Fare in modo che l’immagine non passi oltre: recensione a “Politiche della Memoria”

Politiche della memoria raccoglie gli interventi intorno alla questione del rapporto tra immagine, archivio e documento dei registi, dei documentaristi e degli artisti visivi che hanno partecipato a un ciclo di conferenze alla NABA di Milano tra il 2009 e il 2013.

Politiche della memoria, che ruolo hanno nel mondo d’oggi?

Che forma ha oggi la memoria e come viene concepita? In una cultura ormai pienamente digitale la memoria sembra essere diventata capacità di stoccaggio dell’informazione da una parte e capacità di calcolo per il recupero dell’informazione dall’altra. In entrambi i casi la memoria è invisibile: concretamente invisibile nelle forme dei data center che ne costituiscono l’infrastruttura fisica, alchemicamente invisibile nelle forme dei sofisticati algoritmi che presiedono alla presentazione delle informazioni. Nell’epoca dell’accessibilità totale l’atto di memoria è diventato tanto immediato quanto volatile. La nostra capacità di ricordare è sempre più trasferita e delegata alle protesi cognitive e percettive che ormai ci circondano e ci connettono all’intelligenza globale e collettiva delle reti.

Cosa rischiamo di perdere in questo panorama ad alta velocità e immediatezza? Politiche della Memoria, il volume curato da Elisabetta Galasso e Marco Scotini e pubblicato nella collana Labirinti dai tipi di Derive Approdi, ragiona proprio intorno a questa domanda. Lo fa raccogliendo gli atti di un lungo ciclo di conferenze tenutosi presso la NABA di Milano tra il 2009 e il 2013. Un ciclo in cui cineasti e artisti visivi, accomunati dalla pratica del documentario come forma e dell’archivio come strumento e risorsa, hanno riflettuto sulle loro pratiche artistiche e sul valore che queste hanno nel processo attraverso cui si costruisce una memoria.

Le quattro sezioni in cui è suddiviso il libro – Memoria e archivio, Memoria e conflittoMemoria e documentazioneMemoria e migrazione – individuano altrettanti poli attorno a cui queste pratiche hanno intrapreso un dialogo intenso con la dimensione politica della memoria. Riflettere sulla dimensione politica della memoria significa oggi, dice Scotini nell’introduzione, impegnarsi in

un’indagine del visivo come spazio sotto controllo e come dispositivo del potere nell’economia neoliberista dell’informazione. Da un lato si assiste alla proliferazione di immagini esplicitamente disciplinari in cui la sicurezza si afferma come il principio di base dell’attività dello Stato e le cui figure più ordinarie, come è noto, sono la militarizzazione della polizia, le macchine blindate, gli autovelox, le videocamere di sorveglianza, i dispositivi biometrici di controllo sempre più perfezionati, le visualizzazioni di grafi sociali (grassetto mio) […] dall’altro invece abbiamo a che fare con un immane mercato di merci semiotiche che sfruttano differenti canali di distribuzione e diverse reti televisive che producono immagini di guerra o di campi profughi come si producono campagne pubblicitarie, dirette sportive, programmi d’intrattenimento

L’immagine e il visivo sono dunque il campo su cui si confrontano le diverse concezioni della memoria sia dal punto di vista del modo in cui si visualizza il controllo sia dal punto di vista delle modalità con cui le immagini circolano all’interno del corpo sociale. Ma che forma hanno le immagini nel mondo digitalizzato che viviamo? Una risposta prova a darla nel suo intervento Hyto Steyerl. In difesa dell’immagine povera è il tentativo di definire i confini ontologici dell’immagine digitale, povera in quanto

è una copia in movimento. La sua qualità è bassa, la sua risoluzione al di sotto dello standard. Come accelera, si deteriora. È il fantasma di un’immagine, un’anteprima, una miniatura, un’idea errante, un’immagine itinerante diffusa gratuitamente, che a malapena passa attraverso connessioni digitali lente, compressa, riprodotta, “rippata”, remixata, nonché copiata e incollata in altri canali di distribuzione. L’immagine povera è uno straccio o un brandello, un “avi” o un “jpeg”, il sottoproletariato nella società di classe delle apparenze, classificato e valutato in base alla sua risoluzione. Trasforma la qualità in accessibilità, il valore di esposizione in valore culturale, il film in clip, la contemplazione in distrazione. L’immagine è liberata dai forzieri del cinema e dagli archivi e gettata nell’incertezza digitale, al prezzo della sua essenza. L’immagine povera tende verso l’astrazione: si tratta di un’idea visiva nel suo stesso divenire. L’immagine povera è un’illegittima bastarda di quinta generazione di un’immagine originale

Se questa è la natura delle immagini che circolano incessantemente nella nostra cultura e se il rischio connesso alla forma assunta da questa cultura è di “perdere la memoria” nel ripetersi dell’infinita gestualità senso-motoria dell’interrogazione dell’archivio digitale, che cosa fonda davvero la possibilità di creare le politiche della memoria di cui questa raccolta di interventi sembra voler andare alla ricerca? La risposta sembra essere questa: sono la pratica del cinema e dell’arte come interrogazione dell’archivio, recupero delle immagini e messa alla prova di esse nella rete di riferimenti intermediali che ne costituiscono il senso. Da qui il tentativo di sottrarre le immagini e quindi la memoria che intorno a esse si costituisce e si cristallizza alle connessioni che queste hanno coi simulacri con cui il Potere le circonda.

Simulacri che sono di volta in volta gli sguardi dell’identità, del genere e della razza o gli sguardi territorializzati del colonialismo e quelli deterritoriallizati dei sistemi di visione disincarnati (droni e UAV) o, ancora, gli sguardi embeddati del reporter sul campo e quelli astratti dei big data. In breve tutta una cosmologia di miti tecnicizzati che producono immagini; immagini che solo il gesto artistico può arrestare e rimettere in circolo con nuove forme e nuovi rapporti da cui emerge un senso liberato. Solo così si resiste a ciò che passa incessantemente, solo in questo modo si costruisce una memoria che cessa d’essere pura interrogazione per diventare pensiero.

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