Raccontare pratiche di co-resistenza #1

Domenica 20 settembre alle ore 19:00 saremo ospiti dell’evento organizzato dalla Biosteria Sbarbacipolla, assieme a Mondomangione, Sonar live e Officina Solidale.

Una presentazione ed un concerto per tracciare la linea comune che unisce due libri: La meravigliosa vita di Jovica Jovic edito da Feltrinelli e scritto a quattro mani da Marco Rovelli e Moni Ovadia e Genuino clandestino. Viaggio tra le agri-culture resistenti ai tempi delle grandi opere, un racconto ed un reportage fotografico edito da Terra Nuova Edizioni a cura di Michela Potito, Roberta Borghesi, Sara Casna e Michele Lapini. Due modi per raccontare pratiche e forme di esistenza in qualche modo periferiche ma che richiamano all’attenzione temi, valori e conflitti irrisolti al centro della nostra contemporaneità.

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Di seguito un estratto da La meravigliosa vita di Jovica Jovic.

IL LIBRO DI JOVICA

Jovica Jovic. Si comincia da qui. Dire il nome giusto di un uomo è il primo modo per rispettarlo nel suo essere. Ecco, il nome dell’uomo seduto al tavolo che suona la fisarmonica si pronuncia ioviza iovich: il suo nome finisce con la c di cielo.

Il tavolo è dove si condividono gli sguardi, che si incrociano come fili e fanno tessuto, oppure si imbrogliano. In ogni caso fanno come la tela di Penelope: di incrociare sguardi non si finisce mai.
E’ dagli sguardi condivisi che nascono le parole, come piovessero da nuvole piene.
Quando incroci lo sguardo di Jovica, che è tutt’uno col suo volto, è come se parlasse senza parlare. Ci senti risuonare una storia. Una storia che non è solo sua, però, ma viene dalle profondità del tempo.

La prima volta che l’ho visto, Jovica, suonava. Era con la sua orchestra nel salone spoglio di una vecchia cascina trasformata in centro sociale. Cominciava a far freddo, e sotto il palco ci si riscaldava ballando. Del resto era una festa balcanica, e festa balcanica ormai significa questo: musica, danza, e di certo un bel po’ di alcool che scorre. Al centro del piccolo palco, contornato dai suoi Muzikanti che si scuotevano, c’era lui, seduto, la fisarmonica sulle gambe, immobile perfino nel volto. Un volto ieratico, che incuteva rispetto, e anche un po’ di timore. Si muovevano solo le mani, veloci che non riuscivi a seguirle. Tutto quel movimento sotto e sopra il palco era però come se si condensasse non nelle mani, ma in quel volto fisso, immobile, che pareva la scaturigine di tutto, come se la sapesse lunga, perché portava i segni di un tempo lontano che tu non conosci.

Al tavolo di una trattoria di campagna, alla fine di uno spettacolo, Homo migrans. Qui Jovica e Moni si sono incontrati di nuovo. Sapevo che si conoscevano, anche per questo li avevo pensati insieme nello spettacolo: Moni aveva fatto sentire la sua voce quando volevano cacciare dall’Italia Jovica, che, seppure scappato dalla guerra civile in Jugoslavia, non aveva ancora il permesso di soggiorno. Era circolato l’appello, e alla fine a Jovica venne concesso un permesso di soggiorno.
Intorno alla trattoria c’è un piccolo bosco. “Io sono nato in un bosco”, dice Jovica, con la sua voce bassa, profonda.
Nel bosco, Jovica? Sei forse un folletto?
“Sono nato il 24 luglio 1953 nel bosco di Mali Mokri Lug, vicino a Belgrado, da una povera zingara di nome Radmila”.
Povera? In che senso, Jovica?
“Dico povera perché si e’ sposata a soli tredici anni, subito dopo la morte di sua madre Dara…”
Dunque povera perché si è sposata giovane?
“No, tra noi rom funziona spesso così, che ci si sposa giovani. Poi ti spiego”.
E allora perché povera, Jovica?
“Povera perché mio nonno Milan, suo padre, col passare degli anni era diventato molto aggressivo per colpa dell’alcol. Mai le mise le mani addosso, ma beveva molto e spendeva tutti i soldi nei ristoranti tra musicisti e cantanti. Hanno vissuto una vita molto difficile, dicono che avesse cominciato a bere quando aveva scoperto le infedeltà di sua moglie, e poi quando lei morì lui cominciò a bere ancora di più. Tutti i soldi se li mangiava ai ristoranti… alla musica bella… ai cavalli… Dava oro e ducati alla musica, e i figli in casa! Mia madre manteneva tutti, doveva accudire i suoi tre fratelli e le sue due sorelle, pensare alla casa, portare qualche soldo in famiglia… Però mio nonno Milan era anche un uomo saggio…”
Saggio, Jovica? Come è possibile che fosse saggio?
Jovica fa un attimo di silenzio, ti guarda fisso negli occhi, sostando qualche secondo: “Poi ti spiego”.
E tu gli credi.

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“Quando mia madre andò in sposa aveva solo tredici anni, era molto bella… molto diversa dalle altre donne. Mio padre era nero, e diceva, Io non merito una bella ragazza che tutto il paese guarda!”
Nero? In che senso, Jovica?
“Nero! Era un rom di pelle molto scura! Non come mia madre, chiara di carnagione, lunghi capelli castani, la più bella donna in quei tempi! Aspetta, guarda.”
Jovica tira fuori dalla sua borsa un album di fotografie. Comincia a sfogliare, gira due pagine lentamente, guarda una foto, ed è come se gli tornasse in mente un particolare.
“Sai, mamma aveva tutte le mani bruciate”.
Fa un attimo di pausa: ha un senso innato della scena, Jovica. Immagini che lui sappia che tu ti stai chiedendo il perché, adesso, che stai aprendo tutti i tuoi cassetti mentali per ipotizzare il motivo. O forse non lo sa, non lo fa di proposito: è il suo ritmo naturale.
“Per portare qualche soldo in famiglia, puliva le caldaie in rame, sai, i rom lavorano il rame da sempre”.
Da sempre, dice Jovica, lo dice spesso. Come fosse una lunghissima storia senza tempo, come se la storia non fosse che una inesausta ripetizione dell’inizio.
“E per pulire il rame e per farlo usava sostanze tossiche, aveva tutte le mani bruciate. Ma era molto bella. Aspetta, te la faccio vedere, è qui.”
Jovica ti passa l’album, per guardare le foto.

“Ma le foto di mia madre in questo libro non le rendono giustizia! Era di ritorno dall’inferno di Auschwitz, e aveva già quattro figli. Però ci sono solo queste: prima era troppo povera per permettersi una fotografia”.
Fa un attimo di silenzio ancora, mentre racconta, ma non è malinconia. È solo il suo modo di rendere giustizia alle parole: si tratta di dargli spazio, di farle respirare, mettendole in una cornice di silenzio.
“Ecco, dicevo di quando sono nato. Mia madre e mia zia Ljubiza quel giorno, il 24 luglio 1953, erano andate nel bosco vicino casa per raccogliere della legna, e all’improvviso arrivarono le doglie. Non c’era tempo di tornare verso casa. Così mia zia si tolse la gonna, e solo con quella, e con le sue mani, aiutò mia madre a partorire. Poi con un pezzo di legno tagliò il cordone ombelicale. E mi pulì con le foglie d’ortica. Ero vivo. Allora mi portarono a casa e mi lavarono. Con acqua fredda, eh! Non c’era legna, e non erano certo riuscite a raccoglierla…”
E tuo padre, Jovica, dov’era tuo padre quando sei nato?
“Al matrimonio di suo cugino, suonava al matrimonio con tutto il suo gruppo. Glielo avevano detto, sì, che ero nato. Ma non poteva mica venire! Finito il matrimonio poi viene a vedermi, non può lasciare il matrimonio, cosa fai, dici “scusate c’ho figlio” e lasci centinaia di persone perché c’hai figlio… e chi si frega?! Lo vedi domani!”

Non ce l’avevi raccontato questo, Jovica. Che eri nato in un bosco, e accolto al mondo da ortica e acqua fredda.
“Eh, ci sono cose che ancora non vi ho raccontato. Cose belle… cose brutte… cose normali…”
La vita di Jovica è stata presa in mezzo tra due guerre. Due disastri nel cuore dell’Europa. In mezzo, una vita normale. Nessuna epopea, nessuna fragorosa migrazione. Ma una normalità che suona straordinaria agli occhi di non conosce la vita di un rom. Agli occhi di chi pensa che i rom siano degli straccioni che incontri in mezzo alla strada a fare l’elemosina, e che loro poi sono quelli che ti rubano in casa. Una storia che andrebbe raccontata.
Jovica, allora, è come se ci leggesse nei pensieri. Li intercetta, e li precede:
“Io vi ho raccontato tanto di me. Adesso voi dovete scrivere un libro sulla mia vita. Non ho mai scritto un libro, non ho mai pensato di poter scrivere… Ma vorrei raccontare il mio popolo Rom,con le sue tradizioni, le sue storie d’amore e di sofferenza… vorrei far conoscere un popolo Rom diverso dai soliti stereotipi: ladri, sporchi, truffatori.. Dio onnipotente ha detto “bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato”. Ma non è mai stato così per il mio popolo. Siamo sempre stati respinti, non siamo mai stati compresi, ascoltati”.
Gesticola mentre parla: solleva le mani, le tiene sospese in aria, la fronte aggrottata.
“E poi a voi vi ascoltano. Se lo scrivete voi, questo libro, tutti sapranno che cosa vuol dire essere rom. Sapranno che è anche bello essere rom”.

La meravigliosa vita di jovica jovic

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