco che fa la sua comparsa anche il fantasma totalitario: fantasia del ripristino di una unità radicale del sociale all’interno della stessa società.

Gli Stati Uniti si stanno trasformando in un regime teologico-politico? Una domanda che potrebbe essere formulata tenendo presente la fascinazione mostrata dalla società nordamericana per la nomina di Trump, che potrebbe essere meglio definita come “volontarista”, vale a dire alimentata dal desiderio di ristabilire con un semplice atto di fede (believe me) una gerarchia pre-democratica definita da una supremazia, sia economica sia culturale, della ormai prima minoranza bianca (make America great again realmente significa, pur senza dirlo esplicitamente: make America white again). Oppure, in alternativa, si stanno trasformando in un regime totalitario?

Dare risposta affermativa a queste domande sarebbe quanto meno affrettato. Il che dovrebbe portarci a considerare la possibilità che sia necessario offrire una rielaborazione di questa tipologia di regimi politici, una rielaborazione che ci permetta di dare senso al doppio fenomeno che si profila: la distanza crescente tra la società americana dopo l’11 settembre 2011 e l’indeterminatezza democratica, da un lato, e il fatto che questa società che si disegna all’orizzonte sfugge dai paletti della catalogazione usuale.

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