Il ragazzo della Giudecca

Il 12 maggio scorso, in 49 sale italiane distribuite su 13 regioni (dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto alla Puglia passando per la Sardegna) è uscito Il ragazzo della Giudecca, film «ispirato a eventi realmente accaduti» per la regia di Alfonso Bergamo (classe 1986), prodotto dalla Windfall Cinema Production.

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Il protagonista, nel ruolo di se stesso, è Carmelo Zappulla, noto cantante neomelodico nato a Siracusa nel 1955, e ingiustamente accusato da un collaboratore di giustizia (eravamo nei primi anni Novanta) dell’omicidio dell’amante della madre. Una vicenda drammatica a cui molti cantanti, suggestionati più o meno strumentalmente anche dal caso Tortora, si sono ispirati per scrivere canzoni sull’esperienza della latitanza o per descrivere i collaboratori di giustizia come infami. Lo stesso Zappulla aveva raccontato la sua vicenda giudiziaria nella hit ‘N’attimo e nell’autobiografia Quel ragazzo della Giudecca. Un artista alla sbarra (Power Sound, 1998).

Questa volta è toccato al medium cinematografico reinventare le sue vicissitudini con la giustizia italiana. Un film, va detto subito, tecnicamente modesto, senza ritmo, in cui i momenti di maggiore pathos sono accompagnati da un’enfasi che denuncia la scarsa originalità della messa in scena, ma che, nonostante i suoi difetti artistici, merita di essere analizzato per le sue aspirazioni intellettuali. Un’opera che affonda le sue radici nell’ambiente produttivo e culturale della musica neomelodica, ma che vuole ergersi a film-pamphlet sulla (mala)giustizia, sul carcere, sul pentitismo, con richiami al grande cinema politico e di impegno civile della tradizione italiana.

Il film si apre con le scoppiettanti immagini dei concerti internazionali di Zappulla. I filmati d’epoca, gli spezzoni dei suoi successi cinematografici, le immagini di un concerto con Gigi Sabani anchorman, le sequenze sotto l’ala protettiva di Mario Merola (‘o Rrè incontrastato della musica partenopea), restituiscono un clima di successo e spensieratezza. Sono gli anni in cui Zappulla – tra musica teatro e cinema – ottiene un successo dopo l’altro, contendendosi con Nino D’Angelo lo scettro di re della nuova canzone partenopea.

Questa atmosfera serena e felice, da fotoromanzo di una star del pop, viene bruscamente interrotta da intensi rumori di arma da fuoco. Sullo schermo scorre la rassegna stampa che tratteggia i contorni di un omicidio passionale. Per Zappulla si aprono le porte dell’inferno e della dannazione. La colonna sonora rileva in maniera vibrante il momento della reclusione. Il dramma personale si trasforma anche in tragedia familiare. Il padre affettuoso e premuroso, il marito innamorato è rinchiuso in galera. Dopo un primo periodo di detenzione, viene scarcerato e può riabbracciare la sua famiglia. Tornerà a cantare vincendo la paura del palcoscenico, ma le nuove accuse costruite contro di lui lo costringeranno alla latitanza. Zappulla privo di fiducia nel sistema, esclama: «Non ci torno più in quel buco». Si dà alla macchia fra casolari di campagna e appartamenti metropolitani, immagini che rimandano a quelle contenute nel videoclip di ‘N ‘Attimo, sequenze allora evidenziate da sottopancia e didascalie che ricordavano come fossero state girate nel contesto della latitanza.

Oggi, a oltre venti anni da quella vicenda, la chiosa alla sua vita da fuggiasco, sta tutta in una video-confessione che il cantante decide di spedire ai suoi figli. «Una vita senza dignità, non è vita», dirà davanti a una telecamera che lo riprende in primo piano, rimarcando la fatica e il peso di una vita clandestina. Fin qui, la fantasia di regista e sceneggiatori sembra ripercorrere in maniera lineare la vicenda, fino a quando il processo contro Zappulla viene associato a un indefinito e poco chiarito «maxiprocesso», descritto come «il più grande processo antimafia del Paese».

Ma chi sono i co-protagonisti che affiancano Zappulla sul grande schermo? La scelta del cast è un elemento da non sottovalutare nell’analisi di questo film che si misura con uno dei grandi temi dello stato di diritto, l’amministrazione della giustizia.

C’è Tony Sperandeo, faccia classica del mafia-movie italiano degli ultimi decenni, nelle vesti di un Procuratore senza nome, probabilmente un richiamo all’anonimo Dottore di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il regista Bergamo cuce sulla sua voce siciliana e su una corporeità “maschilisto-fascistoide”, un magistrato carrierista dal ghigno malefico che architetta il diabolico piano di depistaggio ai danni di Zappulla, con l’aiuto di un agente infiltrato. Lo veste sempre di nero, lo dipinge come autoritario e dai metodi poco democratici. Con Zappulla, l’ignoto Procuratore non applica le regole minime del garantismo e ammette di odiarlo perché fuggito via dalla Sicilia, la loro terra di origine. Stritola i pentiti durante gli interrogatori per sbatterlo in prigione e tenere in libertà Giovanni, un mafioso amico di infanzia di Carmelo e reale mandante dell’omicidio.

Il suo antagonista, l’altra faccia della giustizia, è l’avvocato Gaetano, un vecchio compagno di università con cui ha sempre rivaleggiato. Questo penalista con il vizio dell’alcool è legatissimo a Zappulla e sceglierà, nonostante mille dubbi, di difenderlo. Ad interpretarlo Bergamo ha scelto Luigi Diberti, volto noto delle fiction Rai, già protagonista in alcune stagioni de La Piovra (3-4-6), attore che negli anni Settanta si impegnava, con piglio militante, in opere di controinformazione al fianco di Gian Maria Volonté e Elio Petri (ricordiamo il cortometraggio post Piazza Fontana Tre ipotesi sulla morte di Pinelli).

In galera, dove la musica di Zappulla tiene compagnia ai reclusi, c’è anche un uomo che si presenta come vittima di un’ingiustizia, o meglio di “una giustizia forte con i deboli e debole con i forti”. Ha vendicato gli abusi subito dal figlio, facendosi giustizia da sé e si è beccato l’ergastolo. Vive di buone letture e ammette: “So solo di non sapere”. Si chiama Salvatore. Un tempo, probabilmente, avrebbe avuto il volto e la cultura popolare di Mario Merola, «il paladino di un popolo che crede in una giustizia rapida, umana, anche sommaria» (Cfr. M. Ravveduto, Napoli… Serenata Calibro 9. Storia e immagini della camorra tra cinema, sceneggiata e neomelodici, Liguori, Napoli 2007, p. 28). Oggi, anno domini 2016, ha il viso di Franco Nero, attore legato nell’immaginario collettivo ai western Django (genere cinematografico che il mafia-movie ha adattato spesso alle sue esigenze) e al carabiniere-partigiano dagli occhi magnetici de Il giorno della civetta.

La punta di diamante del cast, nonostante il breve minutaggio riservatogli, è Giancarlo Giannini. Un volto importante nella storia della rappresentazione della giustizia italiana: dal Paolo Borsellino in Giovanni Falcone di Ferrara (uscito nel 1993 ad un anno di distanza dagli attentati del 1992) al Generale Dalla Chiesa nella miniserie di Giorgio Capitani (Canale 5, 2007). Qui, l’attuale responsabile del Corso di recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia è chiamato a vestire i panni del magistrato Mangrella, il giudice del processo convinto dell’innocenza dell’imputato. La performance di Giannini appare sotto ritmo, mal contestualizzata, fuori luogo, affannosa e priva di respiro.

E durante il processo, la narrazione si concentrerà tutta su Gaetano, l’uomo a cui è affidata la salvezza di Zappulla. L’avvocato alcolista si trasformerà in un furbo e spregiudicato principe del foro che restituirà la libertà al suo assistito.

La morale del film sta tutta nella chiusura della sua arringa, una citazione dello storico americano Howard Zinn: “Fino a quando un’anima sarà in prigione, io non sarò libero”. Il verdetto di assoluzione sta per arrivare. Una voce esclama: “Carmelo sei libero”. Le note unplugged di ‘N attimo accompagnano lo spettatore verso le didascalie finali e i titoli di coda. I ritmi frenetici e sofferenti del videoclip con cui Zappulla raccontò il suo dramma sembrano appartenere a un passato pacificato, ma mai abbastanza raccontato.

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[Le immagini che accompagnano questa recensione sono dei fotogrammi tratti da Il ragazzo della Giudecca]

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